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Demografia ed Economia: parliamo della nostra futura travagliata morte.

a Demografia ed Economia: parliamo della nostra futura travagliata morte.

 Luca Signorelli (1445-1523) – Allegoria della fertilità

                 Ai nostri giorni il problema demografico europeo é per lo più valutato in funzione dell’impatto che il calo demografico e l’allungamento della vita media avrà sul sistema pensionistico e sui suoi costi. Valutazione certo doverosa, ma che non evidenzia appieno altri e forse più importanti aspetti del problema.

                Di uno sembra che nessuno voglia proprio parlarne e neppure pensarci: della morte. Non un discorso generico, ma proprio di quella che sarà la nostra morte. Eppure il modo con cui moriremo sarà in gran parte condizionato proprio dalla demografia. Questo post ha per scopo spiegare come e perché.

                 La seguente Tabella elenca gli Stati dell’Unione Europea, con accanto popolazione e Pil espresso in Usd al 2010[1]

Stato

Popolazione [mln]

PIL [mln $]

Cipro

0.082

2,319

Malta

0.420

10,405

Lussemburgo

0.505

41,091

Estonia

1.333

24,689

Slovenia

2.018

56,578

Romania

2.143

25,416

Lettonia

2.248

32,513

Lituania

3.293

56,586

Irlanda

4.471

172,345

Finlandia

5.377

185,979

Slovacchia

5.430

120,166

Danimarca

5.535

201,739

Bulgaria

7.531

96,778

Austria

8.377

332,005

Svezia

9.327

354,716

Ungheria

10.013

187,627

Repubblica Ceca

10.507

261,294

Portogallo

10.638

247,037

Belgio

10.924

394,346

Grecia

11.187

318,082

Paesi Bassi

16.605

676,895

Polonia

38.086

721,319

Spagna

46.019

1,368,642

Italia

60.341

1,773,547

Regno Unito

62.223

2,172,768

Francia

62.960

2,145,487

Germania

81.604

2,940,434

Unione europea

496.221

15,685,547

 

                Come si constata, esiste una correlazione significativamente positiva (r=0.9846) tra popolazione e PIL. Questo dato é noto da molto tempo, ma riportiamo la Tabella solo per corroborare i seguenti enunciati:

  • Ad un incremento demografico si associa un aumento proporzionale del PIL.
  • Ad un decremento demografico si associa un decremento proporzionale del PIL.

                 Ciò appurato, consideriamo adesso la demografia della popolazione italiana come si presenta al gennaio 2011 e come si presenterà al 2030, ossia tra diciannove anni. L’inferenza é certa, a meno di morti all’interno delle classi, essendo noto che l’età media attuale si aggira attorno agli 81 anni per i maschi ed 86 anni per le femmine. Si tratta quindi soltanto di effettuare somme traslate[2].

 

 

Anno 2011

 

Anno 2030

 

Maschi

Femmine

Totali

 

Maschi

Femmine

Totali

Età 19-65

18,932,321

19,149,612

38,081,933

 

17,162,109

16,695,385

33,857,494

Età > 65

4,906,243

6,800,412

11,706,655

 

6,320,055

8,362,859

14,682,914

Femmine 20-40

 

8,140,800

     

5,893,104

 

 

                In Tabella sono riportate tre classi di età. Quella compresa tra i 19 ed i 65 anni comprende le persone in età lavorativa, anche se al 2030 il limite dei 65 anni potrebbe essere alquanto maggiore. Si noti però che l’innalzamento per legge dell’età pensionabile non corrisponde necessariamente ad una maggiore resistenza biologica della persona. La classe che comprende gli over 65 non si riferisce in senso stretto ai pensionati, quanto piuttosto alle persone che per anzianità non possono più svolgere lavori proficui. La classe 20-40 anni è stata calcolata solo per le femmine, essendo questa la fascia fertile da un punto di vista ginecologico. Ciò non esclude che una femmina possa partorire con età fuori da questa fascia, ma dal punto di vista statistico sono quantità trascurabili.

