Giuseppe Sandro Mela.
Vi ricordate le parole drammatiche che pronunciò Nanni Moretti a Piazza Navona nel febbraio 2002?
«Con questi dirigenti non vinceremo mai»?
Errore!
Con questa dirigenza Banca Pd si è garantita un posto sicuro ed inamovibile nelle patrie galere per tutti gli allegri brighella che pensavano di essere impuniti ed impunibili: pasto assicurato, anche se reso salato dal’amarcord.
Ecco alcune simpatiche dichiarazioni.
«Con la gente basata alle Cayman non deve parlare nessuno, è ora di finirla perché c’è gente che lavora e paga le tasse. Non ci si deve fare dare consigli da chi viene dai paradisi fiscali». don Bersani, capo-cupola di Banca Pd.
«Nessuna responsabilità del Pd, per l’amor di Dio. Il Pd fa il Pd e le banche fanno le banche». don Bersani, capo-cupola di Banca Pd. Ma non era ateo? Si ricorda solo adesso che Dio esiste, eccome che esiste?
«La vicenda è preoccupante ma non c’è nessun imbarazzo. C’è una campagna elettorale da fare, quindi si sparano menzogne e poi qualcosa resterà». don Bersani, capo-cupola di Banca Pd.
Leggetevi queste, invece.
«Nella vicenda Mps ci sono “responsabilità evidenti di chi ha governato la città di Siena” e un “eccesso di cattiva politica”». Matteo Renzi, Sindaco di Firenze.
«La grande sirena della finanza internazionale ha incantato anche noi della sinistra. Adesso la politica deve riflettere a fondo, dettare regole precise e allontanarsi dalla gestione. Niente rapporti diretti con le banche», Enrico Rossi, Presidente della Regione Toscana.
«Purtroppo il localismo ha pesato molto su certe scelte, anche nella selezione delle competenze e del management». Enrico Rossi, Presidente della Regione Toscana.
Ed adesso beccatevi queste.
«Armageddon giudiziario che, non a caso, ha consigliato la Procura di attendere l’esito del voto di febbraio prima della sua discovery». Ma quale delicatezza! Gli “altri” siano massacrati proprio in campagna elettorale, ma i sodali della Banca PD, unqua non fia! Né oggi, né domani, né mai a render conto delle loro iniquità.
«Assolutamente normale che l’ex presidente Mussari finanziasse il Pd. Partito che, grazie al governo di Siena e Provincia, era responsabile della stessa nomina. …. Rivendico l’opportunità di un intervento statale quando si rischia il collasso di istituzioni fondamentali per il funzionamento del Paese.» on. Antonio Misiani, tesoriere del Partito Democratico.
«Lo Stato deve salvare la banca». Bravo on. Antonio Misiani, tesoriere del Partito Democratico: voi mangiate peggio del peggiori democristiani e poi vorreste presentare il conto ai Contribuenti?
«Non deve essere stato facile districarsi nel groviglio dei derivati di Mps se il nuovo management ci ha messo dieci mesi prima di scoprire le operazioni strutturate che ora rischiano di scavare nei conti un buco pari a quasi tutto l’utile». Ma se un management ci mette dieci mesi a capire un bilancio, che dovrebbe esser familiare come sbucciare un arancio, una delle due: o imbecilli o corrotti.
Considerazioni.
1. «Nessuna responsabilità del Pd, per l’amor di Dio. Il Pd fa il Pd e le banche fanno le banche». Ma a chi cerca di darla a bere don Bersani? Nessuna responsabilità del Pd? Si convenga: Giuda era un galantuomo. Eppure il buon Lenin avrebbe dovuto insegnargli che, se la menzogna é lecita, occorre usarla con intelligenza.
2. «Nella vicenda Mps ci sono “responsabilità evidenti di chi ha governato la città di Siena” e un “eccesso di cattiva politica”», dice Matteo Renzi, e «La grande sirena della finanza internazionale ha incantato anche noi della sinistra. Adesso la politica deve riflettere a fondo, dettare regole precise e allontanarsi dalla gestione. Niente rapporti diretti con le banche», rincara Enrico Rossi. Povero don Bersani: essere sputtanato a questa maniera proprio dai suoi fidi!
3. «Assolutamente normale che l’ex presidente Mussari finanziasse il Pd. Partito che, grazie al governo di Siena e Provincia, era responsabile della stessa nomina. …. Rivendico l’opportunità di un intervento statale quando si rischia il collasso di istituzioni fondamentali per il funzionamento del Paese.» Queste parole dell’on. Antonio Misani sono tutto un programma. Sculaccia pubblicamente quel bel tomo di don Bersani «Assolutamente normale che l’ex presidente Mussari finanziasse il Pd.». Capite bene? Assolutamente normale. Che solo don Bersani non se ne sia accorto? Il Segretario di Banca PD?
4. Ma il peggio é questo: «Assolutamente normale che l’ex presidente Mussari finanziasse il Pd».
«Lo Stato deve salvare la banca!»: no, caro don Bersani! Lo stato, il Contribuente, non deve salvare il PD.
