liberalismo 300x204 LIBERALISMO E ANTILIBERALISMO (Parte 4)DI GIAN PIERO DEL BELLIS

La svolta deplorevole dell’idea

Una volta poste le basi per una revisione della teoria liberale in una direzione che giustificava l’intervento dello stato per presunti motivi sociali, la strada era aperta perché lo stato giocasse un ruolo sempre più importante in ogni aspetto della vita sociale. Un ruolo attivamente promosso da uomini politici liberali, talvolta in alleanza con politici conservatori e socialisti favorevoli allo stato.

La politica sembra essere il cimitero di ogni concezione e aspirazione alla libertà e alla emancipazione. A seguito della formazione di partiti liberali in Europa (ad esempio, il Partito Liberale in Inghilterra nel 1859) lo sforzo di tutti gli uomini politici si concentrò sul convincere le persone che la libertà era una questione risolvibile con provvedimenti legislativi e che i rappresentanti in Parlamento erano il veicolo indispensabile per introdurre provvedimenti intesi a migliorare le condizioni di vita delle masse.

In un periodo storico in cui un numero crescente di persone erano ammesse al voto e in cui le idee socialiste di uguaglianza economica erano in ascesa, tutti i partiti politici, per arrivare al potere o rimanervi, erano favorevoli a introdurre misure che soddisfacessero il desiderio di sicurezza sociale delle masse più che le aspirazioni alla emancipazione personale degli individui.

Il gioco politico si incentrò quindi su chi sarebbe stato più capace di ottenere il favore del popolo provvedendo ai suoi bisogni e catturandolo in una rete fatta di propaganda culturale e protezione economica.

In questo gioco di vendita delle illusioni e distribuzione dei premi, i partiti e gli uomini politici liberali parteciparono attivamente. Albert Nock bollò a fuoco questo atteggiamento quando scrisse: “di tutte le forme di impostura politica, il Liberalismo mi è sempre apparso come il più immorale, in quanto il più pretenzioso e il più ingannevole.” (Anarchist’s Progress, 1927)

Durante il diciannovesimo secolo, attraverso movimenti e partiti politici, il liberalismo assunse tre aspetti che ne avrebbero alterato definitivamente alcuni suoi tratti specifici originari e avrebbero condotto a qualcosa di ancora peggio. Questi tre aspetti sono:

- Nazionalismo. Le lotte nazionali per l’indipendenza, ad esempio quella dei patrioti italiani, erano animate e promosse da molti individui che abbracciavano idee liberali; essi ispirarono e attrassero le simpatie di molti altri liberali in Europa (ad esempio, quelle di Gladstone in Inghilterra). Sfortunatamente, nel corso del tempo, il nazionalismo si trasformò da leva culturale per formare individui indipendenti con una visione cosmopolita, in un fattore politico per la diffusione dell’imperialismo statale, mano a mano che ogni stato nazionale iniziava a indirizzarsi verso l’ampliamento dei suoi possedimenti territoriali. Facendo riferimento ancora una volta all’Italia, la prima mossa di un certo rilievo in tale direzione fu ad opera di un uomo di stato liberale, Giovanni Giolitti, quando egli iniziò la campagna per l’annessione della Libia (1911). In questa avventura imperialista egli era stato preceduto e sarà seguito da altri uomini politici liberali e conservatori in molti stati europei (ad es. Lord Asquith in Inghilterra, Jules Ferry in Francia, Friedrich Naumann in Germania). È quindi appropriato affermare che “sostanzialmente il nuovo imperialismo era un fenomeno nazionalistico” (C. J. H. Hayes, A Generation of Materialism, 1941) e che i liberali sono da annoverare tra i suoi promotori.

- Assistenzialismo. La prima spinta verso lo stato assistenziale venne data in Germania dall’ultra-conservatore cancelliere Otto von Bismarck con una serie di provvedimenti introdotti durante gli anni 1880 (assicurazione malattia nel 1883, assicurazione incidenti nel 1884, assicurazione infermità e vecchiaia nel 1889). L’esempio risultò contagioso soprattutto perché si trattava di provvedimenti che potevano soddisfare sia l’istinto conservatore (provvedere agli strati più bassi per placare le paure degli strati più alti) che l’istinto progressista umanitario (provvedere agli strati più bassi per mitigare il senso di colpa degli strati più alti). I partiti liberali si collocarono quindi in prima fila per l’introduzione di ogni sorta di interventi statali, partendo dal livello municipale, come sostenuto da Robert Blatchford, un giornalista e scrittore inglese nel suo libro estremamente popolare, Merrie England (1893). Nel corso dei primi decenni del secolo 20°, con il liberale inglese Lloyd George raggiungiamo una delle vette del liberalismo statale sotto forma di uno stato paternalistico che si propone di prendersi cura della vita degli individui, dalla culla alla bara.

