Come se gli Stati Uniti non sguazzassero già in una disoccupazione rampante, certi soggetti se ne escono con le solite minchiate sul salario minimo. Jared Bernstein, membro del team economico di Obama, sta invocando un aumento del salario minimo dall’attuale $7.25 a $10. Gli invocatori delle leggi sul salario minimo sono si sindacati, che traggono la loro forza mantenendo disoccupati coloro con una bassa qualificazione e che richiederebbero un salario basso per essere impiegati. C’era arrivato addirittura Friedman. E come se non bastasse l’Italia se ne esce con la sua supercazzola personale, come se non fosse già abbastanza coperta di ridicolo. Infatti, secondo questa logica, basta spingere più in là l’asticella del punto 0 e tutti “vivremmo felici”. Morale della favola: il prezzo dei salari è fissato dalla domanda e dall’offerta (come accade per tutti i prezzi) e la distorsione del panorama economico attraverso forzature dei prezzi non fa altro che mantenere disoccupati i lavoratori a bassa qualificazione e rafforzare i mentecatti che popolano i vari sindacati.
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[Azione Umana, 1949]
La vera saggezza dei politici interventisti è di aumentare il prezzo del lavoro sia con decreti governativi che con l’azione violenta dei sindacati. Elevare i saggi salariali al di sopra dell’altezza che un libero mercato determinerebbe è considerato postulato dalle eterne leggi morali, indispensabile anche dal punto di vista economico. Chiunque si attenta a contraddire questo dogma etico ed economico ha la taccia di depravato ed ignorante. Molti contemporanei considerano chi è abbastanza temerario da “passare la linea di confine” come gli uomini delle tribù primitive consideravano coloro che violavano i precetti delle concezioni tabù. Milioni di persone giubilano se questi rognosi ricevono la meritata punizione da parte degli scioperanti mentre polizia, pubblici istruttori e tribunali penali mantengono una distaccata neutralità.
Il saggio salariale di mercato tende all’altezza a cui coloro che vogliono guadagnarsi un salario hanno lavoro, e coloro che richiedono lavoro possono assumerne quanti vogliono. Tende a realizzare ciò che oggi viene chiamata piena occupazione. Dove non vi è interferenza sindacale né governativa nel mercato del lavoro, vi è soltanto disoccupazione volontaria o catallattica. Ma non appena la pressione e la coercizione esterna, sia essa governativa o sindacale, tenta di fissare saggi salariali più alti, si ha disoccupazione istituzionale. Mentre sul libero mercato del lavoro prevale la tendenza della disoccupazione catallattica a scomparire, la disoccupazione istituzionale non può scomparire fintanto che il governo o i sindacati riescono ad imporre la loro volontà. Se il saggio salariale minimo si riferisce soltanto ad una parte delle varie occupazioni, mentre altri settori del mercato del lavoro sono lasciati liberi, coloro che perdono il loro impiego entrano nelle attività economiche libere aumentandone l’offerta di lavoro. Quando l’unionismo era limitato al lavoro qualificato soltanto, l’aumento salariale conseguito dai sindacati non traeva con sé la disoccupazione istituzionale. Riduceva semplicemente l’altezza dei saggi salariali nelle branche in cui c’erano sindacati efficienti o non ce n’erano affatto. Il corollario dell’aumento salariale ai lavoratori organizzati era la caduta dei salari dei lavoratori non organizzati. Ma con la diffusione dell’interferenza governativa nei salari e con l’appoggio governativo ai sindacati, le condizioni sono cambiate. La disoccupazione istituzionale è diventata fenomeno di massa cronico o permanente.