Persino i fidi scudieri de La Repubblica parlano apertamente di due miliardi di mazzette!
Banca PD é una cosca mafiosa volta al latrocinio del pubblico denaro.
«Pubblico é bello!»: sì, don Bersani, perché Banca PD ci mangia sopra a quattro ganasce!
Documentazione da leggersi con grande attenzione.
ToDay. 2013-01-25. Caos Monte Paschi, Monti e Grillo attaccano: “Colpa del Pd”.
Con la voragine dei derivati che entra a gamba tesa nella campagna elettorale, il Partito democratico finisce nell’occhio del ciclone per il caso del Monte dei Paschi di Siena. Mario Monti e Beppe Grillo attaccano, ma anche il governatore democratico della Toscana, Enrico Rossi, critica il suo partito ed ammette che “la finanza ha incantato anche la sinistra”.
MONTI: “BASTA INCROCI POLITICA-BANCHE” - Intervenendo a Radio anch’io a proposito della vicenda del Montepaschi, il Professore ha detto: “C’entra in questa vicenda quel grande partito che viene spesso citato, cioè il Pd che ha sempre avuto molta influenza attraverso la Fondazione su quella banca”. “Io – ha aggiunto – non sono mica qui per attaccare Bersani ma per attaccare molto decisamente il fenomeno storico della commistione tra banche e politica che va ulteriormente sradicato. Poi lascio ai partiti puntare l’uno l’indice contro gli altri”.
Si tratta di “problemi – ha spiegato ancora il premier – che derivano da una brutta bestia che è la commistione tra banca e politica: io 20 anni fa rifiutai la vicepresidenza della Banca commerciale italiana nell’occasione in cui le cariche di vertice per la prima volta erano state lottizzate. Ho indagato sulle commistioni da commissario Ue e in Italia mi sono sempre molto occupato di questioni bancarie da studioso e ho sempre fatto raccomandazioni contro la commistione tra le banche e la politica”.
ASSEMBLEA DEGLI AZIONISTI - Intanto, è cominciata l’assemblea straordinaria di Mps sull’aumento di capitale necessario per beneficiare dei Monti-bond. In sala il leader del movimento Cinque stelle, Beppe Grillo, che ha detto di avere la delega per un centinaio di azioni e potrebbe quindi intervenire. L’ex comico appena arrivato ha gridato: “Fuori i soldi” aggiungendo che “è tutta colpa di un solo partito, dei Ds prima, del Partito Democratico poi”.
Grillo attacca il Pd. In assemblea – ha sottolineato il presidente Alessandro Profumo – è presente il 52,8% del capitale sociale. A oggi, ha spiegato il presidente, la fondazione Mps è il primo azionista della banca col 34,9%; poi ci sono Finamonte (famiglia Aleotti) col 4%, Axa col 3,3%, Unicoop Firenze col 2,7% e Jp Morgan col 2,5%.
IL PD FA AUTOCRITICA - Non manca, in seno al Pd, chi fa autocritica: “La grande sirena della finanza internazionale ha incantato anche noi della sinistra. Adesso la politica deve riflettere a fondo, dettare regole precise e allontanarsi dalla gestione. Niente rapporti diretti con le banche”. Lo ha affermato in un’ntervista a ‘Repubblica’ il governatore della Toscana, Enrico Rossi, criticando come aveva fatto il sindaco di Firenze Matteo Renzi l’intreccio tra Pd e la finanza.
“Non possiamo chiamarci fuori – ha ribadito Rossi – ma trovo che attaccare il Pd in questo momento sia molto strumentale”, ora la banca “ha preso un nuovo corso” e “credo sarebbe meglio preservarla dal tritacarne della campagna elettorale”. “Purtroppo – ha osservato – il localismo ha pesato molto su certe scelte, anche nella selezione delle competenze e del management”. “L’errore è stato innamorarsi della completa liberalizzazione senza percepirne il pericolo, pensare che le banche potessero staccarsi dall’economia reale e lanciarsi in speculazioni finanziarie”. Rossi ha sottolineato quindi che pur senza “crocifiggere nessuno” “il sistema va cambiato”: la politica “ha il dovere di pronunciarsi sulle regole da dare alle banche e su questo sarà bene che il Pd dica parole chiare e forti”.
Affari Italiani. 2013-01-25. Mps, Antonio Misiani (Pd), ad Affaritaliani.it: “Lo Stato deve salvare la banca”
“Politica e banche devono essere ben separate”. Antonio Misiani, tesoriere del Partito Democratico, con una intervista ad Affaritaliani.it ripercorre gli eventi che hanno portato al tracollo del Monte dei Paschi di Siena. In particolare trova “assolutamente normale” che l’ex presidente Mussari finanziasse il Pd. Partito che, grazie al governo di Siena e Provincia, era responsabile della stessa nomina. E sull’opportunità di un salvataggio di Mps: “Rivendico l’opportunità di un intervento statale quando si rischia il collasso di istituzioni fondamentali per il funzionamento del Paese”.
