L’ottimo Baccarini ha ricordato che i numeri, purtroppo, hanno la testa dura e la memoria degli errori e degli sprechi del passato. Cosa, questa, che non viene ripetuta mai abbastanza in un paese, l’Italia, refrattario ai numeri e poco incline ad affrontare i problemi del paese in modo razionale.
E se è vero che l’approccio ad essi delle forze politiche più estreme (Lega e Idv) è spesso irrazionale e demagogico, è altresì vero che le forze politiche più moderate sono prigioniere di stereotipi economici errati, purtroppo comuni anche ad altri paesi. Uno di questi riguarda la tassazione sul risparmio; la cosiddetta tassazione delle rendite finanziarie. Il termine rendite è del tutto sbagliato e l’errore in questione non è di tipo terminologico, bensì concettuale. Infatti, la rendita “di posizione” indica quelle situazioni nelle quali il percettore di un reddito si trova a godere di un posizionamento di mercato in grado di metterlo al riparo dalla concorrenza, che si concretizza nella differenza tra il prezzo che può così spuntare e il prezzo (più basso) che si formerebbe in un contesto concorrenziale. Allora, qualcuno mi spiega perché la tassazione sui risparmi viene chiamata tassazione sulle rendite finanziarie?
Il risparmio è la rinuncia a soddisfare un’esigenza presente per far fronte a bisogni futuri ed è la virtù che ha consentito la nascita e lo sviluppo del più potente motore di civiltà della storia umana, ossia del capitalismo. Il risparmio e la sua valorizzazione costituiscono l’essenza delle virtù dell’Occidente cristiano e non credo di esagerare dicendo che da quando Lord Keynes i suoi epigoni l’hanno messo sul banco degli imputati accusandolo di ogni male si sono poste le basi per il declino, non solo economico, ma anche morale della civiltà. Il fatto che la tassazione si accanisca sul risparmio, sia per quanto riguarda le imprese, sia per quanto riguarda le persone, dà luogo a una grave tendenza distorsiva, dando luogo a una doppia o tripla tassazione.
Infatti, i profitti vengono tassati una prima volta come imposta sulle imprese e una seconda come imposte sul reddito nel momento in cui l’utile viene distribuito e, una volta percepito l’utile e soddisfatte le esigenze di consumo dell’imprenditore, la somma risparmiata, se investita in titoli o immobili, sarebbe soggetta a una terza ulteriore tassazione. E lo stesso accade per i redditi da lavoro autonomo o dipendente: una volta pagate le imposte sul reddito e soddisfatte le esigenze di consumo, ciò che rimane (risparmio), viene tassato nel caso sia investito. A fronte di questa fiscalità che scoraggia fortemente il risparmio e all’abbassamento dei tassi di interesse artificialmente praticato dalle banche centrali negli ultimi decenni, gli investitori sono stati indotti a indebitarsi e non a risparmiare. E la crisi finanziaria scoppiata nel 2007, dovuta proprio a un boom alimentato a debito e all’insufficienza di risparmio, testimonia come quelli che sono stati (e vengono) traditi siano proprio i fondamenti del capitalismo, con buona pace di coloro che in essi vedono le cause dei mali attuali.
Se c’era una cosa di cui l’Italia poteva andare fiera era proprio la bassa tassazione sui risparmi e la prudenza delle nostre banche nel concedere mutui a clienti a rischio. Ebbene, ora l’Italia si prepara a tassare tutto ciò che può costituire una fonte di risparmio. Il mantra secondo cui occorre alzare le aliquote sulle cosiddette rendite finanziarie così da potere abbassare l’imposizione che grava sul lavoro (il c.d. cuneo fiscale) si basa sul luogo comune secondo cui il lavoro costituisce un fattore produttivo (il che è vero), mentre il risparmio costituirebbe una rendita.
In realtà, le somme risparmiate (magari dagli stessi lavoratori) e messe a disposizione di chi le sa impiegare costituiscono il capitale di una nazione e il capitale è un fattore produttivo quanto il lavoro. Se si vuole penalizzare la rendita, si tagli la spesa pubblica improduttiva e si liberalizzi tutto il liberalizzabile, taxi e farmacie inclusi. Invece, in nome dell’equità questo governo si comporta come tutti gli altri andando a prendere dove trova. Con una logica simile a quella dei rapinatori. Simile ma non uguale, poiché se questi ultimi scelgono luoghi in cui la grana alberga, i governi italiani vanno a prendere dove è più comodo, ossia dai percettori di redditi fissi che non possono scappare, a differenza degli evasori grossi, spesso difficili da acchiappare. Certo, le tasse in una nazione devono tenere conto dei principi di efficienza e di redistribuzione della ricchezza, con i secondi che rispondono a logiche opposte rispetto ai primi. Purtroppo, in nome di un solidarismo di maniera, in Italia si è ecceduto nell’applicazione dei secondi, accanendosi su chi produce ricchezza.
Il risultato, prevedibile, è che il perimetro dell’azione statale si è allargato e con esso le dimensioni di una burocrazia pervasiva e opprimente, mentre le imprese e i lavoratori sono soffocati da tasse e balzelli di ogni tipo e la spesa pubblica, dilatatasi oltre misura, rende sempre più famelici i gruppi di interesse. Il tutto, mentre tra i cittadini, sempre più tassati in cambio di servizi scadenti, i rapporti si inaspriscono sempre più nell’illusione che le cause dei propri disagi vadano ricercate in qualche categoria che si presti a fare da capro espiatorio ai mali del paese e non a uno Stato tanto più parassita quanto più i cittadini ripongono in esso le loro speranze.
da Riecho Blog Economia e Libertà
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