Ultimamente, ed in Italia in special modo, si continua a parlare di tassazione. Si parla di misure temporanee, si parla di misure di “coesione sociale”, si parla di lotta all’evasione come panacea di tutti i mali economici. Vengono quindi srotolate uan filza di nuove tasse sfavillanti per rimettere “in carreggiata” i paesei. La gente ci crede. Crede nella redistribuzione, che fornendo il proprio denaro ad una “entità superiore” questa possa onniscentemente direzionare i fondi in progetti produttivi. Questa è la stesse entità che ha dato il via al casino in cui ci troviamo oggi, non ha nulla di “onniscente” è solo composta da rapinatori che fregheranno tutto il possibile al popolo prima che la baracca che va a fuoco crolli. Lo capì anche Friedman l’unica volta che vennero prese in considerazione le sue parole. E guarda caso parlava di tasse. Rapina e controllo sociale, ecco a cosa servono le tasse. Vengono finanziati apparati che tengono sotto controllo e generano leggi liberticide, con la scusa delle elemosine per assicurarsi un “sottoproletariato” comodissimo per scopi di controllo sociale governativo ed i fini della classe dirigente. Il furto è prendere ad altri contro la loro volontà, a prescindere da chi lo fa.
_________________________________________
Questo articolo, una risposta ad Alan Greenspan’s call for a consumption tax, apparve originariamente in Review of Austrian Economics, 1994, Volume 7, No. 2, pp. 75–90, come The Consumption Tax: A Critique.
La Presunta Superiorità della Tassa sul Reddito
L’ortodossia economica neoclassica ha a lungo sostenuto che, dal punto di vista degli stessi tassati, una tassa sul reddito è “meglio di” un’accisa su una particolare forma di consumo, in quanto, oltre alle entrate totali estratte, che si presume siano le stesse in entrambi i casi, il peso del prelievo fiscale delle accise grava nei confronti di un particolare bene di consumo. In aggiunta all’importo totale riscosso, quindi, le accise distorcono e deviano la spesa e le risorse lontano da modelli di consumo preferiti dai consumatori. Vengono tirate fuori curve di indifferenza per dare una patina scientifica alla geometria di questa dimostrazione.
Come in molti altri casi tuttavia, quando gli economisti giudicano in fretta vari corsi d’azione come “buoni”, “superiori” o “ottimali”, le ipotesi ceteris paribus sottostanti tali giudizi – in questo caso, per esempio, che le entrate totali rimangono le stesse – non sempre reggono nella vita reale. Così, è certamente possibile, per motivi politici o altre ragioni, che una particolare forma di imposta non sia suscettibile a partorire lo stesso gettito totale di un’altra. La natura di una particolare tassa potrebbe portare a maggiori o minori entrate rispetto ad un’altra tassa. Supponiamo, per esempio, che tutte le tasse attuali vengano abolite e che lo stesso totale debba essere raccolto da una nuova capitazione, o tassa personale, che richiede che ogni abitante degli Stati Uniti paghi un importo pari al supporto dei governi federali, statali , e locali. Ciò significa che tra le entrate totali esistenti del governo degli Stati Uniti, che si stima siano pari a $1 biliardo, $380 milioni – e qui le cifre esatte non sono importanti – dovrebbero essere divisi tra un totale approssimativo di 243 milioni di persone. Il che significherebbe che ogni uomo, donna e bambino in America sarebbe tenuto a pagare al governo ogni singolo anno, $5,680. Ad ogni modo, non credo che una cosa di simili grandi dimensioni potrebbe essere una somma esigibile da parte delle autorità, non importa quanti poteri esecutivi siano concessi all’IRS. Un chiaro esempio in cui l’ipotesi ceteris paribus cade a pezzi.
Ma un esempio più importante, anche se meno eclatante, è a portata di mano. Prima della Seconda Guerra Mondiale, l’Internal Revenue raccoglieva l’intero importo, in un’unica soluzione, da ogni contribuente, il 15 Marzo di ogni anno. (L’estensione di un mese fu successivamente concessa a contribuenti ritardatari.) Durante la Seconda Guerra Mondiale, al fine di consentire una raccolta più semplice e più lineare delle aliquote molto più elevate per finanziare lo sforzo bellico, il governo federale istituì un piano ideato dall’onnipresente Beardsley Ruml di RH Macy & Co., e tecnicamente attuato da un giovane e brillante economista presso il Dipartimento del Tesoro, Milton Friedman. Questo piano, come tutti noi sappiamo fin troppo bene, costrinse ogni datore di lavoro nel mercato del lavoro a trattenere la tassa ogni mese dalla busta paga del dipendente ed a consegnarla al Tesoro. Come risultato, non c’era più la necessità per il contribuente di tirar fuori l’importo totale ogni anno in un’unica soluzione. Ci venne assicurato da tutti, al momento, che questa nuova ritenuta d’acconto era strettamente limitata all’emergenza rappresentata dal tempo di guerra, e che sarebbe scomparsa con l’arrivo della pace. Il resto, purtroppo, è storia. Ma il punto è che nessuno può seriamente sostenere che un’imposta sul reddito spogliata dal potere di trattenerla, possa essere raccolta ai suoi attuali livelli elevati.