- Laicismo. Mentre alcuni pensatori liberali classici erano cattolici (come Lord Acton) o mossi da sentimenti religiosi (come Constant e Tocqueville), molti uomini politici liberali, con i loro occhi fissi sul raggiungimento del potere o già installati al potere, vedevano la religione come una ideologia che poteva entrare in conflitto con la fedeltà dei sudditi allo stato, e la Chiesa come una autorità in concorrenza diretta con il potere dello stato. Per cui, sia la religione che la Chiesa, dovevano essere controllati, emarginati e, se possibile, eliminati, anche in nome della separazione dei poteri, intendendo con ciò, in realtà, che lo stato doveva diventare onnipotente e la Chiesa priva di potere (cioè subordinata al potere statale). In Germania, ad esempio, vi era il barone Virchow, uno dei fondatori del partito liberale (Deutsche Fortschrittspartei) che, in alleanza con Bismarck, promosse una campagna contro la Chiesa Cattolica (la lotta culturale o Kulturkampf) chiedendo, con successo, l’introduzione di leggi anti-clericali (1873). In Francia il radicale Jules Ferry fu l’artefice del pieno controllo statale della istruzione al fine di rimpiazzare la religione della Chiesa (cattolicesimo) con la religione dello Stato (statismo).

Se consideriamo questi tre aspetti della trasformazione del pensiero e della pratica liberali, possiamo davvero attribuire a quasi tutti i governi “liberali”, quello che un pensatore liberale classico (Piero Gobetti) scrisse facendo riferimento agli interventi nel campo economico e sociale di un uomo politico liberale italiano (Giovanni Giolitti) e cioè che “il liberismo diventa socialismo di Stato” e che “Giolitti ha avuto l’eroico cinismo di presentare come liberale questa politica di saccheggio dello Stato.” (La rivoluzione liberale, 1924)

Alcuni liberali sono stati molto sinceri riguardo alla direzione che essi stavano prendendo. È il caso di un uomo politico liberale inglese, Sir William Harcourt, che, in un discorso tenuto nel 1887, pronunciò una frase divenuta famosa: “Adesso siamo tutti socialisti.” Tuttavia egli avrebbe dovuto essere più preciso nell’uso delle parole, affermando invece: “Noi, uomini politici liberali, siamo adesso tutti socialisti statalisti.” E questo avrebbe offerto un quadro più veritiero del sovvertimento totale di una idea in qualcosa del tutto diverso da quello che era in origine e da quello che sarebbe potuto diventare.

Attraverso questa trasformazione, tutte le premesse erano state poste per un capovolgimento della concezione liberale. Questo avvenne con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, una guerra che sarebbe stata inconcepibile e altamente improbabile in un contesto europeo fatto di società veramente liberali, basate sulla tolleranza universale, il cosmopolitismo e il libero commercio a livello mondiale.

Il capovolgimento totale dell’idea

La preparazione per la guerra, all’inizio del 20° secolo, con un forte aumento delle spese militari da parte dei maggiori stati europei, e il loro successivo precipitarsi nel conflitto, è il segno più evidente che il Liberalismo era praticamente estinto quando iniziò il folle massacro nell’Agosto del 1914.

La prima guerra mondiale rappresentò la fine del Liberalismo in quanto concezione e pratica basate sull’individuo e sulle sue libere scelte in tutti i campi della vita sociale e la trasformazione del liberalismo (come di ogni alto “ismo”) in uno strumento di potere e di controllo da parte dello stato.

Il mondo anglosassone che aveva prodotto le idee di base a cui il nome di Liberalismo “classico” fu assegnato in seguito, si trovò ancora in prima fila nella elaborazione della nuova concezione di liberalismo “moderno” o “progressista” che avrebbe capovolto quello “classico”.