                Tenendo conto di queste considerazioni, vediamo che il rapporto lavoratori/anziani passerà da 3.253 a 2.306, il numero di persone idonee al lavoro scenderà da 38,081,933 a 33,857,494, con una perdita netta di 4,224,439 unità, ossia un calo percentuale del 12.25%, aumentando sia il rapporto debito/Pil, sia quello debito/pro capite, ed ogni persona in età lavorativa avrà un maggior onere del 41%.

                Fin qui i dati di statistica economica, ma il problema diventa per più rilevante considerando un altro aspetto, spesso misconosciuto.

                Le persone anziane, anche se autosufficienti, hanno bisogno di un certo numero di persone valide che le supportino e questo numero aumenta quando perdono l’autosufficienza, vuoi per malattia vuoi per l’età stessa.

                Secondo i dati Inps, in Italia via sarebbero ora 718,000 badanti, in gran parte straniere[3]. Ciò significa che nel 2011 un anziano su 16 é accudito da una badante, ma che nel 2030 ne sarebbero necessarie 900,582. Qui il problema non si configura nel solo aspetto economico, anche se sembrerebbe del tutto logico prospettare che nel progressivo depauperamento del paese sia inverosimile che novecentomila lavoratori possano permettersi di stipendiare una badante a circa 1,200 Eur/mese, oltre a sostenere tutte le spese di gestione dei parenti anziani.

               Il problema diventerà trovarle. Più il paese si impoverisce e meno diventa appetibile per l’immigrazione. Senza tener conto che l’immigrazione dagli attuali paesi emergenti tenderà a contrarsi con la loro piena emersione. Si aggiunga poi che la riduzione del rapporto giovani/anziani non può non ripercuotersi anche sul tempo disponibile a chi lavora per poter accudire gli anziani. A questo fenomeno dovrà aggiungersene un altro, altrettanto e forse ancor più severo. Circa il quaranta per cento degli anziani non ha procreato e, quindi, essendo senza figli, dovrebbe andare in carico ai servizi sociali[4], se a quell’epoca ancora esisteranno, almeno nella forma attuale. 5.9 mln di anziani senza familiari richiederebbero da soli circa un milione di persone dedicate ad assisterli. Sono nuovamente numeri non soddisfabili. Con il volgere del tempo, chi diventerà anziano e perderà anche se parzialmente la propria autosufficienza, sarà sempre più costretto ad arrangiarsi, specie se senza prole o senza parenti disposti ad occuparsi di lui. Ma tutto ha un limite.

                Né si pensi che sia possibile immettere masse del genere in strutture gerontocomiali. Per quanto riguarda i posti letto per acuti, l’Istat riporta che si è passati da 65.5 posti per 10 mila residenti del 1996 a 39.7 del 2004, mentre i posti in gerontocomi sono stimati essere al 2011 circa 28.1/mille over 65, ossia 328,957[5]. Nel 2030 la necessità salirebbe a circa 800,000 posti, cosa che implicherebbe poter disporre di almeno 160,000 addetti, oltre ovviamente le strutture.

                Lo sforzo edilizio e di reperimento del personale sembrerebbero del tutto improponibili. Ma anche se vi fossero grandi possibilità economiche, al momento non prevedibili, il personale che assisterà gli anziani non potrà essere assunto a tempo indeterminato. Infatti, a partire dal 2030 la percentuale di over 65 inizierà a diminuire rapidamente, creando nel volgere di un decennio una consistente quota di esuberi. Questo sarà un altro elemento che ostacolerà il reperimento del personale assistenziale.

                Possiamo adesso trarre alcune conclusioni.

                I dati suggeriscono che tra vent’anni la gestione degli anziani, autosufficienti o meno, costituirà un severo problema non solo economico, ma soprattutto per quanto riguarda la carenza di parenti  e di personale che si possano dedicare a loro. A ciò non potrà non conseguire un notevole degrado nel già basso livello assistenziale. Un anziano allettato avrebbe bisogno non solo di chi lo pulisca, lo cambi, lo imbocchi, lo curi: questo garantisce solo la sopravvivenza biologica. Avrebbe bisogno anche di qualcuno con cui chiacchierare, di qualcuno che gli dimostrasse affetto ed amore. Se è triste morire soli, se spesso é difficile che i figli possano assistere l’anziano come vorrebbero, é davvero terribile la prospettiva di passare interminabili giornate soli in casa, oppure mesi, se non anni, in un letto di corsia con personale così scarso e demotivato che viene dopo decine di minuti che hai chiamato, che ti accudisce sommariamente. Chiunque abbia provato la sensazione che si ha di essere abbandonati quando ci si è sporcati, ed il personale tarda a venire,  potrà meglio capire quanto stiamo dicendo. Infine, per quale motivo i giovani dovrebbero farsi in quattro per accudire degli anziani che per godersi la vita li hanno lasciati in rovina, carichi di debiti? Possono gli egoisti sperare nell’altrui solidarietà?