Una ragione, quindi, per cui un economista non può sostenere che l’imposta sul reddito, o qualsiasi altra imposta, sia migliore dal punto di vista della persona tassata, è che il reddito totale raccolto è spesso una funzione del tipo di imposta applicata. E sembrerebbe che, dal punto di vista della persona tassata, meno gli viene tolto e meglio è. Anche l’analisi della curva d’indifferenza avrebbe dovuto confermare tale conclusione. Se qualcuno vuole sostenere che una persona tassata è delusa dal basso carico fiscale che gli viene chiesto di pagare, quella persona è sempre libera di compensare il presunto deficit facendo un regalo volontario alle disorientate ma felici autorità fiscali.[1]
Un problema insormontabile con un economista che raccomanda qualsiasi forma di imposta dal presunto punto di vista della tassato, è che il contribuente potrebbe avere particolari valutazioni soggettive per la forma dell’imposta, a parte l’importo totale riscosso. Anche se l’importo totale da lui estratto è lo stesso per la tassa A e la tassa B, potrebbe avere valutazioni soggettive molto diverse dei due processi di tassazione. Torniamo, per esempio, al nostro caso del reddito rispetto ad una accisa. Le imposte sul reddito sono raccolte nel corso di un esame coercitivo e persino brutale di ogni aspetto della vita di ogni contribuente da parte dell’onniveggente ed onnipotente Internal Revenue Service. Ogni contribuente, inoltre, è obbligato per legge a tenere una contabilità precisa dei suoi redditi e deduzioni, e poi, faticosamente ed in modo veritiero, a compilare ed a spedire le stesse relazioni che tenderanno ad incriminarlo per debiti fiscali. Un’accisa, diciamo sul whisky o sui film, non si introdurrà direttamente nella vita ed il reddito di nessuno, ma solo nelle vendite del cinema o del negozio di liquori. Mi permetto di giudicare che, nel valutare la “superiorità” o “l’inferiorità” delle diverse modalità di tassazione, anche il più determinato bevitore o spettatore pagherebbe allegramente prezzi molto più elevati per il whisky o i film di quanto gli economisti neoclassici contemplino, al fine di evitare il lungo braccio dell’IRS.[2]
Le Forme di Imposta sui Consumi
Negli ultimi anni, la vecchia idea di un’imposta sul consumo rispetto ad una tassa sul reddito è stata proposta da molti economisti, soprattutto dai conservatori presumibilmente pro-libero mercato. Prima di passare ad una critica della tassa sui consumi come un sostituto per l’imposta sul reddito, si deve rilevare che le attuali proposte per una tassa sui consumi priverebbe i contribuenti della gioia psichica di sradicare l’IRS. Infatti, mentre la discussione è spesso espressa in termini di aut-aut, le varie proposte ammontano ad aggiungere una nuova tassa sul consumo in cima al possente armamentario attuale di potere impositivo. In breve, visto che l’imposta sul reddito potrebbe avere raggiunto i suoi limiti politici per il momento, i nostri consulenti e teorici fiscali stanno suggerendo al governo di utilizzare una nuova e splendente arma fiscale. Oppure, nelle parole immortali di quello zar economico e servo dell’assolutismo, Jean-Baptiste Colbert, il compito delle autorità fiscali è quello di “prendere l’oca in modo da ottenere la maggiore quantità di piume con la minore quantità di fischi.” Noi contribuenti, naturalmente, siamo le oche.
Ma facciamo buon viso alla proposta della tassa sui consumi, e affrontiamo l’argomento come una sostituzione completa delle imposte sui redditi con un’imposta sui consumi, con un i ricavi totali che rimangono gli stessi. Il nostro primo punto è che una forma di imposta sui consumi non solo manterrebbe esistente il dispotismo dell’IRS, ma lo renderebbe ancora peggiore. Questa è la tassa sui consumi proposta dapprima da Irving Fisher.[3] L’imposta di Fisher avrebbe mantenuto l’IRS, così come il requisito che tutti mantenessero un registro dettagliato, fedele e veritiero della stima dei propri tributi. Ma avrebbe aggiunto qualcos’altro. Oltre a riportare le proprie deduzioni, tutti sarebbero stati tenuti a segnalare la proprie aggiunte o sottrazioni di beni capitali (compresi i contanti) nel corso dell’anno. Poi, ognuno avrebbe dovuto pagare l’aliquota fiscale indicata sul suo reddito meno la sua aggiunta al capitale fisso, o consumo al netto. O, al contrario, se avesse speso più di quanto guadagnato nel corso dell’ultimo anno, avrebbe pagato una tassa sul suo reddito, più la sua riduzione del capitale fisso, ancora una volta eguagliandola al suo consumo netto. Qualunque siano gli altri meriti o demeriti della tassa Fisheriana, aggiungerebbe potere all’IRS su ogni individuo, dal momento che lo stato del suo patrimonio, incluso il suo stock di liquidità, sarebbe ora esaminato con la stessa cura con cui viene esaminato il suo reddito.