Scrivendo nel 1930, Lord Beveridge, ora sostenitore entusiasta del governo e dell’interferenza sindacale nel mercato del lavoro, rilevava che l’effetto potenziale di una “politica di alti salari” nel causare la disoccupazione “non è negato da nessuna autorità competente.”[1] Infatti, negare questo effetto equivale a sconfessare completamente qualsiasi regolarità nella sequenza e nell’interconnessione dei fenomeni di mercato. I vecchi economisti che simpatizzavano coi sindacati erano pienamente consapevoli del fatto che l’unionismo può raggiungere i suoi fini soltanto se ritretto ad una minoranza di lavoratori. Approvavano l’unionismo come strumento vantaggioso agli interessi di gruppo di un’aristocrazia privilegiata del lavoro e non si occupavano delle conseguenze per il resto dei salariati.[2] Nessuno è mai riuscito nello sforzo di dimostrare che l’unionismo potrebbe migliorare le condizioni ed elevare il tenore di vita di tutti coloro che aspirano ad un salario.
E’ pure importante ricordare che Karl Marx non sostenne che i sindacati potrebbero elevare il livello medio dei salari. Secondo lui, “la tendenza generale della produzione capitalista non è di elevare, ma di ridurre il livello medio dei salari.” Tale essendo la tendenza delle cose, tutto ciò che il sindacalismo può ottenere riguardo ai salari è di “trarre il meglio dalle possibilità occasionali per il loro miglioramento temporaneo.”[3] I sindacati contavano per Marx solo in quanto attaccavano “il sistema stesso della schiavitù salariale ed i metodi attuali di produzione.”[4] Essi dovrebbero capire che “invece del motto conservatore: Giusto salario giornaliero per una giusta giornata di lavoro!, dovrebbero iscrivere nella loro bandiera la parola d’ordine rivoluzionaria: Abolizione del sistema salariale!“[5] I marxisti coerenti si opposero sempre ai tentativi di imporre saggi salariali minimi, in quanto pregiudizievoli agli interessi dell’intera classe lavoratrice. Sin dall’inizio del movimento operaio moderno, vi fu sempre antagonismo tra sindacati e socialisti rivoluzionari. I vecchi sindacati britannici ed americani erano preoccupati esclusivamente di imporre più alti saggi salariali. Essi diffidavano del socialismo, sia “utopista” che “scientifico”. In Germania vi era rivalità fra gli adepti del credo marxista ed i capi sindacali. Infine, negli ultimi decenni che precedettero lo scoppio della prima guerra mondiale, i sindacati trionfarono. Essi convertirono virtualmente il partito socialdemocratico ai principi dell’interventismo e del sindacalismo. In Francia, Georges Sorel tendeva ad infondere nei sindacati quello spirito di aggressività rude e di bellicosità rivoluzionaria che Marx voleva imprimere loro. Oggi in tutti i paesi non socialisti esiste un conflitto manifesto tra due fazioni inconciliabili nell’ambito sindacale. Un gruppo considera il sindacalismo strumento per migliorare le condizioni dei lavoratori nell’ambito del capitalismo. L’altro gruppo vuole attrarre i sindacati nei ranghi del comunismo militante e li approva solo in quanto pionieri del rovesciamento violento del sistema capitalistico.
I problemi del sindacalismo operaio sono stati offuscati e assolutamente confusi da un blaterare pseudoumanitario. I sostenitori dei saggi salariali minimi, tanto decretati ed imposti dal governo che dall’azione violenta sindacale, dichiarano di combattere per migliorare le condizioni delle masse lavoratrici. Essi non permettono ad alcuno di mettere in dubbio il loro dogma che i saggi salariali minimi sono il mezzo appropriato per elevare i saggi salariali in modo permanente e per tutti coloro che desiderano impiegarsi a salario. Si vantano di essere i soli amici veri del “lavoro”, “dell’uomo comune”, del “progresso” e dei principi eterni della “giustizia sociale”.
Comunque, il problema è precisamente se vi è un mezzo per aumentare il tenore di vita di tutti coloro che desiderano lavorare, all’infuori dell’aumento della produttività marginale del lavoro accelerando l’incremento del capitale rispetto alla popolazione. I sindacalisti sono impegnati ad oscurare questo problema principale. Non si riferiscono mai al solo punto che conta, cioè la relazione fra numero dei lavoratori e quantità di beni capitali disponibili. Ma certe politiche sindacali implicano un tacito riconoscimento della correttezza dei problemi catallattici riguardanti la determinazione dei saggi salariali. I sindacati aspirano a ridurre l’offerta di lavoro mediante leggi contro l’immigrazione e impedendo a chi ne è al di fuori ed ai nuovi arrivati di competere nei settori sindacalizzati del mercato del lavoro. Inoltre si oppongono all’esportazione di capitali. Ma queste politiche non avrebbero senso se fosse vero che la quota pro capite di capitale disponibile non ha importanza nella determinazione dei saggi salariali.
