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Africa+idroelettric+dependency+map 6a Energia in AfricaParlare di energia elettrica in Africa, significa inevitabilmente affrontare uno spinoso problema. Da un lato quello legato alla produzione, che in Africa sub-sahariana vuol dire principalmente energia idroelettrica (in Nord Africa e in Sudafrica la situazione è diversa) con faraonici progetti di dighe per incanalare e deviare fiumi. Stando al sito Internationals Rivers in Africa sono in progetto oltre 150 dighe. Dall’altro lato quello dei consumi in un continente (Africa Sub Sahariana) dove solo il 26% della popolazione è allacciato alla rete elettrica.Proviamo a fare un di ordine.
L’Africa produce complessivamente circa 545.500 milioni di kWh l’anno. Tanto? Poco?
Gli Stati Uniti per circa un terzo della popolazione producono 4.110.000 milioni di kWh, la Cina 3.451.000 milioni, l’Unione Europea 3.078.000 milioni, il Giappone 956.500 milioni, la Russia 925.000 milioni, l’India 723.000 milioni. La sola Italia 289.700 milioni di kWh.
Tra i paesi africani che maggiormente producono energia troviamo il Sudafrica con 240.300 milioni di kWh (unico paese africano a possedere una centrale nucleare), l’Egitto con 118.400 milioni, l’Algeria 34.980 milioni, la Libia 23.980 milioni, la Nigeria 21.920 milioni, il Marocco 19.780 milioni, il Mozambico 15.910 milioni.
Che l’Africa abbia una grande necessità di energia per assecondare il suo sviluppo appare chiaro a tutti.
Come si evince dalla mappa, l’Africa centrale, a causa dei grandi bacini d’acqua è totalmente dipendente dall’energia idroelettrica. Di contro, gran parte dell’Africa settentrionale dipende esclusivamente da carburanti fossili (petrolio e gas).
La discussione che è all’ordine del giorno è quella dell’impatto che enormi dighe, in progetto o in corso di realizzazione, hanno su territori e su diga+inga Energia in Africaorganizzazioni sociali che fondano la loro esistenza su un rapporto intimo e di reciproco scambio con la natura. La vera domanda è se la grandi dighe rappresentano “fattori di sviluppo” capaci di incidere positivamente sul futuro dell’Africa.
In Africa si hanno numerosi esempi che certamente fanno propendere verso una risposta negativa. La prima grande diga a destare preoccupazioni per l’impatto ambientale fu la seconda di Assuan in Egitto (di cui abbiamo parlato nel post relativo alla necessità che essa determinò di spostare i monumenti nubiani di Abu Simbel a Philae). Oggi, a distanza di oltre 40 anni, i danni arrecati sono maggiori dei vantaggi. La diga trattiene il limo fertile del Nilo ed è stato alterato in modo importante l’equilibrio idrogeologico del Delta, facendo avanzare il mare. Vi sono già alcune proposte di demolire la diga.
La diga di Akosombo, in Ghana creò il più grande lago artificiale del mondo. La diga doveva servire a irrigare una vasta area agricola (mai realizzata) ed a produrre energia per ricavare alluminio dalla bauxite estratta nella zona ( che oggi si importa dall’estero).
La diga di Manantali, nel Mali fu finita nel 1987, ma solo nel 2001 ha prodotto la prima energia elettrica. Sul lago artificiale che si è prodotto si sono stabiliti numerosi gruppi di popolazione dediti alla pesca. L’acqua calma del lago ha costituito un’ottimo habitat per le larve che generano la “cecità dei fiumi” (oncocercosi) e i pescatori del lago Manantali sono tra le popolazioni più colpite da questa malattia.
L’elenco potrebbe continuare, con altre storie simili. Le dighe costruite raramente hanno portato benefici per quanto riguarda irrigazione e agricoltura. Il problema è che dopo molti anni – anche a causa delle ingenti spese di manutenzione – anche la produzione elettrica è compromessa o comunque ridotta.
Oggi lo sbarramento dei fiumi ad uso idroelettrico o di irrigazione è diventato uno dei settori di finanziamento più importante degli aiuti internazionali allo sviluppo. Tra i maggiori costruttori di dighe vi sono, storicamente, le imprese italiane.
Non mancano ovviamente dichiarazioni di assoluto appoggio alla costruzione di nuove e maestose dighe, come questa dichiara474px Inga 2006 projet.svg Energia in Africazione sottroscritta anche dall’Unione Africana.
Tra le nuove faraoniche dighe in costruzione o in progetto vi è Giba3, in Etiopia (di cui ho parlato nel post sulla Valle dell’Omo) che sarà la più grande diga africana e produrrà oltre 5000 megawatt nel 2014 per arrivare a 15.000 megawatt nel 2017. E’ in costruzione da parte della ditta italiana Salini per una cifra che supera i 3 miliardi di euro.
Un’altro mega progetto è quello di Inga III e Grand Inga (i cui lavori dovrebbero concludersi tra il 2014 e il 2025) (vedi mappa). La Gran Inga – che oggi è alla fase di studio di fattibilità – ha un costo che si aggira intorno agli 80 miliardi di dollari.

 

 

 

In rete vi è una ricca documentazione che è bene leggere se si vuole farsi un’idea più precisa sui vantaggi e gli svantaggi di queste opere. Sia chiaro che l’essere contrari alle grandi dighe non equivale a sostenere che l’alternativa siano le centrali a carbone o nucleari. Vi sono, almeno in Africa, tutta una serie di esperienze di “piccoli sbarramenti” e piccole centrali idroelettriche, che dovrebbero essere viste (e studiate) con maggior attenzione, soprattutto alla luce degli storici fallimenti dei grandi progetti.

Questa breve “passseggiata” trdesertac800px desertec map large Energia in Africaa l’energia elettrica in Africa, non poteva tralasciare il progetto Desertec, una rete di centrali elettriche (solari ed eoliche) da posizionare nel deserto (solari) e sulle coste atlantiche (eoliche). L’ottica di questo progetto è europea, ovvero serve a soddisfare una parte del bisogno energetico europeo, ma stiamo parlando di energie rinnovabili (in fin dei conti oggi si sfrutta il petrolio e il gas che provengono dalla stessa area). Ad ogni modo vi posto questa interessante analisi sul progetto.

 

da Sancara di Gianfranco Della Valle

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