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referendum catalano 2014 In Catalogna la marea indipendentista cresce. Con buona pace dei media italiani sperticati tifosi delle peggiori unità nazionaliAlla vigilia del gran giorno previsto per l’approvazione della dichiarazione di sovranità da parte dell’assemblea legislativa catalana giungono a conoscenza del grande pubblico una serie di numeri che hanno strettissima correlazione fra loro. I primi si riferiscono alla sfera economica e sono davvero allarmanti: la Catalogna non sarebbe riuscita a raggiungere gli obiettivi di risanamento del budget fissati per il 2012. A fronte dell’indebitamento previsto dell’1,5% del P.I.L il risultato finale è stato del 2,3. Cosa questo significhi in termini di conseguenze immediate per i cittadini è presto detto: austerity e sacrifici per sistemare dei conti piuttosto disastrati. E sì che Barcellona aveva, per prima in Spagna, introdotto il ticket sulle prestazioni sanitarie e proceduto a cospicui tagli di personale e stipendi del settore pubblico…Ma il sospetto di un “sabotaggio” da parte centrale è stato avanzato, con una qualche fondatezza c’è da dire, da parte di numerosi dignitari catalani. Non si comprenderebbe altrimenti, asseriscono costoro, il vergognoso balletto del Governo Rajoy sui fondi stanziati per il salvataggio dell’entità e subordinati alla logica di un ricatto politico. Chiaramente il gruzzolo è diventato parte della posta in gioco che, come sappiamo è altissima ed esula dal computo delle variabili macroeconomiche: parliamo, nè più nè meno della disgregazione dello stato unitario.

Tutto, quindi, finisce per alimentare il gran calderone del dibattito indipendentista che, ben lungi dal restare confinato nelle stanze dei palazzi, anima il confronto tra le idee del cosiddetto uomo della strada. Anzi, si potrebbe, senza tema di esagerazione, affermare che nel caso catalano sia stato proprio l’idem sentire della maggioranza a dare una spinta irresistibile all’attivismo di una rappresentanza sino a non molto tempo fa abbastanza riottosa a tagliarsi dietro i ponti.

E, a conferma facile di quanto scritto, giungono attesissimi i primi dati sul gradimento dei partiti e sui temi che hanno dominato la passata campagna elettorale coronata dal voto del 25 novembre. In meno di due mesi gli avvenimenti si sono rincorsi ad un ritmo affannoso: emersa dal voto una chiarissima tendenza pro-referendum, un governo di coalizione filo-indipendentista è stato in breve costituito  ed ha iniziato a preparare a spron battuto la  road map che porterà i catalani a decidere sul proprio futuro entro tempi strettissimi addirittura più rapidi di quelli inizialmente preventivati. Il riflesso di tutto questo emerge dall’analisi pubblicata sul “Periodico“: l’ERC, la sinistra repubblicana, fautrice decisa dell “estado propio”, continua la sua marcia trionfale collocandosi (in proiezione) sui 27-28 seggi dai 21 attuali. Un picco storico mai raggiunto prima e corroborato dall’altrettanto spettacolare performance del suo leader, Oriol Junqueras, diventato il politico catalano più popolare avanti anche al Presidente Màs. L’altra sorpresa del sondaggio è l’avanzata ulteriore di CUP, formazione di ultrasinistra anch’essa radicalmente indipendentista, che raddoppierebbe la rappresentanza in parlamento passando da 3 a 6-7 deputati. Ancora in calo la CiU ( il partito di Màs) che paga le turbolenze interne tra le sue componenti e i partiti unitari, popolari e socialisti, sempre più isolati in un quadro vieppiù sovranista.Riassumendo abbiamo quindi, un blocco catalanista un po’ più forte (circa 90 seggi dagli 87 attuali) e più orientato verso la sinistra indipendentista che erode notevolmente la prevalenza dei nazionalisti di centro-destra (35 a 40-42 il rapporto numerico suggerito rispetto al 50-24 di oggi, tenendo conto dei soli tre partiti citati).

Ma la rilevazione di gran lunga più importante, va da sé, è quella afferente il favore nei confronti della consultazione referendaria del 2014: il 69% si dice favorevole alla sua tenuta ed un 63% è favorevole anche in caso di un mancato accordo con la controparte spagnola. Un dato che suggerisce come la preponderanza potrebbe assumere un aspetto quasi plebiscitario capace di travolgere le remore degli indecisi che risiedono in stragrande parte nei partiti “spagnolisti” soprattutto nel campo socialista. Poche incertezze anche sul risultato finale: il 57% è pronto a dire sì, il 35 è contrario e l’8 rimane ancora a guardare.

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