L’essenza della dottrina sindacale è implicita nello slogan sfruttamento. Secondo la varietà sindacale della dottrina dello sfruttamento, che differisce in taluni punti dal credo marxista, il lavoro è l’unica fonte di ricchezza e la sua prestazione l’unico costo reale. A giusto titolo, tutto il ricavato della vendita dei prodotti dovrebbe appartenere ai lavoratori. Il lavoratore ha titolo all’intero prodotto del lavoro. Il male che il modo capitalistico di produzione fa al lavoratore consiste nel permettere che proprietari terrieri, capitalisti ed imprenditori sottraggano parte della porzione dei lavoratori. La quota che va a questi parassiti è un reddito non guadagnato, cioè manifestamente reddito predatorio, furto. I lavoratori sono nel giusto tentando di aumentare grado a grado i saggi salariali fino ad un’altezza in cui non resti nulla per la classe degli sfruttatori oziosi, socialmente inutile. Perseguendo questo fine, continuano la battaglia che le passate generazioni hanno combattuto per l’emancipazione degli schiavi e dei servi; e per l’abolizione di imposte, tributi, decime, corvées che i contadini erano tenuti a prestare a beneficio dei signori terrieri aristocratici. Il movimento del lavoro è lotta per la libertà e l’uguaglianza, e per l’affermazione degli inalienabili diritti dell’uomo. La sua vittoria definitiva è fuori dubbio, perché l’evoluzione storica tende inevitabilmente ad eliminare tutti i privilegi di classe e ad affermare saldamente la libertà e l’uguaglianza. I tentativi dei datori reazionari di fermare il progresso sono destinati a fallire.
Tali sono i dogmi della dottrina sociale d’oggi. E’ vero che taluni, sebbene perfettamente d’accordo con queste idee filosofiche, sostengono le conclusioni pratiche derivate dai radicali soltanto con certe riserve e qualificazioni. Questi moderati non propongono di abolire completamente la quota della “direzione”; sarebbero soddisfatti se fosse ridotta ad un “giusto” ammontare. Poiché le opinioni riguardanti la giustezza dei redditi degli imprenditori e dei capitalisti variano ampiamente, la differenza tra il punto di vista dei radicali e quello dei moderati è di poco momento. Anche i moderati aderiscono al principio che i saggi salariali reali dovrebbero sempre aumentare e mai diminuire. In entrambe le guerre mondiali, poche voci negli Stati Uniti si opposero alla pretesa dei sindacati, che le paghe dei lavoratori, anche in un’emergenza nazionale, dovrebbero aumentare più rapidamente del costo della vita.
Tutte queste disquisizioni sentimentali trascurano il punto fondamentale: gli aspetti economici del problema. Non tengono conto della disoccupazione istituzionale, conseguenza inevitabile dell’aumento dei saggi salariali oltre l’altezza determinata dal libero mercato.
Secondo la dottrina sindacale, non c’è pregiudizio nella confisca parziale o totale del reddito specifico dei capitalisti e degli imprenditori. Dicendo ciò intendono i profitti nel senso degli economisti classici. Non distinguono tra profitto imprenditoriale, interesse sul capitale impiegato e compenso per i servizi tecnici resi dall’imprenditore. Tratteremo successivamente delle conseguenze della confisca dell’interesse e dei profitti e degli elementi sindacalisti contenuti nel principio della “capacità contributiva” e negli schemi di partecipazione al profitto.[6] Abbiamo esaminato l’argomento del potere d’acquisto avanzato a favore di una politica di aumento dei saggi salariali oltre i saggi potenziali di mercato.[7] Ciò che resta da esaminare è il significato del cosiddetto effetto Ricardo.