Una seconda proposta per una tassa sui consumi, l’IVA, o imposta sul valore aggiunto, impone una curiosa tassa gerarchica sul “valore aggiunto” di ogni impresa e di ogni attività. Qui, invece di ogni individuo, ogni azienda sarebbe sottoposta all’intenso controllo burocratico, ciascuna impresa sarà tenuta a riferire le sue entrate e le sue spese, pagando una tassa designata sulle entrate nette. Ciò tenderebbe a distorcere la struttura dell’attività. Per prima cosa, ci sarebbe un incentivo per un’integrazione antieconomica verticale, in quanto minore è il numero di volte che avviene una vendita, meno tasse saranno imposte. Inoltre, come è accaduto nei paesi Europei con l’esperienza dell’IVA, potrebbe sorgere un’industria fiorente che rilascia falsi buoni, in modo che le aziende possano gonfiare loro presunte spese, e ridurre il loro valore aggiunto riportato. Sicuramente una tassa sulle vendite, a parità di condizioni, è manifestamente più semplice, meno distorsiva delle risorse, ed enormemente meno burocratica e dispotica dell’IVA. Infatti l’IVA sembra che non abbia alcun chiaro vantaggio rispetto alle imposte sulle vendite, ad eccezione naturalmente, che la moltiplicazione della burocrazia e il potere burocratico siano considerati un vantaggio.
Il terzo tipo di imposta sui consumi è la tassa familiare sulle vendite al dettaglio. Tra le varie forme di imposta sui consumi, l’imposta sulle vendite ha sicuramente il grande vantaggio, per la maggior parte di noi, di eliminare il potere dispotico del governo nel corso della vita di ogni individuo, come l’imposta sul reddito, o su ogni impresa ed attività, come l’IVA. Non distorcerebbe la struttura produttiva come farebbe l’IVA, e non altererebbe le preferenze individuali come accadrebbe con le accise specifiche.
Prendiamo ora in considerazione i meriti o i demeriti di una tassa sui consumi rispetto ad un’imposta sul reddito, mettendo da parte la questione del potere burocratico. Si deve anzitutto rilevare che sia l’imposta sui consumi che l’imposta sul reddito posseggono distinte implicazioni filosofiche. L’imposta sul reddito si basa necessariamente sul principio della capacità di pagare, e cioè il principio che se l’oca ha più piume, è più matura per la spiumatura. Il principio della capacità di pagare è esattamente il credo del bandito, di prendere dove è buono prendere, di estrarre tanto quanto le vittime possono sopportare. Il principio filosofico della capacità di pagare è l’incarnazione della risposta memorabile di Willie Sutton, quando gli venne chiesto, forse da uno psicologico sociale, perché rapinava le banche. “Perché”, rispose Willie, “è lì che ci sono i soldi.”
L’imposta sui consumi, d’altra parte, non può essere considerata come un pagamento per il permesso di vivere. Ciò implica che ad un uomo non sarà consentito migliorare o addirittura sostenere la propria vita a meno che non paga, senza pensarci troppo, una tassa allo Stato per ottenere il permesso di farlo. L’imposta sui consumi non mi sembra, nelle sue implicazioni filosofiche, un briciolo più nobile, o meno presuntuosa, dell’imposta sul reddito.
[*] traduzione di Johnny Cloaca
_________________________________________________________________
Note
[1] Nel 1619, Padre Pedro Fernandez Navarrete, “Cappellano Canonista e Segretario di sua Maestà,” pubblicò un libro di consigli al monarca Spagnolo. Consigliando un drastico taglio nella tassazione e nella spesa di governo, Padre Navarrete raccomandò che, in caso di emergenze improvvise, il re avrebbe dovuto basarsi solamente sulla sollecitazione di donazioni volontarie. Alejandro Antonio Chafuen, Christians for Freedom: Late Scholastic Economics (San Francisco: Ignatius Press, 1986), p. 68.
[2] E’ particolarmente commovente, quando sta per arrivare il 15 Aprile, contemplare il detto di Padre Navarrete, secondo cui “il solo paese piacevole è quello in cui nessuno è timoroso degli esattori,” Chafuen, Christians for Freedom, p. 73. Vedere anche Murray N. Rothbard, “Review of A. Chafuen, Christians for Freedom: Late Scholastic Economics,” International Philosophical Quarterly 28 (March 1988): 112–14.
[3] Vedere, per esempio, Irving ed Herbert N. Fisher, Constructive Income Taxation (New York: Harper, 1942).
_________________________________________________________________
Incoming search terms:
- verita






Commenti Recenti