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Giuseppe Sandro Mela.

 

Vincent van Gogh Gli Scarponi Ideazione concettuale e linguaggi indoeuropei. La comune Weltanschauung europea.

Vincent van Gogh. Gli Scarponi.

 

 Il criterio linguistico é uno dei più caratteristici per designare un popolo, per il motivo che il linguaggio matura molto lentamente nel tempo, mentre l’ubicazione topografica oppure la struttura politica ed economica sono soggette a variazioni anche drastiche e repentine.

  Da questo punto di vista, i così detti paesi europei sono accumunati da linguaggi che derivano da un comune ascendente denominato indoeuropeo, anche se nei paesi nordici preferiscono, forse a ragione, il termine indogermanico.

  L’esistenza di una protolingua europea é un dato comunemente accettato dagli studiosi della materia, anche se non esisterebbe al momento attuale una teoria sufficientemente corroborata di chi fosse e dove avesse abitato il popolo che la parlava.

  In questa sede non ci interessa focalizzarci sulla linguistica indoeuropea in sé, argomento peraltro di estremo interesse culturale: il nostro obbiettivo si limita a focalizzarne alcune caratteristiche potenzialmente utili ad inquadrare la mentalità di questa enclave.

  1. Il linguaggio é partorito e raffinato nel tempo per esprimere concetti in modo inequivocabile. Non si sarebbe lontani dal vero asserendo che il linguaggio sia stato l’invenzione più grandiosa dell’umanità. Balza immediatamente all’attenzione il fatto che senza una lingua adatta risulterebbe impossibile esprimere una certa tipologia di concetti, mentre il concepimento dei medesimi determina mutazioni linguistiche solo quando essi siano diventati patrimonio comune. In caso contrario, le espressioni verbali che li sottendono restano appannaggio di una ristretta élite. Da questo punto di vista, la linguistica aiuta potentemente a compenetrare mentalità ed attitudini mentali dei popoli.

  2. Lo studio dell’onomastica é l’entry level della linguistica. Essa studia tutti i tipi di nomi propri.

  Alcuni suoi settori, come l’idronimia hanno il pregio di proiettarci nei linguaggi proto-indoeuropei. Infatti, i nomi dei fiumi sono quelli che offrono maggiore resistenza al rinnovamento. Si pensi solo al Baetis, il cui nome tuttora usato é Guadalquivir, oppure Alcantara, che deriva dal termine arabo che designa un ponte. Oppure si pensi ai toponimi derivati dalla radice “*arg“, «bianco luminoso», quali per esempio Argit, Erge, Arrow, Yranell, Argà, etc.

  Anche i numeri sono imparentati. Il termine “due” trova corrispettivo nel duo latino, duo greco, dva(u) sanscrito.

  I termini di parentela sono altrettanto importanti perché di uso familiare: così il pater latino si associa il patér greco ed il pita(r) sanscrito.

  Molti termini tecnici sono frequentemente importati da una lingua all’altra, ossia dal popolo che ha escogitato la metodica a quello che la ha importata. Si pensi solo all’universalità d’uso del termine sport.

  In conclusione, le lingue indoeuropee usano una terminologia che in larga parte deriva dalla pro-lingua attraverso mutazioni spesso precisamente identificate, e non è detto che essa corrisponda al sanscrito.

  Si noti però un fatto di particolare importanza. Le lingue indoeuropee hanno una ricchezza lessicologica non indifferente specie se paragonate a quelle classiche di altra genesi. In particolare, alcuni termini sono unici dell’indoeuropeo, per esempio, quello di “libertà“, “anima“, “Dio“. É sconcertante come nell’arabo classico non esistesse un termine equivalente che potesse esprimere un equivalente del concetto europeo di libertà. Lo stesso potrebbe dirsi di alcune lingue semitiche e di quelle orientali. Ad ogni termine è infatti associata la sua rappresentazione concettuale: senza il concetto non avrebbe senso esistesse il termine per designarlo.

  Generalizzando, i termini che esprimono concetti astratti sono appannaggio quasi soltanto delle lingue indoeuropee e sono chiaramente riconducibili alla proto-lingua. Questo spiega la grande difficoltà che può provare un arabo a comprendere cosa voglia dire la parola “libertà“, oppure un cinese mandarino quella di “legalità“. Certo, la commistione dei popoli e l’incremento delle relazioni internazionali hanno fatto adottare a molti enclavi linguistiche una lunga serie di termini e concetti a contenuto astratto, ma serviranno secoli perché essi sedimentino nel ruolo concettuale che assumono e diventino parte integrante del loro linguaggio.

  3. La maggior parte delle lingue indoeuropee dispone dell’articolo determinativo, derivato dalla protolingua. Fanno eccezione le lingue slave, tranne il macedone, che ne sono prive. Anche il latino era privo dell’articolo determinato e di quello indeterminato, ma aveva valide circonluzioni sostitutive.