Ricardo è l’autore della proposizione, che un aumento dei salari incoraggerà i capitalisti a sostituire macchinario al lavoro, e viceversa.[8] Quindi, concludono i difensori sindacali, una politica di aumento dei saggi salariali, indipendentemente da quello che sarebbero stati sul libero mercato del lavoro, è sempre vantaggiosa. Promuove il miglioramento tecnologico ed aumenta la produttività del lavoro. I maggiori salari si pagano sempre da sé. Costringendo i datori riluttanti ad aumentare i saggi salariali, i sindacati diventano pionieri del progresso e della prosperità.
Molti economisti approvano la posizione di Ricardo, sebbene pochi di essi siano abbastanza coerenti da approvare l’inferenza che i difensori sindacali ne traggono. L’effetto Ricardo è, tutto sommato, un genere di economia popolare. Nondimeno, il teorema implicato è uno dei peggiori errori economici.
La confusione parte da una errata interpretazione dell’affermazione che il macchinario è un “sostituto” del lavoro. Quel che accade è che il lavoro è reso più efficiente con l’aiuto dei macchinari. Lo stesso investimento di lavoro dà una quantità maggiore ed una migliore qualità di prodotti. L’impiego delle macchine non porta di per sé ad una riduzione del numero della manodopera impiegata nella produzione dell’articolo A preso in considerazione. Ciò che produce questo effetto secondario è il fatto che — a parità di condizioni — un aumento dell’offerta disponibile di A riduce l’utilità marginale unitaria di A rispetto a quella delle unità degli altri articoli e che quindi il lavoro è sottratto dalla produzione di A ed impiegato all’ottenimento di altri articoli. Il miglioramento tecnologico della produzione di A rende possibile realizzare certi progetti che non avrebbero potuto essere realizzati prima perché i lavoratori richiesti erano impiegati nella produzione di A per il quale la domanda dei consumatori era più urgente. La riduzione del numero dei lavoratori nell’industria A è causata dall’aumentata domanda di queste altre branche a cui viene offerta l’opportunità di espandersi. Incidentalmente, questa nozione confuta tutte le discussioni sulla “disoccupazione tecnologica”.
Strumenti e macchine non sono essenzialmente strumenti per risparmiare lavoro, ma mezzi per aumentare la produzione per un’unità d’investimento. Appaiono come mezzi per risparmiare lavoro se considerati esclusivamente dal punto di vista della branca individuale dell’economia interessata. Dal punto di vista dei consumatori e dell’intera società, appaiono come strumenti per aumentare la produttività dello sforzo umano. Essi aumentano la provvista e permettono il consumo di una quantità maggiore di beni materiali ed il godimento di maggior riposo. Quali beni saranno consumati in maggior quantità e in quale misura la gente preferirà godere di un riposo maggiore, dipenderà dai giudizi di valore di quest’ultima.
L’impiego di maggiori e migliori strumenti è fattibile soltanto nella misura in cui è disponibile il capitale necessario. Il risparmio — cioé l’eccedenza della produzione sul consumo — è condizione indispensabile di ogni ulteriore passo verso il progresso tecnologico. La semplice conoscenza tecnologica non serve se manca il capitale necessario. Gli uomini d’affari cinesi hanno familiarità con i metodi di produzione americani. Ciò che ne impedisce loro l’adozione non è la bassezza dei salari cinesi, ma la mancanza di capitali.