                 Quid agendum sit? Cosa si potrebbe fare?

                Questa generazione adulta dovrebbe interrogarsi sul perché abbia voluto godersi giovinezza e maturità senza pensare al futuro. Come ho detto, non é solo questione meramente economica. Il non aver procreato è quasi invariabilmente il risultato di un egoismo di base, che non ha accettato i vincoli matrimoniali anche nel loro scopo principale, ossia il “bonum prolis“, ossia la generazione di prole. Ma é anche il frutto di una colpevole miopia, il non aver razionalizzato che l’etica matrimoniale non é un obbligo fine a sé stesso, ma anche una vera e propria tutela.  La nostra generazione adulta ha goduto una quantità rilevante di benefici, il costo dei quali ricadrà sulle spalle dei nostri giovani che non potranno mai goderne. Essi diventeranno i suoi più implacabili accusatori.

                Se adesso la frittata é fatta, perché anche se le nascite aumentassero a livello vertiginoso servirebbero pur sempre due decadi per formarne degli adulti, si potrebbe rimediare almeno in parte essendo solidali con i nostri giovani, nei fatti non solo a parole. Se non altro per poter sperare in un po’ di gratitudine quando ce ne sarà bisogno.

                Allora, perché non rinunciare a qualcosa, per esempio riducendosi stipendi e pensioni, rinunciando alla tredicesima per rimettere più rapidamente in sesto l’economia, generando così situazioni più idonee ad aumentare le possibilità lavorative dei giovani e, con esse, permettere loro di formarsi le loro famiglie, che si spera siano feconde[6]?

 Giuseppe Sandro Mela


[1] International Monetary Fund. World Economic Outlook Database, April 2011. Table 5.

[2] Fonte: http://demo.istat.it/pop2011/index.html

[3] http://www.foggiapress.it/notizie/economia/7538-colf-e-badanti-il-numero-cresciuto-dell82-in-5-anni.html

[4] Percentuale calcolata dall’autore elaborando dati cortesemente forniti dall’anagrafe della città in cui risiede.

[5] Questa stima é limitata ai posti pubblici: il numero totale dovrebbe avvicinarsi a 600,000.

[6] Questa soluzione é già stata adottata in Germania a partire dal 2006. cfr: http://www.paginedidifesa.it/2006/pdd_06231.html

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Posted by on ott 28 2011. Filed under IL BLOG DI BEPI MELA, IN EVIDENZA. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry
  • http://pulse.yahoo.com/_T25PDIZGL4V4EPV37XIPX7KOXM Hate the Pensioners

    articolo eccellente anche se francamente ogni pensionato con un reddito medio di 15000 euro non se la passa molto male…cmq effettivamente il focus è sulla mancanza di natalità

