Giuseppe Sandro Mela
L’Istat ha recentemente pubblicato un interessante fascicolo, intitolato Rapporto sulla Coesione Sociale. Anno 2011, da cui citiamo alcune passi.
«Il tasso di disoccupazione a livello nazionale è pari a 8,4% nel 2010 con differenze rilevanti a livello regionale. Il dato risulta particolarmente consistente nella classe di età giovanile (15-24 anni) dove si attesta al 27,8% e raggiunge quote che superano il 40% nelle regioni del Mezzogiorno (Basilicata 42%, Campania 41,9%, Sicilia 41,3%).»
«Nel periodo 2007-2011 il peso dei giovani rispetto al complesso dei lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato, è passato dal 20% al 15,6%.»
Adesso ragioniamo un poco sopra.
L’art. 1 della Carta Costituzionale recita «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», ma questo dettame é una pura e semplice beffa per un giovane su tre, che cerca lavoro e non lo trova. Nel contempo, chi ha un lavoro se lo tiene, e se lo tiene ben stretto.
Sempre la Carta Costituzionale recita all’art. 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.»
Siccome la Costituzione non menziona l’età, non si violerebbe la carta se i nostri giovani, se trovassero lavoro, lo trovassero solo a tempo determinato, perché l’assunzione a tempo indeterminato è per loro un puro e semplice miraggio. In pratica, quindi, i nostri giovani non «hanno pari dignità sociale» e non «sono eguali davanti alla legge».
Ma cosa ha concorso ha determinare questa abnorme ingiustizia e concorre a sostenerla?
Il ragionamento è semplice.
Per decenni la generazione post-sessantottina si è goduta un splendido welfare, un ferreo Statuto dei Lavoratori, il tutto alimentato da un generosissimo debito pubblico che per conceder loro questi lussi si è ingigantito nel tempo. Poi, molti di loro sono andati in pensione con il metodo retributivo, ossia percependo una pensione non calcolata su quanto avevano realmente versato, ma molto, molto più generosa.
Adesso che i nodi vengono al pettine quale è la reazione? Lasciare il debito in eredità ai giovani.
Si innalza l’età pensionabile e si riducono le entità delle pensioni future. In pratica, chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto. Non solo, così non si liberano posti di rinnovo fisiologico degli organici.
I dipendenti protetti dallo Statuto dei Lavoratori difendono con unghie, denti e scioperi la loro condizione, tanto nessuno può licenziarli, e dei giovani che sono rimasti fuori dal sistema non se ne fanno nemmeno un baffo a torciglione. Che crepino pure!
E che dire dei pensionati? La pensione è un “diritto precostituito”, quindi non si tocca. Chi viene dopo non potrà averla? Ma ai nostri pensionati non gliene importa proprio un bel nulla. I nostri giovani mai andranno in pensione? Fatti loro, basta che diano il brodino ai vecchietti pensionati, ben abbarbicati alle proprie pensioni.
Così l’Italia che si dichiara Paese civile é divisa in due classi nettamente separate: chi é dentro il sistema e chi ne rimane fuori. Alla faccia dell’eguaglianza. E l’Istat tratta di questi argomenti parlando di coesione sociale! I giovani sono veri e propri schiavi degli anziani. E dovranno sgobbare per benino, perché sono anche viziati.
Una proposta seria.
Il sistema non è più in grado di regalare nulla a nessuno. Ne pigliamo atto.
Tuttavia sarebbe elementare senso di giustizia che chi ha percepito di più, ne rendesse compartecipi nel momento del bisogno anche quelli che non possono percepire nulla. Sarebbe una elementare norma di giustizia.
Non è giusto scaricare tutto il peso del dissesto sulle spalle di chi non c’entra per nulla, non ne ha goduto nemmeno una piccola briciola, non ne godrà mai. Ed é ancora più ingiusto che chi invece ne gode continui ad usufruirne come se niente fosse, come se tutto gli fosse dovuto.
Premetto che io sono pensionato: quindi ciò che segue colpirebbe anche me, in prima persona.
Propongo formalmente che si trattenga da tutte le pensioni in essere sopra i 1,200 euro netti al mese un’aliquota del dieci per cento da destinarsi esclusivamente al riassorbimento del debito sovrano. Per le pensioni in essere superiori ai 3,000 euro netti al mese questa aliquota sia del 20%, sempre da destinarsi a tale scopo. Per le pensioni superiori ai 5,000 euro netti al mese, l’eccedenza sia devoluta allo stesso scopo. Verrebbero raccolti circa 45 mld all’anno che, uniti a quelli che derivano dai provvedimenti già presi, consentirebbero di riassestare in breve la situazione.
Ma, soprattutto, a pagare sarebbero quelli che hanno percepito di più, non i poveracci che sono rimasti a bocca asciutta. Si adempirebbe ad un debito di giustizia.
In caso contrario, non fiatiamo nemmeno nel leggere «L’Italia è una Repubblica schiavista, fondata sullo sfruttamento dei giovani da parte dei vecchi.» E non si rimanga attoniti nel vedere partiti politici che si gloriano di essere difensori dei diritti dei cittadini, socialmente avanzati, difendere a spada tratta i “diritti precostituiti”, trattare i giovani da paria, come se invece che essere i nostri figli e nipoti fossero delle bestie.
Da ultimo, ma non per ultimo, si faccia grande attenzione a non alimentare una guerra generazionale. Anche se adesso molti pensionati sono autosufficienti, non lo saranno certo ancora per molto. In quel momento si attuerà la vendetta dell’abbandono, sempre che non si vada incontro ad una vera e propria eutanasia. Un egoista cronico non può aspettarsi misericordia nel momento del bisogno: tantum dabo quantum dabis.
Prima di cassare questa proposta, fate un giro in un gerontocomio. Osservate con cura. Traetene le conclusioni. Pensate: oggi a te, domani a me.
Nota.
So che molti Lettori non gradiscono che parli di giustizia. Tutte le volte che lo ha fatto ho dovuto leggere commenti feroci ed offensivi. Tuttavia é un dovere morale ed etico. Non può esistere pace sociale senza un minimo di giustizia.
gsm
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