Il protezionismo è uno di quei temi che si presenta periodicamente, nonostante ogni volta venga puntualmente smentito. Ma poi qualcuno inizia a riproporre le stesse tesi (fallimentari) e il ciclo si ripete. Questa volta il “portavoce” è Maurizio Blondet.
A distanza di un secolo l’uno dall’altro, due grandi pensatori liberali – Bastiat e Hazlitt – avevano già affrontato le teorie protezioniste. In questo articolo non si dirà nulla di nuovo, insomma. Dal punto di vista etico, il protezionismo è una violazione della libertà individuale: impedisce a adulti consenzienti (che abitano in paesi diversi) di avere rapporti commerciali tra loro. Dal punto di vista economico, il protezionismo danneggia il paese che lo applica. Vediamo come. Il commercio consiste nello scambio volontario di beni tra due persone: entrambe ne beneficiano, altrimenti lo scambio non avrebbe luogo. Se Tizio ritiene che il suo denaro valga più del vino di Caio, Tizio non compra il vino di Caio. E viceversa. Lo scambio può avvenire solo se Tizio ritiene più utile il vino di Caio rispetto ai propri soldi e se Caio ritiene più utile il denaro di Tizio rispetto al proprio vino. Dunque qualsiasi misura volta ad impedire o ostacolare il commercio danneggia sia chi vorrebbe comprare, sia chi vorrebbe vendere. Questa affermazione è sempre valida, anche quando le persone coinvolte appartengono a paesi diversi. Dunque qualsiasi affermazione che sostiene il protezionismo, evitando questo argomento, è fallace: bisogna solo trovare l’errore (più o meno velatamente) nascosto in essa.
Nel suo articolo, Blondet sostiene che la Cina pratichi un “gioco sleale” verso l’Occidente. Cito:
< La Cina invece può infischiarsene delle norme sull’inquinamento,
alloggiare i suoi schiavi nei dormitori, violare i minimi sindacali, e
distorcere il valore della sua moneta nazionale tenendolo
artificialmente basso con interventi monetari di Stato, senza incorrere
nelle multe miliardarie del WTO. >
alloggiare i suoi schiavi nei dormitori, violare i minimi sindacali, e
distorcere il valore della sua moneta nazionale tenendolo
artificialmente basso con interventi monetari di Stato, senza incorrere
nelle multe miliardarie del WTO. >
Iniziamo dal fatto che, per definizione, questa non è concorrenza sleale (utilizzo di tecniche e mezzi illeciti per ottenere un vantaggio sui competitori o per arrecare loro un danno). Il fatto che la Cina abbia delle leggi sul lavoro diverse non comporta alcun illecito: ogni paese adotta le leggi che ritiene più opportune. A parte il fatto che in Cina esiste il salario minimo (altra misura statalista che condanna alla disoccupazione le fasce più deboli della società), non ci sarebbe alcuna slealtà qualora non esistesse. Se in un paese esiste una legge e un’azienda non la rispetta, allora quest’ultima pratica “concorrenza sleale” perchè le altre sono obbligate a fare diversamente. Ma nessuno obbliga Italia, Francia etc a far rispettare una legge sul salario minimo, è una libera scelta di questi paesi. La stessa logica vale anche per l’inquinamento e per la svalutazione monetaria: si tratta di scelte che competono alla Cina e, per definizione, non possono essere considerate “illecite”. Ciò non toglie che, dal punto di vista liberale, la Cina violi parecchi diritti individuali. Tuttavia, a meno di voler intervenire manu militari, quello che fa un paese coi suoi cittadini è affar suo. Se invece si vogliono boicottare i suoi prodotti, si lasci a ogni cittadino la libertà di scegliere se farlo o no.
In secondo luogo, i lavoratori cinesi accettano liberamente stipendi più bassi e contratti più flessibili perchè, prima dell’arrivo delle imprese occidentali, vivevano in condizioni peggiori. Da una parte abbiamo dimostrato che la globalizzazione abbia beneficiato i Cinesi, dall’altra non si capisce perchè quest’ultimi dovrebbero essere penalizzati per il fatto che offrono lo stesso servizio dei loro omologhi occidentali a un costo minore. Il concetto di “merito” dov’è andato a finire ? Resta da spiegare come la globalizzazione abbia beneficiato anche gli Occidentali (lo vedremo tra poco).
Uno degli argomenti dei protezionisti consiste nel sostenere che, se un paese adotta dei dazi verso di noi, allora anche noi dobbiamo applicarli a lui. Ma se il commercio è vantaggioso, allora diminuirlo è sempre sbagliato. Se una parte del nostro commercio internazionale viene ostacolata da un paese, ostacolare il resto non migliora certo la situazione! Tantopiù che, se un paese esporta beni di consumo verso un altro, quest’ultimo si sta arricchendo – mentre l’altro si sta riempiendo di pezzi di carta (banconote). E’ interesse di chi esporta spendere le banconote accumulate per importare beni di consumo dal paese che le ha emesse. Se invece tale paese ostacola le importazioni, continuerà ad accumulare pezzi di carta e a “perdere” beni di consumo (che sono la sua vera ricchezza) a vantaggio dell’altro.
