Hanno suscitato non poco clamore le voci, seguite a un articolo del Wall Street Journal, relative alla presunta telefonata tra Giorgio Napolitano e Angela Merkel, con la quale quest’ultima premeva sul Presidente della Repubblica italiano affinché spingesse alle dimissioni l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Commentatori e opinionisti (ma non politici) di centrodestra hanno gridato al golpe, mentre Quirinale e cancelleria tedesca, com’è naturale, si sono prodigati a smentire la notizia. Ciò nonostante, questo scenario appare, se non vero, quanto meno verosimile, perché quella di Angela Merkel è una richiesta che rientra nell’ordine delle cose, data la situazione venutasi a creare sui mercati finanziari. E anche il fatto che un po’ tutti i politici di centrodestra, Berlusconi in primis, abbiano considerato a parole poco credibile tale scenario senza imbarcarsi in una delle tante polemiche violente tipiche della vita politica italiana degli ultimi 20 anni, sembra costituire un ulteriore elemento di conferma della tesi avanzata dal Wall Street Journal.
Da quando non c’è più Berlusconi a fare da capro espiatorio, scagliarsi contro Angela Merkel sembra diventato lo sport preferito dagli italiani. Eppure, nell’ipotizzata richiesta da parte del cancelliere tedesco non trovo nulla di inopportuno. Invece di inveire contro la Merkel, proviamo un attimo a metterci nei suoi panni. Beh, anch’io al suo posto avrei fatto pressioni affinché il governo italiano, ormai del tutto paralizzato e ostaggio di un partito di incoscienti sconsiderati come la Lega, passasse la mano. Forse, non è ancora del tutto chiaro che condividere una moneta unica non significa, come ci aveva fatto credere Romano Prodi, diluire i propri problemi di bilancio pubblico in una sorta di calderone comune (l’euro) in grado di annullare come per magia il debito accumulato dal nostro Stato. No, purtroppo significa esattamente l’opposto, ossia che i guai di ognuno rischiano di mandare in rovina tutti. Il rischio di insolvenza di un paese, per di più con un’economia fra le prime 15 del mondo per dimensioni come è l’Italia, diventa un affare che coinvolge tutte le nazioni aderenti alla moneta in questione, ossia l’euro.
Come ho scritto l’11 dicembre, in un contesto di moneta fiduciaria a corso forzoso, dove le sorti della propria economia sono legate al potere di emissione della propria banca centrale, cedere la sovranità monetaria significa cedere gran parte della sovranità politica. E con la scellerata adesione all’euro, proprio questo abbiamo fatto. Perciò, non mi sembra il caso di puntare più di tanto l’indice contro Angela Merkel. I veri colpevoli di questa situazione sono le classi politiche italiane degli ultimi 50 anni, che ci hanno lasciato in eredità il terzo debito pubblico del mondo, e l’euro, la cui struttura fa sì che i guai di un paese contagino anche gli altri, i quali hanno perciò tutti i motivi per andare a ficcare il naso in casa d’altri se questi non si comportano come Dio comanda. Purtroppo, l’adozione della moneta unica, che ben riflette la mania tutta moderna (e in particolare europea) di collettivizzare tutto, ha portato nazioni troppo eterogenee tra loro a condividere troppe cose. Nazioni, quelle europee, che già al proprio interno derogano continuamente al principio di proprietà privata per collettivizzare ogni aspetto della vita delle persone. San Tommaso, che era frate e aveva alle spalle l’esperienza secolare della vita monastica cristiana, era invece del parere che con la proprietà privata fosse più garantita la pace tra gli uomini, contentandosi ciascuno delle sue cose. Vediamo, infatti, che tra quanti possiedono qualcosa in comune, spesso nascono contese. E quel che è vero per i singoli, lo è altrettanto per le nazioni. Quanti più elementi politici si condividono, tanto più i rapporti tra nazioni si inaspriscono. E i conflitti che l’euro sta creando ne sono la dimostrazione.
Come diceva lo storico inglese Robert Conquest, per leggere Tolstoj non abbiamo avuto bisogno di confederarci con l’Unione Sovietica; una confederazione del genere, semmai, ci avrebbe impedito di leggere Solženicyn. Per più di 50 anni le nazioni europee sono andate d’amore e d’accordo e non è casuale che l’antipatia reciproca prevalga proprio quando, con la pretesa di farci essere più europei, una pletora di burocrati ottusi ci ha imposto l’adozione di una moneta unica, l’euro, che in questi giorni compie 10 anni. Ed è già pronto per la pensione.
di Carlo Zucchi





