MaurizioRicci per “la Repubblica“
Mettiamoche sono già i primi giorni di dicembre e voi uscite di casa per cominciare acomprare i regali di Natale. Vi fermate ad un bancomat per rimpinguare ilportafoglio, infilata la carta, ma non succede niente: il prelievo non èdisponibile. Provate ad un secondo Bancomat, ad un terzo, ma è dovunque lastessa storia. Nel negozio, il titolare declina cortesemente di accettare lavostra carta di credito e chiede euro contanti. Che succede? Un black-outelettronico? No. Succede che, mentre voi non eravate attenti, l´Italia hadichiarato default, è uscita dall´euro e sul paese è sceso un black-out nonelettronico, ma finanziario.
L´ipotesiè ancora remota. Esiste ancora la possibilità di fermare il collasso del debitopubblico italiano, riguadagnando credibilità presso gli investitori e/osalutando l´arrivo del Settimo Cavalleggeri, sotto forma di Bce o Fmi. Ma, sela traiettoria dei mercati resta quella disegnata in queste ultime ore,quell´ipotesi rischia di materializzarsi. Si chiama, comunque, bancarotta, edè, in ogni caso, una sciagura, ma può assumere forme diverse: bancarotta dolce (“orderlydefault”), bancarotta extra strong(“disorderly default”), bancarottacon il botto (l´uscita dall´euro).
La bancarotta dolce. E´ quanto è già statoprevisto per la Grecia. Sostanzialmente, un concordato fallimentare. Icreditori accettano un taglio al valore nominale dei titoli italiani e un tettoal relativo tasso di interesse. L´Italia alleggerirebbe il suo debito pubblico(ad esempio del 30 per cento), portandolo a livelli più vicini a quelli dipaesi più virtuosi.
Collocarenuove emissioni presso investitori già scottati, tuttavia, comporterebbe tassidi interesse relativamente alti. Per i risparmiatori, infatti (il 12 per centodei titoli è in mano alle famiglie, un altro terzo lo detengono i fondi) iltaglio sarebbe una pesante tosatura.
Ancorapiù gravi gli effetti macroeconomici. Le banche, italiane ed estere (gli istitutifrancesi e tedeschi hanno in pancia circa 150 miliardi di euro in titolipubblici italiani) accuserebbero forti perdite di bilancio e avrebbero bisognodi aiuti per ricapitalizzarsi: in ogni caso, ridurrebbero il credito allaclientela, in un momento in cui l´Europa è già sull´orlo della recessione. E´il temuto “credit crunch”
La bancarotta extrastrong. E´ il caso Argentina: ildefault selvaggio. L´Italia annuncia chenon pagherà più i suoi debiti, togliendo dal tavolo quasi 2 mila miliardi dieuro. Almeno per qualche anno, nessun investitore estero ci presterebbe piùsoldi. Tecnicamente, non è un problema gravissimo: lo Stato continuerebbe afunzionare. Al netto degli interessi, infatti, il nostro bilancio è quasi inpareggio.
Magli effetti economici sarebbero devastanti.
Il rischio di fuga dei capitali – già presente nello scenario”dolce” – diventerebbe immediato.
Oltre allo Stato, anche le aziende italiane si vedrebbero chiuderel´accesso ai mercati.
Ma,soprattutto, l´impatto sulle banche e sul sistema finanziario mondiale sarebbeenorme e il “credit crunch” una certezza.
La bancarotta con il botto. E´quasi impossibile che un default selvaggio non comporti anche un´uscita dell´Italia dall´euro. Tecnicamente,è un incubo: bisognerebbe rivedere i trattati europei erivotarli, stampare la nuova moneta, riprogrammare computer e bancomat con lanuova valuta. Ma, economicamente, è molto peggio: all´impatto deldefault selvaggio bisogna aggiungere nuovi elementi. Lafuga di capitali diventerebbe una certezza, neltentativo di spostare i propri euro all´estero, prima della conversione.
Agli sportelli delle banche, ci sarebbe l´assalto. Verrebberovarati stringenti controlli sui movimenti di capitali e, probabilmente, cisarebbe anche un congelamento dei conti correnti bancari, come in Argentina.
La nuova moneta sarebbe svalutata, rispetto all´estero.
Questorilancerebbe le esportazioni (escludendoritorsioni commerciali da parte degli ex partner europei), ma l´Italia, uscendo dall´euro, uscirebbe anchedall´Unione europea e non potrebbe più usufruire deivantaggi del mercato unico.
Lasvalutazione, d´altra parte, rende più competitive le esportazioni italiane, marende assai più care le importazioni, a cominciare dal petrolio.
Ilrisultato sarebbe veder ripartire, di gran carriera,l´inflazione e la rincorsa prezzi-salari.
Moltodipende dall´entità della svalutazione che, però, è difficilmente gestibile:per riguadagnare la competitività perduta, negli ultimi dieci anni, verso laGermania, all´Italia occorrerebbe un deprezzamentodella moneta del 25%.
Ma il crollo della nuova lira, secondo gli analisti dell´Ubs, sarebbeinizialmente molto più alto, fino al 50-60%. Per questo, gli esperti della banca svizzera (cheipotizzano barriere commerciali nel resto d´Europa contro i prodotti italiani acosto stracciato) calcolano che il Pil italiano potrebbe inizialmente contrarsianche del 40%.
All´Ubssono, probabilmente, troppo pessimisti, ma il punto è che l´introduzione dellanuova lira sarebbe assai diversa dalle svalutazioni della vecchia, perché rimarrebbero valide le precedenti obbligazioni dell´euro.I debiti fra italiani potrebbero essere ridenominati in un rapporto uno a uno(una nuova lira per un euro): chi ha un mutuo di 100 mila euro, si troverebbecon un mutuo di 100 mila nuove lire. Ma quelli esteriresterebbero in euro, da pagare con una moneta svalutata del 50-60 per cento.
Peruna economia, come quella italiana, profondamente integrata in Europa, sarebbeun massacro: molte aziende, con incassi in lire edebiti in euro, finirebbero schiacciate e, a catena, dovrebbero chiudere.
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