E’ evidente che i consumatori occidentali abbiano goduto di una maggiore quantità
di beni di consumo. I Cinesi li hanno prodotti e scambiati col nostro denaro, aumentando la ricchezza materiale a nostra disposizione. L’idea che la concorrenza cinese abbia danneggiato paesi come l’Italia (o gli USA) è totalmente infondata. Sarebbe come sostenere che la libera concorrenza all’interno dell’Italia abbia danneggiato una regione (o una città) a vantaggio delle altre. Ammettiamo pure che un certo numero di aziende italiane fallisca a causa della concorrenza cinese: quante persone hanno perso il lavoro ? Non potrà che essere un numero piccolissimo rispetto ai 60 milioni di Italiani che hanno beneficiato di prezzi più bassi. Inoltre chi ha perso il lavoro può trovarne un altro, in cui è più utile alla società di quanto fosse in precedenza. Alla fine della fiera, il commercio internazionale rende più efficiente la produzione di ricchezza all’interno dei paesi che vi prendono parte. Basta fare una semplice constatazione: prima che iniziasse il boom cinese, la produzione mondiale pro-capite di beni era inferiore a quella attuale. Dunque la ricchezza disponibile è aumentata: non è una quantità fissata, quindi non deve necessariamente diminuire il nostro consumo affinchè possa aumentare quello cinese. Anzi: poichè il commercio con la Cina rende più efficiente la produzione di ricchezza, tende ad aumentare sia la ricchezza degli Italiani sia quella dei Cinesi. Ovviamente non si può incolpare la Cina per le leggi e le tasse che ostacolano l’attività imprenditoriale (cioè la produzione di ricchezza) in Italia.
di beni di consumo. I Cinesi li hanno prodotti e scambiati col nostro denaro, aumentando la ricchezza materiale a nostra disposizione. L’idea che la concorrenza cinese abbia danneggiato paesi come l’Italia (o gli USA) è totalmente infondata. Sarebbe come sostenere che la libera concorrenza all’interno dell’Italia abbia danneggiato una regione (o una città) a vantaggio delle altre. Ammettiamo pure che un certo numero di aziende italiane fallisca a causa della concorrenza cinese: quante persone hanno perso il lavoro ? Non potrà che essere un numero piccolissimo rispetto ai 60 milioni di Italiani che hanno beneficiato di prezzi più bassi. Inoltre chi ha perso il lavoro può trovarne un altro, in cui è più utile alla società di quanto fosse in precedenza. Alla fine della fiera, il commercio internazionale rende più efficiente la produzione di ricchezza all’interno dei paesi che vi prendono parte. Basta fare una semplice constatazione: prima che iniziasse il boom cinese, la produzione mondiale pro-capite di beni era inferiore a quella attuale. Dunque la ricchezza disponibile è aumentata: non è una quantità fissata, quindi non deve necessariamente diminuire il nostro consumo affinchè possa aumentare quello cinese. Anzi: poichè il commercio con la Cina rende più efficiente la produzione di ricchezza, tende ad aumentare sia la ricchezza degli Italiani sia quella dei Cinesi. Ovviamente non si può incolpare la Cina per le leggi e le tasse che ostacolano l’attività imprenditoriale (cioè la produzione di ricchezza) in Italia.
Infine, Blondet è preoccupato dal fatto che le imprese occidentali trasferiscano know-how alla Cina. Si verifica cioè una “perdita di competenze e reti industriali”. Certo, se un tipo di impresa si trasferisce completamente all’estero, il paese non avrà più lavoratori specializzati in quel settore. Ebbene ? E’ così drammatico avere meno lavoratori nel settore secondario e, per esempio, averne di più nel settore terziario ? C’è qualcosa di preoccupante se gli Americani producono “solo” oggetti ad alto contenuto tecnologico, mentre si dimenticano come cucire delle scarpe ? Si tratta della divisione del lavoro: se un paese è maggiormente portato alla produzione di qualcosa, è bene che si dedichi a quella. Il libero mercato (quando è davvero libero) alloca le risorse nella maniera più efficiente, spostando la produzione di un oggetto laddove è più opportuno produrlo. Qualora un giorno fosse conveniente tornare a cucire scarpe negli USA, non ci sarebbe alcun problema.
Molti dei problemi segnalati da Blondet, in realtà, sono conseguenze di politiche stataliste. E’ chiaro che la produzione si allontana dai paesi con rigidità nel mercato del lavoro, tassazione e burocrazia elevate (come l’Italia). Se ne rende conto pure lui, quando sostiene che bisognerebbe “armonizzare fiscalmente” Regno Unito, Lussemburgo, Malta e Irlanda col resto d’Europa. Le sue proposte, in sostanza, sono mirate ad aumentare il carico fiscale in Europa (fino al livello italiano, temo) e il potere discrezionale in mano alla politica. Altre politiche stataliste, insomma. Cito l’ultima affermazione:
< Si tenga contro che il lancio della «riconversione verde» della
produzione, il risanamento immobiliare e del territorio, creeranno posti
di lavoro capaci probabilmente di compensare l’eventuale perdita di
mercati esteri. >
produzione, il risanamento immobiliare e del territorio, creeranno posti
di lavoro capaci probabilmente di compensare l’eventuale perdita di
mercati esteri. >
Un Governo non trova mai difficoltà nel creare posti di lavoro inutili come quelli appena citati (NB: se fossero utili, verrebbero svolti dal settore privato). Il problema è creare posti di lavoro utili, cioè che producano beni/servizi richiesti dalle persone. Più persone fanno lavori inutili, meno persone fanno lavori utili – e dunque meno ricchezza viene prodotta. Come al solito, non esistono pasti gratuiti; ma non bisogna scomodare la globalizzazione per capirlo.
Di weierstrass,
Contributor Riecho Economia e Libertà
da Riecho Blog Economia e Libertà
Incoming search terms:
- SCUOLA MEDIA sintesi di che cosa è il protezionismo
- protezionismo
- il protezionismo 1800 riassunto
- i pro ed i contro del protezionismo tessile
- ereti anti suicidio
- effetti protezionismo
- contro protezionismo
- giappone protezionismo anni 80
- effetti negativi del protezionismo grafico
- il protezionismo