Le formulazioni teoriche di Leonard Hobhouse (Liberalism, 1911) e i provvedimenti pratici introdotti dai governi liberali di Lord Asquith e Lloyd George (Old Age Pensions, 1908; National Health Insurance Act, 1911) segnarono il vero inizio dello stato assistenziale nel Regno Unito.

John A. Hobson fu pronto a riconoscere ciò quando scrisse: “Per la prima volta nella storia del Liberalismo Inglese, i capi con un notevole sostegno da parte dei semplici militanti si sono impegnati con zelo e addirittura con appassionate convinzioni a promuovere una serie di misure pratiche che, sebbene non intimamente connesse al loro intento immediato, hanno il risultato comune di accrescere i poteri e le risorse dello Stato per il miglioramento della condizione materiale e morale del popolo.” (The Crisis of Liberalism, 1909)

Comunque, è stato dopo la guerra che i pensatori e gli uomini politici liberali hanno abbandonato definitivamente le idee di base del governo minimo e del laissez-faire per abbracciare l’intervento statale esteso e la regolamentazione statale nella vita economica e sociale.

In Italia, il filosofo Benedetto Croce, la voce maggiore del liberalismo, era all’opera per separare, concettualmente, la libertà politica da quella economica: la prima considerata la vera caratteristica del liberalismo (e cioè le libertà politiche come diritti umani basilari); la seconda, sotto il nome di liberismo, vista come una aggiunta rimpiazzabile se non addirittura del tutto inutile per la visione e la pratica liberali. Per Croce “l’utopia del laissez-faire laissez-passer … come panacea dei mali sociali, era smentita dai fatti.” (Storia d’Europa nel secolo decimonono, 1932) Nella concezione di Croce, il liberismo e il protezionismo erano solo due approcci economici differenti, entrambi accettabili e appropriati in relazione a situazioni storiche mutevoli, e non erano affatto modi di pensare e di agire nella sfera economica, come era ritenuto dai liberali classici. Croce quindi diede un colpo tremendo ad alcune idee che erano considerate come componenti indispensabili della concezione liberale. Infatti Bruce Smith, un imprenditore, avvocato e uomo politico australiano era stato molto esplicito al riguardo quando egli aveva scritto: “è quanto mai chiaro che una persona non può essere, al tempo stesso, un ‘Liberale e un Protezionista’.” (Liberal and Liberalism, 1887).

Per mettere in atto questo capovolgimento totale della concezione liberale, ciò di cui vi era bisogno era che un famoso economista intervenisse e dichiarasse la impossibilità del corretto funzionamento dei rapporti sociali ed economici senza la presenza regolatrice dello stato. In altre parole, dichiarare, come un dato di fatto scientifico, la morte del Liberalismo. Questo avvenne grazie all’intervento del più famoso economista liberale dell’epoca: John Maynard Keynes.

In una serie di saggi di cui i più famosi furono The End of Laissez-Faire (1926) e National Self-Sufficiency (1933), Keynes sostenne apertamente la fine del libero scambio e il ripiegamento nell’ambito di economie nazionali autarchiche. Nella sua opera principale, The General Theory of Employment, Interest and Money (1936) Keynes fornì allo stato gli strumenti teorici e le giustificazioni morali per un esteso intervento nella sfera economica. Lo stato come “guardiano di notte”, ampiamente deriso da Lassalle, non esisteva oramai più, nemmeno come illusione liberale; al suo posto vi era ora lo stato come “faccendiere ficcanaso”, per usare il sottotitolo di un libro (Ernest Benn, Modern Government, 1936) apparso lo stesso anno del testo di Keynes.

Il tocco finale allo stravolgimento pieno dell’idea liberale di stato minimo venne dato da un altro liberale, William Beveridge, che produsse rapporti sulle politiche sociali(Social Insurance and Allied Services 1942; Full Employment in a Free Society, 1944) che contenevano idee e proposte che saranno attuate dal governo Laburista di Clement Attlee per la formazione del moderno stato assistenziale inglese.