D’altra parte, il risparmio capitalistico comporta necessariamente l’impiego di attrezzi e macchine addizionali. La funzione del risparmio puro, cioè l’accumulo di scorte di beni di consumo come riserva per i giorni di pioggia, nell’economia di mercato è trascurabile. Sotto il capitalismo il risparmio è, di regola, risparmio capitalistico. L’eccedenza di produzione sul consumo è investita sia direttamente nell’azienda commerciale o agricola del risparmiatore che indirettamente nelle imprese altrui attraverso la strumentalità dei depositi a risparmio, le azioni comuni e preferenziali, i prestiti, le obbligazioni e le ipoteche.[9] Nella misura in cui la gente mantiene il consumo al di sotto del suo reddito netto, si crea capitale addizionale che al tempo stesso viene impiegato per l’espansione dell’attrezzatura produttiva capitalista. Come è stato rivelato, questo risultato non può essere influenzato da nessuna tendenza sincrona all’aumento del contante.[10] Da un lato, ciò che è incondizionatamente necessario per l’impiego di maggiori e migliori attrezzature è l’accumulo addizionale di capitale. Dall’altro, non è disponibile nessun impiego per il capitale addizionale all’infuori di quello procurato dall’applicazione di maggiori e migliori attrezzature.
La proposizione di Ricardo e la dottrina sindacale derivata da essa capovolgono lo stato delle cose. La tendenza all’aumento dei saggi salariali non è la causa, ma l’effetto del miglioramento tecnologico. Le imprese di lucro sono costrette ad impiegare metodi più efficienti di produzione. Ciò che trattiene gli sforzi dell’uomo d’affari dal migliorare l’attrezzatura della sua impresa è solo la mancanza di capitali. Se il capitale richiesto non è disponibile, nessuna manifestazione salariale può fornirlo.
Tutto ciò che i saggi salariali minimi possono ottenere riguardo all’impiego del macchinario, è di spostare l’investimento addizionale da una branca all’altra. Supponiamo che in un paese economicamente arretrato, la Ruritania, il sindacato dei caricatori di porto riesca a costringere gli imprenditori a pagare saggi salariali comparativamente molto più alti di quelli pagati nelle rimanenti industrie del paese. Allora può accadere che l’impiego più profittevole per il capitale addizionale sia di utilizzare mezzi meccanici per il carico e lo scarico delle navi. Ma il capitale così impiegato è sottratto ad altre branche in cui, in assenza di politica sindacale, sarebbe stato impiegato in modo più vantaggioso. L’effetto degli altri salari dei caricatori di porto non è un aumento, ma una caduta della produzione totale della Ruritana.[11]
I saggi salariali reali possono aumentare soltanto nelle misura in cui, a parità di condizioni, aumenta il capitale. Se il governo o i sindacati riuscissero ad imporre saggi salariali più alti di quelli che avrebbe determinato la libera economia di mercato, l’offerta di lavoro supererebbe la domanda e si avrebbe disoccupazione istituzionale.
Fermamente votati ai principi dell’interventismo, i governi tentano di contenere questo risultato indesiderato della loro interferenza ricorrendo alle misure dette oggi politiche di piena occupazione: sussidi di disoccupazione, arbitrato nelle dispute del lavoro, lavori pubblici impegnanti una spesa pubblica sconsiderata, inflazione ed espansione del credito. Tutti questi rimedi sono peggiori del male che sono destinati a rimuovere.
L’assistenza concessa al disoccupato non rimedia alla disoccupazione. Essa rende più facile al disoccupato rimenere ozioso. Quanto più il sussidio si avvicina all’altezza a cui il libero mercato avrebbe fissato il saggio salariale, tanto è minore l’incentivo che esso offre al beneficiario per cercare un nuovo lavoro. E’ un mezzo per preservare la disoccupazione piuttosto che farla scomparire. Le disastrose implicazioni finanziarie dei sussidi di disoccupazione sono evidenti.
L’arbitrato non è un metodo appropriato per risolvere i conflitti riguardanti l’altezza dei saggi salariali. Se l’arbitrato fissa i saggi salariali all’altezza esatta del saggio potenziale di mercato, le conseguenze sono le stesse di qualsiasi altro modo di fissazione dei saggi salariali minimi al di sopra dell’altezza di mercato, cioè la disoccupazione istituzionale. Non ha importanza il pretesto su cui l’arbitro fonda la decisione. Quello che importa non è se i salari sono “giusti” o “ingiusti” secondo un metro arbitrario, ma se produconoo meno un eccesso di offerta di lavoro rispetto alla domanda. A qualcuno potrebbe sembrare giusto fissare i saggi ad un’altezza tale che gran parte della forza lavoro potenziale sia destinata alla disoccupazione cronica. Ma nessuno può asserire che ciò sia convenzionale e vantaggioso per la società.