    sarebbe interessante capire come si stanno organizzando in Giappone

    • Giuseppe Sandro Mela

      Grazie dei complimenti e della bella domanda.
      Dal punto di vista economico il sistema pensionistico giapponese é prevalentemente organizzato con il metodo contributivo, e per larghi settori della popolazione le pensioni percepite sono state anche ponderate per l’incremento della vita media, per l’attesa di sopravvivenza. I contributi, ritenute ma molto più spesso piani previdenziali privati, sono maggiori dei nostri, anche perché il Giappone ha sempre praticato una politica di bassi tassi di interesse, per cui non può far largo conto su di una ricapitalizzazione consistente.
      Per quanto riguarda invece l’aspetto demografico, la situazione é forse peggiore di quella italiana. Nel 2008 il tasso di fertilità era attestato a 1.27 (contro l’1.41 dell’Italia): sulla base di questi dati é stato inferito che nel 2046 la popolazione dovrebbe scendere dagli attuali 127 a poco meno di 100 milioni [National Institute of Population and Social Security Research, Population Projections for Japan: 2006-2055, Tokyo, December 2006], con tutte le conseguenze che ne deriveranno.
      Forse il Giappone é avvantaggiato rispetto all’Italia perché ha un senso della famiglia meglio conservato, ma rimane tutto da vedere se questa attuale coesione potrà mantenersi nel tempo.
      Certo è che nella competizione a livello asiatico e mondiale, il Giappone si avvia a diventare un potenza di secondo piano, in un costante declino.

  • Otello Girardi

    caro collega blogger, ti consiglio H.dent ………http://www.hsdent.com/

    • Giuseppe Sandro Mela

      Caro Sig. Girardi,
      La ringrazio sia dell’attenzione sia del suggerimento, che é davvero benvenuto.
      Ho letto molti dei Suoi interventi, ed ammiro la sua dimensione culturale e la capacità di sintesi: ecco perché mi permetto di risponderLe aumentando la posta, anche per sentire il Suo parere in materia, per avviare un dibattito costruttivo. Spesso poi alla stima segue l’amicizia.
      Sicuramente Mr. Harry Dent ha ben focalizzato l’impatto della demografia sui sistemi economici, ed anche in tempi non sospetti. Il suo contributo dovrebbe far parte del bagaglio culturale dell’uomo medio.
      Tuttavia, a mio sommesso avviso, noi non stiamo vivendo una nuova Grande Depressione.
      Stiamo vivendo un cambiamento epocale simile alla caduta dell’Impero romano.
      Non solo miliardi di Orientali stanno emergendo da un lungo letargo economico di desolante miseria, ma noto in loro uno sbalorditivo cambiamento culturale che sa assimilare con incredibile velocità quanto sia loro utile dell’Occidente, inserendolo però nel loro modo di pensare, nel loro retaggio. Non ricalcano l’occidentalizzazione giapponese: al contrario, stanno orientalizzando quelle che comunemente vengono denominate le comuni radici europee.
      A ciò si associa l’esaurimento funzionale dell’Occidente, già intravisto lucidamente un secolo fa da Spenger: il nostro sbandamento affonda le sue cause in motivi religiosi, filosofici, di concezione della società e delle sue strutture, che alla fine hanno esitato, ma come conseguenza non come causa, in una crisi finanziaria ed economica, a mio sommesso avviso ancora del tutto sottovalutata.
      Tutto sommato, la crisi dei subprime é stato solo il trigger: prima o poi il sistema sarebbe imploso.
      Se si prendono in considerazione questi elementi, anche solo come ipotesi di lavoro, l’approccio di Mr. Dent appare corretto ma parziale: probabilmente perché lo conosco superficialmente, non mi sembra porgere quella soluzione globale nella quale inserire anche il problema economico e finanziario. La felicità dell’essere umano dipende anche, ed in gran grado, dalla sua dimensione economica, ma questo é elemento necessario ma non sufficiente.
      In altri termini, mi sembra che la risposta soddisfacente debba partire dalla concezione filosofica (antropologia, se vuole) della persona umana vista ed intesa nella sua globalità, sentimenti, psicologia, intelletto, libertà politica ed economica,e non da ultimo religiosa,  considerando l’uomo per quello che é, evitando con la massima cura ogni qualsiasi forma di idealismo che alla fine coerce l’uomo in un turbinio di contraddizioni. E’ per questo motivo che mi azzardo a dire che sarebbe limitativo affermare che stiamo transitando da una società dei diritti ad una dei doveri, che stiamo vivendo l’implosione del welfare socialisteggiante. Qui si constata quanto la concezione filosofica, sociopolitica ed economica illuminista non rappresenti più la realtà contemporanea, sempre che abbia davvero rappresentato qualcosa. L’urgenza etica appare non più a lungo rimandabile.
      Non voglio fare un romanzo, e quindi mi fermo qui: ma sono sicuro che Lei saprà ben integrare a quanto sopra tutte le conseguenze del caso.
       