Onorevole Misiani, in questi giorni sta esplodendo il caso Monte dei Paschi di Siena. Una banca legata a doppio filo con il Partito democratico. Lo dimostra il fatto che Giuseppe Mussari, ex presidente di Mps, dal 27 febbraio del 2002 al 6 febbraio del 2012, ha versato a titolo personale nelle casse del partito 683.500 euro. Finanziamenti leciti e fatti alla luce del sole, ma che rivelano il rapporto tra una banca importante e un partito. Lo trova normale?
“Quei versamenti sono stati fatti nei confronti della federazione provinciale di Siena, non al partito nazionale. Lo stesso è avvenuto, credo, per i Ds, ma dovrebbe chiedere all’ex tesoriere Sposetti”.Al di là di chi materialmente abbia incassato gli assegni, questa vicenda dimostra che esiste un legame forte tra Mps e Pd, non è così?
“Sono erogazioni liberali e regolarmente dichiarate, fatte a titolo personale. Non ci vedo nulla di strano. Bisogna separare i due piani. Un conto sono le convinzioni politiche di un privato cittadino che possono portarlo a sostenere economicamente un partito. Altro è l’attività dello stesso come presidente di una banca. Ha ragione Bersani a dire: i partiti facciano i partiti e le banche le banche”.
Certo, ma la Fondazione che controlla il Montepaschi ha 13 consiglieri su 16 eletti dalla Provincia di Siena e dal Comune, quindi da istituzioni politiche da anni nelle mani del Centrosinistra. Non la considera una anomalia?
“E’ un sistema che è stato costruito negli anni e che ha una sua storia. Adesso va adeguato ad una realtà profondamente mutata. La riforma del 1993 è stata un primo passo importante nel Paese per svincolare il sistema creditizio dalla cappa che la politica gli aveva imposto. Tutto quello che va in questa direzione va sostenuto: la politica deve dettare le regole generali, ma la gestione deve spettare al management”.
Quindi bisognerà intervenire su Mps per cambiare la situazione attuale?
“Il mio è un auspicio generale. Se ci sono state delle commistioni in passato tra politica e banche adesso vanno superate. Ma nel caso concreto non sono un esperto e quindi non mi voglio esprimere”.
Il Pd era a conoscenza della situazione di crisi profonda in cui versava il Montepaschi prima che la cosa scoppiasse sui giornali?
“No, noi abbiamo saputo quello che è successo dai giornali”.
Dopo il caso Antonveneta e quello dei derivati lo Stato ha investito quasi 4 miliardi di euro per ‘salvare’ il Montepaschi. Ieri Maroni ha detto che è stato un errore, che i soldi investiti equivalgono a quanto rastrellato dallo Stato con l’Imu…
“Ma che sciocchezze. I miliardi sono un prestito su cui lo Stato avrà degli interessi e sono completamente scollegati dall’Imu. E poi Maroni deve essere prudente perché il crack del Credieuronord dovrebbe insegnare parecchio in termini di commistione politica-banche. Lì sì che c’è stata una commisstione disastrosa tra la politica e un istituto di credito, con il corollario di inchieste giudiziarie. Io suggerirei a Maroni prudenza e una bella analisi di coscienza”.
Negli Stati Uniti il governo Bush ha lasciato fallire una grande banca d’affari come Lehman Brothers. In Italia è così impensabile ‘lasciar fare al mercato’?
“La vicenda di Lehman Brothers dovrebbe insegnare ai demagoghi da strapazzo che le banche non possono essere lasciate al loro destino perché sono uno snodo cruciale del sistema economico e finanziario. Quindi lasciamo da parte la demagogia e occupiamoci della vita concreta dei cittadini. Lasciar fallire Lehman Brothers ha provocato un tracollo economico che ha fatto perdere milioni di posti di lavoro”.
Per Mps bisogna pensare ad una nazionalizzazione?
“L’intervento dello Stato deve avvenire solo se strettamente necessario e deve portare ad una responsabilizzazione delle banche beneficiarie di sostegno. Bisogna fare l’interesse dei risparmiatori e non certo dei banchieri. Ciò detto, rivendico l’opportunità di un intervento statale quando si rischia il collasso di istituzioni fondamentali per il funzionamento del Paese”.
La Repubblica. 2013-01-25. Mps, sospetto mazzette per 2 miliardi nell’acquisto di banca Antonveneta
La Finanza indaga sull’afflusso di fondi da Londra, dove sarebbero finiti parte dei 9 miliardi pagati a Santander. E starebbero tornando in Italia. Un’ombra che probabilmente allargherà il fronte delle responsabilità oltre Mussari e Vigna. La Procura di Siena attenderà l’esito del voto: il dubbio che dietro le operazioni estere ci fossero regali ai partiti.
SIENA - Il segreto del Sistema Mussari, incipit della catastrofe di Mps, è in un conto di una banca londinese su cui nel 2007 vennero parcheggiati 2 miliardi di euro.