L’influsso di questo nuovo approccio “liberale”ebbe un tale successo che, negli Stati Uniti, il termine liberale divenne il segno distintivo di coloro che erano a favore dell’intervento statale per risolvere ogni sorta di problemi. Non è quindi una esagerazione assurda affermare che il moderno stato interventista è più la creazione di pensatori liberali e uomini politici liberali che non l’opera di socialisti statalisti. In Inghilterra il Partito Laburista è stato solo lo strumento per percorrere un sentiero e attuare alcune idee che i liberali avevano ampiamente preparato. Anzi, si può addirittura affermare che lo stato paternalistico promosso dai liberali non era quello che molti lavoratori socialisti avevano in mente, quando discutevano e lottavano per l’emancipazione. Infatti, la riforma “liberale” dell’Assicurazione Nazionale introdotta da Lloyd George trovò l’opposizione di gran parte dei lavoratori manuali, attratti dal socialismo e dal mutualismo e sospettosi dell’interferenza dello stato. Questo non è sorprendente se si tiene conto del fatto che molti di loro erano già assicurati attraverso società di mutuo soccorso e associazioni volontarie di protezione.

Le caratteristiche principali di questo nuovo liberalismo possono essere riassunte sotto questi termini:

- Particolarismo. Lo stato-nazione con il suffragio universale, le maggioranze parlamentari e le schermaglie politiche diventa, per i liberali moderni, l’ultima parola in termini di organizzazione sociale e politica. Il cosmopolitismo del passato è tramontato, rimpiazzato dai particolarismi degli interessi nazionali; e anche quando si affrontano problemi sovra-nazionali attraverso organizzazioni internazionali, lo stato-nazione rimane l’attore principale per la maggior parte dei pensatori e attivisti liberali.

- Protezionismo. La convinzione dell’esistenza di una mano invisibile e di una armonia o aggiustamento spontaneo degli interessi appartiene al passato e al suo posto i liberali pongono lo stato regolatore e le politiche di protezione dell’economia nazionale. In questo modo i liberali sono diventati i sostenitori (soprattutto attraverso Keynes) di un nuovo mercantilismo.

- Paternalismo. Gli strati alti della società che avevano avuto un peso notevole nell’articolare molte idee del liberalismo, alla fine abbracciano il paternalismo sotto forma di stato assistenziale, come risultato della paura di un sommovimento sociale o come sbocco di un atteggiamento benevolo a favore dell’aiuto sociale. Ad ogni modo, così facendo, i liberali impediscono lo svolgimento di un processo di auto-emancipazione che rappresentava uno dei cardini del pensiero e dell’azione liberali.

Per spiegare questo cambiamento totale di prospettiva da parte dei liberali possiamo far riferimento ad un generale e crescente stato d’animo in favore dell’intervento statale. Indicativo di ciò è l’attrazione esercitata dai socialisti statalisti (i partiti social-democratici e nazional-socialisti) e la messa in disparte dei movimenti anarchici e marxisti per i quali, in modi diversi, lo stato appartiene al museo delle antichità, come espresso in maniera molto efficace da Friedrich Engels (Le origini della famiglia, della proprietà privata e dello stato, 1884).

Qualunque sia la possibile spiegazione, rimane comunque il fatto che è abbastanza scoraggiante vedere una concezione incentrata sull’individuo e sullo sviluppo della sua libertà e autonomia, diventare un movimento rappresentato da partiti politici che sostengono un intervento esteso di uno stato paternalista in cui l’individuo è posto sotto la sua guida e tutela.

In contrasto con questo dissesto del liberalismo, alcuni pensatori intervennero, con i loro scritti e le loro attività, per opporsi all’avanzata dello stato totalitario durante la prima metà del secolo 20°. Essi rappresentarono l’ultimo tentativo di salvare il liberalismo classico e di indirizzarlo verso nuovi orizzonti.

FINE PARTE 7/8 – CONTINUA

INDICE – I 10 CAPITOLI

Gli antecedenti dell’idea

La formulazione dell’idea

L’attuazione dell’idea

I limiti pratici dell’idea

Il mancato sviluppo dell’idea

Lo sviamento reale dell’idea

La svolta deplorevole dell’idea

Il capovolgimento totale dell’idea

I tentativi di salvataggio dell’idea

Oltre il liberalismo e l’antiliberalismo

QUI LA PRIMA PARTE: http://www.movimentolibertario.com/2011/10/26/liberalismo-ed-antiliberalismo-parte-1/

QUI LA SECONDA PARTE: http://www.movimentolibertario.com/2011/10/27/liberalismo-ed-antiliberalismo-parte-2/

QUI LA TERZA PARTE: http://www.movimentolibertario.com/2011/10/28/liberalismo-ed-antiliberalismo-parte-3/

 

Incoming search terms:

  • leonard hobhouse contesto storico