davanti ad un po’ di distributori, tutti con la loro brava coda di
auto. Mi sembrava di vivere su di un altro pianeta, visto che i
distributori li frequento forse una volta al trimestre.

Ma la scena mi è immediatamente tornata in mente leggendo il numero di oggi di Nature,
la più prestigiosa rivista scientifica internazionale. Vi compare un
articolo di commento sulla situazione della produzione mondiale di
petrolio. La cosa più carina è questo grafico, che mostra come variano i
prezzi in funzione della produzione.

Fino
al 2004 (punti azzurri) un aumento della produzione, e quindi dei
consumi, causava un aumento proporzionale dei prezzi, che all’incirca
raddoppiavano per un aumento dei consumi da 64 a 74 milioni di barili al
giorno. Da allora la produzione è rimasta sostanzialmente inchiodata a
74 milioni di barili al giorno (è inelastica),
con i prezzi che vanno selvaggiamente su e giù (più su che giù),
seguendo più che altro l’andamento della crisi economica. C’è una
leggera tendenza ad un aumento della produzione con i prezzi, ma per
arrivare a 75 milioni di barili il prezzo deve superare i 100-120$.
Detto in altre parole il petrolio che possiamo estrarre è quello,
fatevelo bastare.
Ma un prezzo del petrolio sopra i 100$ è, a
detta di diversi economisti, incompatibile con la nostra economia. Non
si tratta solo delle code al distributore, il petrolio entra
praticamente in tutto: energia, cibo (fertilizzanti, agricoltura
meccanizzata), distribuzione e trasporti (vedi cosa succede per un
banale sciopero di un po’ di trasportatori), materie plastiche… E
quindi stiamo vivendo da alcuni anni in una situazione in cui oscilliamo
lungo un ciclo: prezzi del petrolio alti -> crisi economica ->
contrazione dei consumi -> calo (relativo) dei prezzi -> timida
ripresa di economia e consumi -> prezzi alti. Governo Monti, default
greco, crisi dei subprime USA, alla fine tutto è causato ANCHE da quel
grafico lì sopra. E per far capire la cosa anche a chi legga
distrattamente, un occhiello evidenzia la frase “The price of oil is likely to have been a large contributor to the euro crisis in southern Europe.” Il prezzo del petrolio probabilmente ha dato un grosso contributo alla crisi dell’euro nell’Europa meridionale.
Le
brutte notizie però non sono finite. I pozzi di petrolio esistenti
stanno calando la produzione di circa il 5% l’anno (4,5%-6,7% secondo
diverse fonti). La produzione di 74-75 Mil. di barili viene mantenuta
mettendo in produzione nuovi giacimenti, scoperti gli anni passati e
sempre più costosi. Ma per mantenere la produzione per tempi lunghi,
diciamo fino al 2030, occorrerebbe scoprire un paio di nuove Arabie
Saudite. Che semplicemente non esistono. Insomma, il petrolio non è
finito, ne avremo ancora per un bel po’, ma sempre meno e sempre più
caro. Le code ai distributori sono un assaggio di quel che vivremo tra
non troppi anni. E di conseguenza questa crisi non finirà mai.
Si
passa quindi in rassegna le alternative. Petrolio da sabbie bituminose?
Ce nìè un sacco, ma è difficile, inquinante (1) da produrre. Il Canada
potrebbe arrivare a produrne 4,7 milioni di barili al giorno, il
Venezuela altri due. Il carbone? Le stime delle riserve sono state
recentemente riviste al ribasso (2), il carbone che si può
ragionevolmente pensare di estrarre è solo una piccola parte di quanto
si stimasse. Molte speranze sono state poste nel metano, in particolare
allo “shale gas”(3), che però sembra molto più difficile (ed inquinante)
da estrarre del previsto. A un certo punto il giacimento si rifiuta di
produrre, il metano resta intrappolato nelle rocce e la produzione
crolla.
Tra le conclusioni mi sembra spicchi “questioning if and
how economic growth can continue without an increase in fossil fuels”
(chedersi se e come si possa mantenere una crescita economica senza una
crescita dei combustibili fossili). E un aumento delle tasse sui consumi
petroliferi va nella direzione giusta, perché costringe ad essere più
efficienti. Ma qualsiasi cosa vada fatta, va fatta ora.
Note
(1) Ed
energivoro. Alla fine diventa un cane che si morde la coda, se devo
utilizzare tanta energia quanta poi ne ricavo dal petrolio estratto
faccio prima a lasciarlo dov’è. In pratica, considerando tutti gli altri
costi energetici, non conviene estrarre petrolio se impiego più di un
terzo dell’energia che ne ricavo.
(2) dimezzate rispetto al 2004, ridotte ad un quinto rispetto agli anni ’90
(3)
Lo “shale gas” è metano intrappolato in una roccia porosa, ma in cui i
pori non comunicano tra di loro. Viene estratto fratturando la roccia,
ad es. pompandoci dentro acqua in pressione.
da Risorse, Economia e Ambiente di Terenzio Longobardi
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