Quei 2 miliardi di euro sono l’incongruo e mai giustificato sovrapprezzo per l’acquisto di Antonveneta con cui sfamare gli appetiti della politica, la spregiudicatezza del management del Monte e rendere indissolubile il “groviglio armonioso” della terza banca italiana, la più antica del mondo. Su quel conto sarebbe stata parcheggiata la madre di tutte le tangenti, lasciando poi che il tempo e una sequenza di scudi fiscali ne consentisse il tranquillo rientro in Italia ai suoi diretti beneficiari o intermediari. Politici, appunto. Banchieri. Manager.
Se così stanno le cose, se coglie nel segno questa che oggi è l’ipotesi investigativa principale su cui si muovono i pm della Procura di Siena Giuseppe Grosso e Antonino Nastasi e il Nucleo di polizia valutaria di Roma (che proprio a Londra hanno avanzato diverse rogatorie), gli ultimi cinque anni di storia di Mps andranno riscritti da cima a fondo e verosimilmente l’elenco delle responsabilità non si fermerà al solo Mussari e ai suoi uomini. In un annunciato “Armageddon” giudiziario che, non a caso, ha consigliato la Procura di attendere l’esito del voto di febbraio prima della sua “discovery”. E in cui la “nuova” Mps annuncia che sarà parte lesa, pronta a chiedere azioni di responsabilità per miliardi di euro.
Londra e l’acquisto di Antonveneta, dunque. Da qui è necessario partire. Siamo a fine 2007 e il mondo finanziario è prossimo a ballare sul ciglio del baratro. La Mps di Mussari acquista la Antonveneta da Banco Santander per 9 miliardi in contanti. Un prezzo che definire generoso è poco. Fuori da ogni logica e parametro e per giunta inspiegabilmente figlio di un rilancio dello stesso Mussari nel momento in cui gli spagnoli sembrano pronti a chiudere per 7 miliardi. I 9 miliardi vengono versati in due tranche e su conti distinti. 7 miliardi direttamente a Santander. 2 miliardi su un conto di una banca londinese nella disponibilità dello stesso Santander.
È la provvista della tangente. O, almeno, è questa l’unica logica spiegazione che può essere data a quelle anomalie nell’acquisto: il sovrapprezzo e il suo versamento su un conto separato. Banca d’Italia potrebbe eccepire su quell’operazione, probabilmente. Ma decide di non entrare nel merito del prezzo di acquisizione chiedendo quale unico requisito al Monte di ricapitalizzarsi. La Banca lo fa, ma a modo suo. Con l’emissione di un prestito convertendo in azioni da un miliardo (i cosiddetti bond “fresh”), contratto a debito con Mediobanca e Credit Suisse e intestato a sottoscrittori sempre rimasti misteriosi, alcuni dei quali intermediati sull’estero. È una scelta “quieta” quella di Bankitalia che in quel momento serve a tutti. Perché Antonveneta è una “operazione di sistema”, dove tutti coprono tutto, e a vantaggio di tutti. E in cui si creano e cementano nuove fedeltà. A Siena, ma non solo, come dimostra la giubilazione, nel 2010, di Mussari al soglio dell’Abi. Antonveneta, infatti, è in quel momento un problema del Sistema, e come tale viene sistemato con generale soddisfazione.
Della politica, del blocco di interessi che controlla la Banca. Peccato, che una volta inghiottito il boccone Antonveneta, cominci l’agonia del Monte. Al cui capezzale si applica una struttura di gestione parallela, che fa capo all’area finanza di Gianluca Baldassarri (parente di Mario Baldassarri, l’economista di An poi sottosegretario del governo Berlusconi), del suo vice Alberto Cantarini, e almeno una decina di operatori, protagonisti nel decennio passato di una teoria di operazioni rischiose, derivati al quadrato e macchinazioni che, ora, a Palazzo Koch, non esitano a definire «mostruosi». Si tratta di investimenti conclusi in gran segreto, e con poco riguardo rispetto alle scadenze e alle buone prassi, utilizzando a leva una trentina di miliardi di euro su cui la banca guadagna pochissimo (uno zero virgola, se va bene) mentre altri guadagnano molto.
Quella di Mps e di Baldassari è una turbofinanza che deve rifare il trucco ai bilanci e spostare in avanti le perdite, se necessario, trasformandole miracolosamente in utili (è il caso delle operazioni Santorini e Alexandria). E che nessuno si accorga di quanto accade in quel momento a Rocca Salimbeni è difficile crederlo. Per dirne una, «l’accordo con Deutche Bank Londra (il contratto Santorini), che comportò a fine 2008 l’acquisto di 2 miliardi di Btp, legati a finanziamenti il cui costo dipendeva da variabili spiccatamente aleatorie», fa aumentare un anno dopo, quando viene inclusa nelle statistiche, del 30% in un sol colpo «la rischiosità del banking book». Mentre l’ispezione interna Mps del maggio 2009, come accerterà Bankitalia un anno dopo, «si concludeva con giudizio positivo, non valutando adeguatamente l’inosservanza del limite di liquidità strutturale, i rischi degli investimenti di desk e gli effetti dello swap a variabile di passivi a tasso fisso in in contesto già in peggioramento».