  In cinese, per esempio, non esiste l’articolo. L’articolo indeterminativo potrebbe essere tradotto in cinese con “一”(yi, primo tono), seguito da un classificatore, mentre quello determinativo potrebbe essere tradotto con un pronome dimostrativo, ma solo quando la parola preceduta dall’articolo determinativo indichi una cosa specifica e determinata, che  riprenda una parola indeterminata e precedente. Lo stesso vale per le lingue slave, anche esse prive degli articoli.

  Orbene, senza articoli é quasi impossibile esprimere un qualsiasi pensiero ragionevolmente complesso e strutturato, quale per esempio un discorso filosofico. Chiunque abbia provato la difficoltà di leggere in originale la Kritik der reinen Vernunft immagini adesso non solo di doverla tradurre in slavo oppure in cinese, ma anche di doverla rendere comprensibile ai lettori che usano quei linguaggi.

  Non si stenta quindi fatica a comprendere i motivi per i quali le enclavi linguistiche slave ed orientali non hanno sviluppato né filosofie né scienze. Non disponevano del linguaggio idoneo e non ne disponevano perché i concetti con esso esprimibili erano alieni alla loro Weltanschauung. Non era né vezzo né caso che la nobiltà russa educasse i figli con il francese come lingua madre. Comprendere ciò significa anche render merito degli immani sforzi che hanno dovuto compiere quei popoli per mettersi al passo con i tempi.

  4. Il discorso si amplierebbe, e notevolmente, qualora si desse per scontata la lessicologia per addentrarsi nella struttura grammaticale e sintattica del discorso, ossia nell’arte di concatenare il lessico in un pensiero pienamente articolato.

  Sia la protolingua sia i linguaggi storici indoeuropei hanno una sintassi oltremodo variegata, idonea ad esprimere in modo proprio quasi ogni tipologia di ragionamento concettuale.

  L’uso del congiuntivo nelle subordinate soggettive, oggettive od ipotetiche conferisce una pienezza espressiva di rara potenza comunicativa. Similmente, l’uso del condizionale, massimamente se associato ad un ausiliare di potenzialità, rende possibile l’espressione di ogni possibile tipologia di dubbio, potenzialità e condizionalità.

  Le lingue storiche indoeuropee hanno tutte la possibilità, diretta od indiretta, di esprimere la tipologia delle condizioni significate sia dal congiuntivo sia dal condizionale. Ciò che resta del tutto stupefacente, é che una simile complessa struttura sembrerebbe sufficientemente documentata anche nella protolingua. Lo stesso non può dirsi di altri cepi linguistici.

  Conclusioni.

  Abbiamo richiamato alcune peculiarità linguistiche che rendono simili non solo dal punto di vista lessicologico ma anche da quello strutturale gli idiomi di derivazione indoeuropea.

  Un ceppo linguistico non si genera casualmente: si forma e consolida su lunghi archi temporali. Esso è l’espressione del pensiero e della capacità di speculare della coralità del popolo che lo utilizza. Se i nostri antenati proto indoeuropei non avessero concepito pensieri astratti ed articolati in modo complesso e coordinato non avrebbero mai potuto generare un linguaggio idoneo a rappresentarli in modo universalmente ed oggettivamente comprensibile.

  Questa triviale considerazione ci rende ragione dell’affinità intellettuale e concettuale che conglutina l’enclave europeo, e che per lunghi millenni lo ha reso culturalmente più efficiente rispetto ad altre realtà contemporanee. Ovviamente, non è assolutamente detto che l’essere concettualmente più efficiente implichi in modo automatico anche una supremazia politica e/o militare. Si noti anche quanto la storia sia contrappunta da lotte fratricide di sorprendente ferocia.

  Si iniziano però a notare molte derive che potrebbero anche essere severamente penalizzanti se diventassero perduranti nel tempo. Come il francese, anche l’italiano sta perdendo la forma espressiva temporale congiuntiva, con tutto il conseguente degrado ideativo, mentre l’uso del tempo condizionale appare anche esso notevolmente incrinato.

  A ciò consegue non solo un ingravescente degrado del pensato, ma anche una difficoltà sempre crescente a comprendere in modo proprio gli scritti che usano proprietà di linguaggio e sintassi articolata. Non é più solo questione di corretto studio ed applicazione della lingua, ma di calo della potenza mentale richiesta per sviscerare ed interiorizzare forme concettuali sofisticate.

  Non é un caso se alla destrutturazione concettuale nella sua rappresentazione linguistica si associ un netto declino dell’estetica artistica, sia essa pittorica, architettonica o musicale. Un van Gogh oppure un Ravel sono figli e coeredi del linguaggio che usavano.

  Incominciano a diventare sempre più evidenti i segni che Oswald Spengler aveva correttamente individuato quasi un secolo fa, e non concorrono certo a rendere il nostro futuro particolarmente lieto.

  Il resto é conseguenza, ma de minimis praetor non curat.

  Nota.

  Il text editor per l’immissione dei post non consente l’uso di accenti, ipefeni, diacritici e lettere estranee all’alfabeto latino. Quindi le parole citate sono state riportate senza non per ignorante incuria, quanto piuttosto per l’impossibilità materiale di procedere ad una corretta forma grafica.

 

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  • linguaggi delle élites
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