      Sarei davvero lieto di sentire cosa ne pensa in materia.

      gsm

  • Gpg Imperatrice

    Articolo che tocca un tema fondamentale. Ci torneremo con proposte operative complessive, che tengano conto di quanto enunciato nell’articolo, che e’ una verita’ inconfutabile.
    Oltre agli aspetti economici ed economico-sociali, vi sono anche risvolti squisitamente sociali.
    Ci torneremo sopra. Complimenti.

  • Lippa

    Bella roba,

    Per prima cosa il pil cresce non solo per motivi demografici ma per altri ben più solidi:
    - controllo delle banche da parte dei governi
    - politiche di protezionismo
    - controllo della moneta…

    giusto per capirci la corea cresce del 5% annuo senza nessun apporto migratorio e con un’andamento demografico similare a quello italiano, l’argentina con il ripudio dell’usura globale si spara un 10% di crescita del pil annuale…

    se il problema fosse solo di natura economica, l’autore del mediocre articolo dovrebbe prima di tutto prefiggersi l’immediata uscita dall’euro che regalerebbe ritmi di crescita argentini.

    poi, dove stà scritto che una riduzione delle popolazione di uno dei paesi più densamente popolati al mondo com’è l’italia sia una cosa così drammatica ?
    una volta eravamo di meno eppure c’era pane e crescita per tutti….

    ci saranno più anziani ?
    mbeh ? un paese con il pieno controllo della propria moneta più prendersene carico senza nessun problema, stampa e paga le badanti ITALIANE 5000 euro al mese, metre se uno vuole fare l’avvocato o il grande intellettuale del piffero se ne prende 1000 e se ne và affanculo cantando.

    dov’è il problema ?

     certo che se una nazione rinuncia ad ogni straccio di sovranità, da quella monetaria a quella politica, e si prefigge solo di pagare l’assistenza con i ceci e i fagili i problemi ci sono tutti.

    perciò non è solo un problema di rapporto anziani / popolazione attiva, la cosa è ben più complessa.

    Antionio

  • Lippa

    Giuseppe Sandro Mela :
    “..nella competizione a livello asiatico e mondiale, il Giappone si avvia a
    diventare un potenza di secondo piano, in un costante declino….”

    e questo secondo l’illuminato Mela solo per motivi demografici !

    caro Mela, lei conosce il giappone dai racconti che legge sui dolcetti della fortuna.

    Se lo lasci pure dire da uno che ci ha vissuto e lavorato per anni, la smetta di blaterare su cose che non conosce minimamente già ha dato con un’articolo di  cotanta “elevatura” non insista nel tafazzamento.

    il giappone che tanto è in declino ha  sostanzialmente  un pil pari alla cina, e parliamo di un pase con 120 ml. di abitanti, mica del continente cinese con i suoi migliardozzo e mezzo di abitanti si faccia pure i suoi conti.

     se poi aggiunge che la maggior parte delle produzioni cinesi sono fatte su diritti e aziende controllate giapponesi…. alla faccia del cadente impero.

    i problemi del giappore, caro Mela sono altri e ben diversi da quelli demografici, non mi sorprende che un’orientalista della domenica come lei non sappia manco da che parte iniziare.

    ciò non toglie che il calo demografico non sia uno scherzo, ma caro Mela, un paese con un pil simile e UNA BANCA CENTRALE CONTROLLATA PIENAMENTE DAL GOVERNO potrà ben badare ai suoi anziani, senza particolari patemi.

    se poi il sovrapopolato giappone si svuotasse un pò non ci sarebbe nulla di tragico, anzi… ne guadagnerebbero in vivibilità.

    saluti
    Antonio

    • Giuseppe Sandro Mela

      Caro Sig. Antonio (Lippa 1),
      Grazie del suo intervento.
      Noto con piacere che la Sua lunga permanenza in Giappone Le ha consentito di acquisirne l’innata cortesia e delicatezza espressiva.
      gsm

      • Lippa

        Caro gsm
        Mi pare che non abbia nulla da dire sulla sostanza di quello che ho detto, visto che è ridotto ad accanirsi solo sulla forma espressiva….

        Antonio
         

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