Che in quel momento Mps sia un animale morente pronto a qualunque tipo di operazione pur di sopravvivere deve essere il segreto di Pulcinella nel Sistema. Tanto è vero che anche Bankitalia, come testimonia la relazione ispettiva del maggio 2010, dà segni di preoccupazione. Fino all’atto finale, a Capodanno 2011, quando la suasion di Via Nazionale si impone, con la nomina di un manager esterno — Fabrizio Viola — a capo della banca. Un commissario de facto, che dopo nemmeno un mese allontana in malo modo il direttore finanziario Gianluca Baldassarri, asfalta l’intera area finanza e manda a casa, come ha rivendicato lui stesso ieri in assemblea, «il 50% dell’alto management». Intanto, da quel conto londinese la tangente ha cominciato a rientrare in Italia. Frazionata. In una sequenza che da sporadica si fa ad un certo punto continua nei flussi e per questo incuriosisce la Finanza. L’inizio di un’inchiesta, appunto e lo svelamento
di un Sistema.
Il Secolo XIX. 2013-01-26. Mps, Bersani: «Noi contro i derivati».
La Spezia – Giornata “ligure” per il segretario del Partito Democratico, Pierluigi Bersani, che ha passato la mattinata alla Spezia e nel pomeriggio è a Genova: sulla delicata vicenda del Monte dei Paschi di Siena ha proposto di «affidare poteri commissariali» al presidente della banca, Alessandro Profumo, e all’amministratore delegato, Fabrizio Viola.
In particolare, parlando dalla Spezia Bersani è andato “all’attacco”: «Cerchiamo di capirci, di cosa si sta parlando? Se si parla di intrecci locali, il nostro partito è sempre stato contro. Chi ha fatto saltare il sindaco adesso è nelle liste di Monti». Inoltre, «su “derivati” e “finanza creativa´” abbiamo sempre dato battaglia: se ci cercano, ci trovano. Cosa propongo? Affidare a Viola e Profumo poteri commissariali».
Bersani ha toccato anche l’argomento dei presunti abusi dei rimborsi elettorali , da giorni al centro del dibattito politico (e delle cronache giudiziarie) proprio in Liguria: «Non è possibile che con i soldi pubblici ci si possa fare la spesa, così come non c’è ragione che un deputato prenda più di un sindaco. Su questi temi non basta un’agenda, servirebbe una “lenzuolata”».
Prima di lasciare la Spezia alla volta del capoluogo ligure, infine, Bersani, si è detto «meravigliato» da quelli che ha definito «gli “attacchi”» di Mario Monti: «La campagna si sta accendendo non nella direzione giusta. Siamo meravigliati dal professor Monti, che si sta affidando a un guru americano e sta mettendo in pratica una campagna elettorale d’attacco nei nostri confronti. Il problema è che, finite le elezioni, i guru americani se ne vanno via, mentre i problemi dell’Italia rimangono».
Qelsi. 2013-01-26. Il “Sistema Siena” e Montepaschi: i maneggi di Enrico Letta, i fratelli Monaci, Renzi e il Pd.
“Viene giù tutto” dicono a Siena. I cittadini lo sanno che la bufera intorno al Monte dei Paschi è solo all’inizio e che presto accadrà l’imponderabile, quello che ognuno non immaginava credere. Non è passato sotto traccia lo scoop del Fatto Quotidiano a poche ore dall’assemblea dei soci. Un tempismo molto probabilmente dettato proprio dai vertici della banca per arrivare al rendez-vous degli azionisti e giustificare l’aumento di capitale con ricevuta di un prestito di 3.9 milioni di euro con tasso di interesse altissimo (oltre il 9%, una volta si chiamava strozzinaggio). La bufera coinvolgerà tutti: dalla Città del Palio, le sue istituzioni e le sue storiche contrade fino alla politica nazionale.
Giuseppe Mussari, ex presidente del Mps e dell’Abi, è oggi messo alla gogna, il “cadavere” da prendere a calci, ma anche l’uomo più temuto d’Europa: se dovesse parlare probabilmente porrebbe fine alle carriere di politici, imprenditori e perfino qualche partito. Come una parte del Pd, quella degli ex Margherita. Enrico Letta, ad esempio, si è subito dilettato nello sport preferito degli italiani: trovare un colpevole e puntare il dito. Sulla vicenda Mps lo fa con Berlusconi, ma se guardasse in casa propria (probabilmente lo ha già fatto e per questo ha deciso di attaccare per primo) si accorgerebbe che nella sua Margherita è transitato anche Alfredo Monaci, fratello di Alberto, più comunemente conosciuti come “La famiglia”, “I Monacini” e “I Signori di Siena”.I due fratelli erano i punti di riferimento delle correnti interne alla Margherita: Alberto gli ex Ppi e Alfredo i rutelliani.
