Estratto di un post di una mia cara amica velista:
Mi ricordo che l’introduzione della tassa di possesso (credo da parte di Amato o Prodi) un po’ di anni fa ebbe 2 risultati:
La fuga delle barche dai porti italiani (con gran felicità di quelli francesi e croati), e la chiusura della bellezza di 200 (dico DUECENTO) cantieri grandi e piccoli in Italia.
Si incassarono quella volta 250 miliardi di tasse e ne furono spesi 400 di cassa integrazione: magro risultato.
Ci sono barche di 15 metri che hanno 40 anni, varranno 80.000 euro. Se devono pagare, oltre all’ormeggio 14000 euro l’anno verranno affondate credo.
Ricordiamoci che in Italia abbiamo dei poli di produzione nautica importantissimi, Viareggio è uno di quelli.
Tutta la città vive di barche. Se nessuno ordina più scoppia la rivoluzione
Chiaro, no?
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Manovre, manovre, manovre, soltanto manovre, manovre per noi. Anzi, contro di noi e le nostre tasche. Invece che a professori, sarebbe più opportuno affidare il governo ad autisti di scuolabus, che almeno il volante lo girano da anni.
A dire il vero, questa manovra contiene anche aspetti positivi e di entità tutt’altro che trascurabile. Finalmente, si è messo mano alle pensioni. Quando nei giorni scorsi sostenevo che almeno il vantaggio di non dipendere dai voti leghisti questo governo ce l’ha, intendevo proprio questo. Si è evitato l’aumento dell’Irpef dato quasi per certo, ma evitare di fare errori non significa porre rimedio a quelli già esistenti, bensì lasciare tutt’al più le cose come stanno. Fa piacere vedere diminuire il numero dei componenti dei consigli provinciali, nonché delle autorità indipendenti come Consob e Antitrust, ma è poca roba. Qualche misura in favore di liberalizzazioni c’è, poi bisogna sempre vedere se a questi provvedimenti (annunci) seguono i decreti attuativi (fatti) e come questi vengono declinati. Sì, insomma, se queste sono liberalizzazioni autentiche o soltanto bersanate.
Per il resto, che dire: la manovra è un’autentica stangata e per di più recessiva. Una gragnuola di tasse mica di ridere, a cominciare dall’aumento dell’Iva. Non si parla di patrimoniale, ma si reintroduce l’Ici-Imu con tanto di rivalutazione degli estimi catastali del 60%, contando di tirar su 10 miliardi €.
Insomma, se non è zuppa è pan bagnato. Non si parla di prelievi sui conti correnti, ma viene introdotto un balzello altrettanto odioso su depositi e risparmi basato su criteri di progressività onde scippare quanto più possibile. Anche in questo caso, se non è zuppa è pan bagnato. Poi, si dà la possibilità agli enti locali di aumentare l’addizionale Irpef: cambiano gli esattori, ma le tasche sono sempre la stesse. Infine, un aumentino sulle accise giusto per non farci mancare niente. Gettito atteso, un miliardo €. Riguardo all’abbattimento del debito pubblico, poi, di cessioni del patrimonio pubblico non si fa cenno. Per due terzi la manovra va in tasca agli italiani, con le imprese che hanno un carico fiscale complessivo di circa il 68%. E per aggiungere quel tanto di sovietismo che “non guasta”, si è ridotto a 1000 € il massimale per l’uso del contante. Per fare questo bastavano Berlusconi o Prodi o, perché no, un Amato qualsiasi. Certo, se la Lega avesse usato buon senso su province e pensioni quando era al governo e gli avvocaticchi parlamentari pidiellini non si fossero messi di traverso sulle liberalizzazioni degli ordini professionali forse non si sarebbero sprecati tempo e miliardi in manovre inutili e sbagliate e non avremmo bisogno di questo salasso abnorme e recessivo. Per questo, le urla (“i ragli” nel pezzo originale inviato) dei leghisti, oltre che fuori luogo sono anche di cattivo gusto.
Del resto, aspettarsi qualcosa di diverso era impossibile. Fino a che si delega il risanamento del paese a strumenti come le manovre, poco cambia che i Monti al governo siano uno o tre. La manovra è un provvedimento di emergenza chiamato a correggere a consuntivo buchi di bilancio che a preventivo erano stati più o meno volutamente sottostimati. E nell’emergenza, si sa, è molto più agevole tassare che tagliare. E quand’anche si taglia, lo si fa in modo lineare, il che è cosa brutta e ingiusta, perché si colpiscono virtuosi e spreconi allo stesso modo, mentre occorrerebbe uno studio di tre anni per fare un’analisi particolareggiata necessaria per capire in quali settori del nostro mastodontico Stato si debba incidere e in che misura. Studio che nessun partito si è mai preso la briga di fare. Invece di manovre, urgono riforme che riducano il peso di Stato e burocrazia su imprese e lavoratori, liberalizzino il mercato del lavoro e abbattano le mafie corporative. E se c’è un aspetto positivo in questa manovra, è proprio nel metodo. Una volta tanto non ci si è piegati ai diktat dei sindacati. E infatti, sulle pensioni si è quagliato. Solo che per fare riforme su mercato del lavoro e ordini professionali occorrono quel tempo e quella riflessione che una manovra dettata dall’emergenza non consente.
Purtroppo, tutto questo è molto difficile in Italia, paese in cui sull’impianto corporativo fascista (che gli antifascisti si sono ben guardati dal rimuovere) si è innestato il collettivismo social-comunista che gronda da ogni articolo della nostra costituzione. Così, come sottolinea Riccardo Cappello nel suo libro Il Cappio, la politica, invece di liberare l’individuo, aiuta le categorie a sopraffarlo, consegnando cittadini e imprese allo sfruttamento della burocrazia e delle corporazioni. E proprio in questa selva corporativa la politica diventa l’unica strada per conservare il proprio status o per cambiarlo per grazia ricevuta. In tal modo, la democrazia non può che ridursi a una difesa a oltranza delle categorie e delle rendite di monopolio, sublimata nei tavoli della concertazione, prassi operativa che mira a fossilizzare il consenso attorno a un convitato di pietra di interessi costituiti che imbriglia ogni processo di innovazione in un sistema di veti incrociati che paralizza gli stessi governi, consolidando il potere di fatto di corporazioni, parti sociali e imprese che vivono di commesse pubbliche a discapito di quelle autenticamente produttive che competono con successo sui mercati internazionali tenendo in piedi ciò che resta dell’Italia.
Salvo poi ricevere in cambio di una pioggia di tasse micidiale.

da Riecho Blog Economia e Libertà