Se la spesa governativa è finanziata dalle imposte o dal prestito, la capacità dei cittadini di spendere ed investire viene ridotta nella stessa misura in cui si espande il bilancio pubblico. Non viene creato alcun lavoro addizionale.
Ma se il governo finanzia il suo programma di spesa con l’inflazione — aumentando la massa monetaria ed espandendo il credito — causa un aumento generale dei prezzi di tutti i beni e servizi indotto dal denaro circolante. Se nel corso di tale inflazione l’aumento dei saggi salariali rimane abbastanza al di sotto dell’aumento dei prezzi delle merci, la disoccupazione istituzionale può ridursi o sparire del tutto. Ma ciò che la riduce o la porta a scomparire è precisamente il fatto che tale risultato equivale ad una caduta dei saggi salariali reali. Lord Keynes considerava l’espansione del credito un metodo efficiente per abolire la disoccupazione; credeva che “la riduzione graduale ed automatica dei salari reali come risultato dell’aumento dei prezzi” non sarebbe combattuta in modo altrettanto energico dalla manodopera come qualsiasi tentativo di ridurre i saggi salariali monetari.[12] Tuttavia, il successo di questo piano ingegnoso richiederebbe un grado inverosimile di ignoranza e stupidità da parte dei salariati. Fintanto che i lavoratori credono che i saggi salariali minimi li avvantaggino, non si lasceranno ingannare da queste furbe trovate.
In pratica, tutti questi strumenti della cosiddetta politica della piena occupazione conducono in definitiva all’affermazione del socialismo di tipo Tedesco. Dato che i membri di una corte arbitrale designati dagli assuntori non sono mai d’accordo con quelli designati dai sindacati riguardo la giustezza di un saggio definito, la decisione viene deferita virtualmente ai membri designati dal governo. Il potere di determinare l’altezza dei saggi salariali è così attribuito al governo.
Quanto più i lavori pubblici si espandono e quanto più il governo fa l’imprenditore per colmare le lacune “dell’incapacità dell’impresa privata di fornire lavoro per tutti”, tanto più si riduce l’ambito dell’impresa privata. Così ci troviamo ancora di fronte all’alternativa capitalismo o socialismo. Non può esserci politica duratura dei saggi salariali minimi.
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Note
[1] Cf. W. II. Beveridge, Full Employment in a Free Society (London, 1944), pp. 362–371.
[2] Cf, Hutt, The Theory of Collective Bargaining pp. 10–21.
[3] Cf. Marx, Value, Price and Profit, ed. E. Marx Aveling (Chicago, Charles H. Kerr & Company), p. 125.
[4] Cf. A. Lozovsky, Marx and the Trade Unions (New York, 1935), p. 17.
[5] Cf. Marx, op. cit., pp. 126–127.
[6] Cf. sotto, pp. 800–816.
[7] Cf. sopra, pp. 298–299.
[8] Cf. Ricardo, Principles of Political Economy and Taxation, cap, i, sez. v. Il termine “effetto Ricardo” è usato da Hayek, Profits, Interest and Investment (London, 1939), p. 8.
[9] Dato che qui affrontiamo le condizioni di un’economia di libero mercato, possiamo trascurare gli effetti dei prestiti governativi che portano al consumo di capitale.
[10] Vedi sopra, pp. 519–520.
[11] L’esempio è puramente ipotetico. Un sindacato così potente probabilmente proibirebbe l’impiego di mezzi meccanici nel carico e nello scarico delle navi in modo da “creare nuovi lavori.”
[12] Cf. Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money (London, 1936), p. 264. Per un esame critico di quest’idea consultare Albert Hahn, Deficit Spending and Private Enterprise, Postwar Readjustments Bulletin No. 8, U.S. Chamber of Commerce, pp. 28–29. Sul successo dello stratagemma Keynesiano negli anni trenta, cf. sotto, pp. 786–787.
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