Alfredo Monaci oggi è candidato con la lista Monti ed è su suo input che a Siena è saltato il governo della città eletto da meno di un anno. La corrente interna al Pd capeggiata da Monaci era un pilastro importante, comprendendo anche alcuni assessori. Le motivazioni delle dimissioni del sindaco Ceccuzzi (voluto anche da Monaci senza le primarie), tecnicamente avvenute sulla bocciatura del bilancio ma di fatto sullo sfaldamento della maggioranza, sono da ricercare nel mancato accordo tra lo stesso Ceccuzzi ed Alfredo Monaci (che ha interrotto la Pax). Quale? Quello della promozione di Monaci nella poltrona di vice presidente del Mps. Monaci, che a Siena conta sulle simpatie eccezionali della Curia, è amico personale del ministro Riccardi che lo ha voluto in lista con Monti, e soprattutto gode di un bacino di voti del 10-15%, era un dipendente della Banca Mps diventato poi dirigente quindi ultimamente presidente di Biverbanca. Ma ancora prima investito di una serie di numerosi incarichi di alto livello in seno al Mps e perfino all’Abi. Una carriera lungo tutto l’arco della presidenza Mussari in Fondazione Mps (oggi il presidente è Gabriello Mancini, uomo dei Fratelli Monaci) e poi in Banca. “Alfredino” gode anche di una bella vista, la sua casa in Piazza del Campo di proprietà della moglie si affaccia sulla Mossa (la partenza del Palio) e le finestre guardano in faccia l’antica Torre del Mangia (ha un valore di circa 7-10 milioni di euro).Il fratello, Alberto, invece è il grande vecchio della Dc, con un bacino di voti enorme, attualmente è il presidente del Consiglio regionale della Toscana, ma è stato pure Deputato della Democrazia Cristiana (corrente De Mita). I senesi si ricordano molto bene di una vicenda che coinvolse Alberto Monaci e la moglie Anna Gioia (battagliera consigliera comunale del Pd eletta per più anni): il “Monacione” (così è stato ribattezzato a Siena, perché più grande del fratello) acquistò nel 1999 tramite la moglie la sede della Dc: 14 stanze in un palazzo signorile vicino piazza del Campo. Al tempo si parlava di 309 metri quadrati su due piani per un valore di quasi 2 milioni di euro (prezzo per il fido democristiano 570 milioni di lire). Il liquidatore nazionale Dc dell’epoca era Gianfranco Rotondi, che fece spallucce affermando di non sapere molto. Ma il risparmio fu notevolissimo. Anna Gioia ha un figlio con il primo marito: Alessandro Pinciani. Il quale è stato prima segretario cittadino del Ppi e della Margherita e adesso vicepresidente della Provincia di Siena.
In tutto questo contesto spunta anche Matteo Renzi, sindaco di Firenze, per ben tre volte nel 2012 giunto a Siena. Nelle prime due occasioni per sostenere ed applaudire Ceccuzzi, l’ultima volta per chiudere la campagna elettorale delle Primarie. Ma al Palasport, Renzi vide bene di non fare nomi, di non attaccare la politica senese e la Banca. Perché? La risposta è da ricercare nei suoi rapporti e in quelli dei suoi fedeli senesi con la Banca. Renzi per via delle nomine dei suoi uomini nelle partecipate Mps e perfino Firenze Parcheggi, come ha denunciato ieri l’ex sindaco di Siena degli anni ’90 Pierluigi Piccini, ex Pci e oggi nell’Api di Rutelli (trombato nel 2001 alla presidenza della Fondazione Mps, a discapito proprio di Mussari, ma accontentato con la vice presidenza di Mps Francia con stipendio da nababbo); i suoi fedeli senesi invece perché hanno in Bruno Valentini (Pd) un altro esempio di “Sistema-Siena”. Valentini, attuale sindaco di Monteriggioni, voleva candidarsi alle Primarie contro Ceccuzzi ma non ha avuto il via libera dalle regole che il centrosinistra aveva scritto per le stesse Primarie (c’è stata pure una sentenza del Tribunale di Siena per la regolarità). Valentini proviene dal sindacato Fisac della Cgil Mps, anche lui impiegato della Banca che per “intercessione divina” durante il mandato di sindaco a Monteriggioni (e quindi lavoratore part time al Mps) ha ricevuto promozioni a dirigente. Ma c’è di più: proprio i sindacati e la Cgil in particolare sono stati i più strenui difensori del dg Antonio Vigni quando nel 2011 venne ventilata l’ipotesi di un suo cambio nella poltrona di direttore generale a causa della questione Antonveneta: “Sarebbe una decisione ingiustificata” tuonarono quasi tutti i sindacati, compreso anche il Pdl locale che dichiarò “Una decisione incomprensibile, ingiustificata a livello di Progetto industriale”.
C’erano tutti dentro al “Sistema-Siena” tranne pochi, anzi pochissimi. Qualche singolo cittadino (che poteva e può permettersi da autonomo o benestante di essere libero) e la Lega Nord (in modo particolare perché non ha mai avuto dirigenti adatti a ricoprire incarichi importanti in Banca o altre partecipate. Difatti l’unica poltrona ricevuta è stata in una Fondazione di studio sull’agroalimentare mantenuta dalla Fondazione Mps).
Ma a Siena c’è molto, molto, molto di più. Servirebbe un libro per raccontarle tutte, dai 180milioni di euro di utili che la Fondazione Mps rigettava sul territorio senese e toscano (ne hanno goduto tutti), ai finanziamenti di progetti assurdi (venivano regalati fondi perfino alla nascita di puledri) fino alle grandi opere avveniristiche come Siena Biotech.
Tutto è finito, Beppe Grillo ha paragonato la vicenda Siena a Parmalat e Tangentopoli. Ma se fermi un senese per il Corso o in Piazza del Campo ti dirà: “E’ come quando Nerone incendiò Roma. Ma a Siena ci siamo sempre rialzati, dalle macerie possiamo ricostruire la nostra grande città come fecero i nostri avi nel 1555″.
Il Giornale. 2013-01-26. Mps, ecco il documento che svela il “buco”.
Clientele, soldi agli amici degli amici, finanziamenti alla politica. Ecco sganciata la bomba. «Per essere più espliciti, la Fondazione (Mps, ndr) nell’arco temporale dal 2001 al 2005 si stava comportando come una famiglia che spendeva più di quanto si fosse posto come obiettivo di guadagno nel medio-lungo termine, in altre parole stava erogando non guadagni bensì patrimonio, calcolato a valore contabile, e tali squilibri, se valutati a mercato sarebbero stati anche maggiori, ma la politica di valorizzazione delle partecipazioni della Fondazione stabilita dalla Direzione era di calcolarle a costo storico, e non a mercato data la loro valenza strategica.
La voce contabile che distorceva in maniera netta tale calcolo di rendimento era rappresentata dalla partecipazione in Banca Mps che negli anni passati era contabilizzata a euro 1,08, livello molto inferiore ai corsi di mercato…».
Lo sfogo messo nero su bianco è di Nicola Scocca, direttore finanziario della Fondazione Mps fatto fuori all’indomani di una memoria di 8 pagine dove – di fatto – evidenziava un «sistema» anomalo quanto a erogazioni esagerate saccheggiando il patrimonio. Il documento è agli atti dei pm di Siena, che hanno interrogato l’ex direttore finanziario ripetutamente ottenendo informazioni straordinarie sul sistema Siena-Banca-Partito. In soldoni, per quel che ha scritto nel documento e per quanto riferito ai pm, anno dopo anno Scocca avrebbe segnalato ai vertici della Fondazione l’assurdità di spendere più di quanto si aveva in cassa. Propose invano di vendere azioni di Banca Intesa, per rientrare delle perdite. Niente. Quella denuncia, di fatto, lo portò a essere mandato via da Mps col risultato che – come ha ricordato Scocca agli inquirenti – dai 13 miliardi di patrimonio del 2005 si è arrivati al miliardo e mezzo di oggi. Una debacle. Anche su questo sta lavorando la Procura di Siena. Gli inquirenti avrebbero raccolto elementi significativi su condotte fraudolente messe in campo già dal 2007 dai manager Mps per reperire parte significativa dei dieci miliardi di euro versati per Antonveneta e per finanziamenti a favore della Fondazione. Di mezzo ci sarebbero anche interventi per alterare il valore del titolo Antonveneta, tali da configurare il reato di manipolazione del mercato.
Ma vediamo nello specifico come andarono le cose, seguendo il ragionamento della «gola profonda» dei pm senesi. Quando Scocca, nel 1999, viene chiamato alla Fondazione Mps con l’incarico di direttore finanziario, studia come prima cosa un «obiettivo di rendimento» per l’ente, allora (e ancora per molti anni) azionista di maggioranza della Banca Mps. Il nodo sta nel calcolo del corretto tasso di erogazione della Fondazione, cioè il tasso a cui vengono concessi i finanziamenti da parte della ricchissima cassaforte di Siena. Il direttore finanziario Scocca stabilisce un valore (2%) capace di mantenere costante nel tempo il patrimonio della Fondazione e anche di farlo aumentare per il futuro, coprendo quindi tutte le uscite di Palazzo Sansedoni. Il piano viene approvato dal Cda e diventa quindi il criterio di gestione dell’enorme patrimonio della Fondazione. Qualche anno dopo, precisamente nel 2005, Scocca effettua un’analisi degli ultimi bilanci per vedere se quel tasso ha reso i benefici previsti, e lì trova una brutta sorpresa. «Veniva fuori che la fondazione aveva erogato ad un tasso più alto, del 2,44% nel 2005».
Questo giochetto significava che la Fondazione stava erogando più di quanto stava guadagnando. E quindi erogava patrimonio, dava contributi agli amici, alla politica, in maniera clientelare. È a quel punto che scrive la nota di 8 pagine che gli costerà, di fatto, il licenziamento in tronco. Direttore e vicedirettore generale della Fondazione si oppongono alla correzione consigliata da Scocca, cioè o rivedere gli obiettivi di rendimento oppure alzare il tasso di erogazione o infine ridurre le erogazioni. Ipotesi, in particolare quest’ultima, vista come «fumo negli occhi» dai vertici della Fondazione, ha spiegato l’ex direttore finanziario. E naturalmente, col suo allontanamento la linea dei finanziamenti a pioggia prosegue e aumenta. La Fondazione ha continuato a erogare anche nel 2006, nel 2007 (anno di Antonveneta), poi nel 2008, continuando a incassare il dividendo dalla banca ma erodendo il patrimonio della Fondazione. Come se una famiglia che ha un reddito di 2mila euro ne spende tremila ogni mese, vendendo il proprio patrimonio, contando sugli introiti «virtuali» prodotti dalle operazioni sui derivati della banca Mps. Un meccanismo infernale che ha messo in seria crisi la Fondazione. Dettato dalla volontà tutta politica di ottenere consenso sul territorio, irrigato dalla pioggia di soldi della Fondazione Mps. Finché ce n’erano.
Sole24Ore. 2013-01-27. Mps, i rischi oscurati nei bilanci.
Non deve essere stato facile districarsi nel groviglio dei derivati di Mps se il nuovo management ci ha messo dieci mesi prima di scoprire le operazioni strutturate che ora rischiano di scavare nei conti un buco pari a quasi tutto l’utile previsto dal piano solo nel 2015. Non deve essere stato facile se, a oltre tre mesi dalla rilevazione di Alexandria – poi sono seguite Santorini e Nota Italia –, ancora la banca non si sbilancia nel dare una cifra precisa. Con 500 milioni in più di “Monti bond” Mps dovrebbe essere in grado di assorbire i danni, ma l’esito della ricognizione sarà portato al consiglio solo tra un paio di settimane.
Ma se raccapezzarsi dall’interno è difficile, dall’esterno è addirittura impossibile. Nei bilanci Santorini compare, defilata, per la prima volta nel 2002 tra le «note ai movimenti su partecipazioni», dove in corpo minimo si legge che la quota del 4,99% in Sanpaolo–Imi è stata ceduta per 785,4 milioni, con una minusvalenza rispetto al valore di libro di 425,3 milioni «imputata contabilmente a un componente negativo di reddito di natura straordinaria e contemporaneamente neutralizzata con l’utilizzo della riserva di rivalutazione ex legge 342/2000». A chi è stata ceduta? Prestando un po’ di attenzione dal linguaggio formale si capisce che in parte si è trattato di una partita di giro: «A fronte di detta cessione la nostra banca ha partecipato, con una quota del 49% e un investimento di euro mgl.328.690, alla costituzione della Santorini Investment Ltd, società controllata dalla Deutsche Bank AG». Scorrendo l’elenco delle partecipazioni si apprende che Santorini è domiciliata a Edimburgo.
Qualche anno e Siena la saluta. Il rendiconto del 2009 informa infatti che la società, nel frattempo passata al 100% sotto le insegne di Mps, è stata liquidata con una perdita di 17,2 milioni in lascito. Nel 2008 alla controllata era attribuito un patrimonio netto di 303 milioni e un valore di carico di 241,5 milioni, con la differenza di 61,57 milioni (cioè una minusvalenza potenziale) contabilizzata nella riserva negativa da valutazione degli asset disponibili per la vendita. Dalla perdita finale di 17,2 milioni si evince infine che Mps è riuscita a recuperare 224 milioni, quando prima di essere trasferita nel veicolo la quota in Sanpaolo-Imi era in carico alla banca per 1,2 miliardi. Certo, se la memoria è corta, la liquidazione in perdita di Santorini non appare un grande affare, ma neppure una tragedia.
Alexandria è ancora più anonima. Spunta infatti nel bilancio 2005 all’interno di un lunghissimo elenco di cartolarizzazioni di attività diverse dai mutui facenti capo a “terzi”, sotto il nome di Alexandria Capital-Karnak con un’esposizione senior (cioè, teoricamente, della miglior qualità) di 25 milioni, e con un’esposizione mezzanina per 22,7 milioni sotto il nome di Alexandria Capital Dendera. Poi Alexandria si inabissa e sparisce dai conti degli anni successivi. Di Nota Italia non c’è mai traccia.
Ora – siamo al 23 gennaio 2013 – un comunicato del Montepaschi dà conto di quanto emerso finora. «Con riferimento ad Alexandria e Santorini, operazioni per le quali appare presumibile un collegamento con perdite derivanti da investimenti pregressi – si legge –, si precisa che le stesse rappresentano investimenti effettuati da parte della banca in BTp a lunga durata, finanziati attraverso operazioni di pronti contro termine, le cui cedole sono state oggetto di asset swap al fine di gestire il rischio assunto». Nota Italia, precisa sempre lo stesso comunicato, è invece «un investimento effettuato nel 2006 in un prodotto di credito strutturato al quale era associata la vendita da parte della banca di protezione sul rischio sovrano della Repubblica italiana».
Ma nulla di tutto ciò è stato spiegato per tempo, mettendo in guardia dai rischi. Non dai bilanci e neppure dal prospetto dell’aumento di capitale dell’estate 2011, che non conteneva alcuna allerta specifica, nonostante si trattasse di un’operazione, molto diluitiva, dell’importo di oltre 2 miliardi. Non si può dire del resto che la scarsa disclosure sia una prerogativa senese.
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