Giuseppe Sandro Mela.
Di questi tempi si fa un gran vociare di depressione ed austerity, vocaboli mai sufficientemente esecrati, alla disperata ricerca di un qualche capro espiatorio ed esorcismo che le vanifichi. Ciò dimostra chiaramente di non aver compreso cosa siano e cosa significhino. La mancata comprensione esita in un drammatico risultato: non si applica la terapia corretta per contenere e ribaltare questo processo.
«In economia la recessione è una condizione macroeconomica caratterizzata da livelli di attività produttiva (PIL) più bassi di quelli che si potrebbero ottenere usando completamente ed in maniera efficiente tutti i fattori produttivi a disposizione in contrasto al concetto di crescita economica …. Si ha recessione economica se la variazione del PIL rispetto all’anno precedente è negativa … negli Stati Uniti si parla di recessione quando il Prodotto interno lordo (PIL) reale diminuisce per almeno due trimestri consecutivi …. aumento dei tassi di interesse produce un’ulteriore diminuzione della produzione, con conseguente aumento della disoccupazione e dei prezzi al consumo, diminuzione del credito al consumo e il tutto si traduce con diminuzione della domanda di beni e servizi da parte dei consumatori spingendo la recessione verso una vera e propria depressione» Wikipedia.
Quindi, una depressione si associa invariabilmente questi fenomeni:
- diminuzione della produzione;
- conseguente aumento della disoccupazione e dei prezzi al consumo;
- diminuzione del reddito disponibile.
Quando una fase depressiva termina, invariabilmente la Collettività si ritrova impoverita, ed in modo consistente. In Italia sarebbe ragionevole stimare una perdita del potere di acquisto variabile tra il 40% ed il 50% delle potenzialità attuali, ovviamente, a voler essere proprio degli inguaribili ottimisti.
Pensare di poter uscire da una fase depressiva a situazione attuale invariata é pia illusione.
Pensare di poter uscire da una fase depressiva senza aver operato significative variazioni strutturali a società e stato é un puro e semplice delirio.
Come reazione, i Governi impostano una politica economica denominata austerity, che altro non è che un aumento della pressione fiscale, ove ritenuto possibile, associato ad un programma di riduzione delle spese.
É del tutto comprensibile che ogni componente socio-economica cerchi di scaricare il peso dell’austerity sulle spalle degli altri: sarebbe compito del Governo ripartire i carichi secondo equità. Ma si sa che la giustizia non è di questo mondo.
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Se questo è il quadro generale, l’attuale depressione ha alcune caratteristiche peculiari che influenzano molto il discorso generale del rapporto tra depressione ed austerity.
I popoli europei si sono abituati da gran pezza a vivere molto al di sopra delle proprie possibilità ricorrendo al debito sovrano. Anche se era del tutto evidente che il giochetto non avrebbe potuto condursi all’infinito, esso era piacevole ed apprezzato, specie nell’orientare le intenzioni di voto. Per conquistare la maggioranza parlamentare era diventato mandatorio promettere, e poi mantenere, sempre di più.
Si noti che in realtà il debito, così come architettato, altro non era ed é che una tassa differita. Ben altro impatto avrebbe avuto se ne fosse stato previsto l’ammortamento, sia pur spalmato su qualche decennio. In quest’ultima condizione, il Contribuente avrebbe immediatamente percepito il valore del suo peso di soglia oltre il quale il debito diventa insostenibile.
É mancata, in poche parole, la diffusa percezione della pericolosità di questo sistema e la gente comune ha iniziato a razionalizzare quanto stava accadendo quando la situazione é diventata esplosiva.
Un’altra caratteristica consiste nel fatto che nella comune Weltanschauung europea l’artificioso aumento del benessere indotto dalla contrazione di debiti si è concretizzato in una sempre maggiore presenza dello stato sia per emanazione di leggi e norme regolamentari sia per diretta gestione di servizi. In altri termini, invece di lasciare la maggiore ricchezza ai cittadini che poi la utilizzassero a piacer loro, fu impiantato un welfare state caratterizzato da una sempre più vasta dilatazione burocratica.
La depressione rende semplicemente insostenibile per mancanza di risorse questo welfare state e tutto il relativo corpo di burocrati e funzionari. La strenua difesa di questi ultimi porta all’assurdo che i Contribuenti ancora in vita versano tasse non tanto per ottenerne in cambio servizi, quanto piuttosto per mantenere burocrati e funzionari che non gestiscono servizio alcuno.
Diamocene una ragione e mettiamoci l’animo in pace: in futuro l’Italia sarà consistentemente immiserita, ma é intollerabile che il peso non sia equamente distribuito.
Il punto nodale, si ripete, è che questo immiserimento non può essere sopportato solo da alcune componenti della Collettività. Se non si vuole capire questo per dovere di giustizia, lo si faccia almeno considerando l’impossibilità materiale che pochi mantengano molti.
Da quanto riportato risultano adesso evidenti le componenti del problema.
1. Calo della produzione e conseguente disoccupazione rimangono esclusivamente a carico degli addetti alla filiera produttiva. Ossia, tutto il peso della depressione rimane scaricato sulle spalle degli addetti alla produzione, senza intaccare il posto ed il potere di acquisto dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni.
2. L’aumento della pressione fiscale si concentra sulle unità produttive superstiti, aggiungendo così ulteriori difficoltà a quelle già esperite nella collocazione dei loro prodotti.
3. Si affronta il taglio della spesa pubblica riducendo quantità e qualità dei servizi erogati, senza peraltro intaccare gli organici delle pubbliche amministrazioni. Si mette in essere un meccanismo perverso: i Contribuenti pagano tasse non più per ottenere in cambio servizi bensì per mantenere gli addetti pubblici agli stessi.
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É del tutto evidente quanto quest’ultima forma di austerity sia ingiusta nella sostanza e nella forma. Essa non é austerity, ma una vera e propria forma di razzismo che perseguita chi non sia dipendente delle pa. Nessun motivo quindi di stupore che diventi rapidamente odiosa, peso insopportabile fino a diventare causa efficiente di rivolta.
Se a ciò si aggiunge il continuo riscontro di fatti come quelli accaduti a Montignoso, ci sarebbe piuttosto da stupirsi che la gente inferocita non abbia ancora sterminato i dipendenti delle pubbliche amministrazioni.
Non ci si stupisca quindi se in un futuro non molto lontano, se le situazioni non variassero e molto velocemente, dovessimo assistere a fatti di sangue, sia pur apparentemente insulsi od immotivati. In un clima teso come questo fatti isolati od anche pogrom trovano frequentemente riscontro nella storia. É semplicemente impossibile che milioni e milioni di disoccupati immiseriti tollerino la loro terribile condizione guardando senza reagire caste privilegiate, che per di più son sempre vissute alle loro spalle e che continuano a vivere con ostentata sicumera.
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ASCA. 2013-02-20. Grecia: nuovo sciopero generale contro misure di austerity.
(ASCA-AFP) – Atene, 20 feb – E’ in corso uno sciopero generale di 24 ore in Grecia, indetto dalle principali sigle sindacali contro le misure di austerity che il governo del primo ministro Antonis Samaras sta adottando come concordato con Fmi e Unione europea.
Lo sciopero e’ stato proclamato dalle principali sigle del settore pubblico e privato, l’Adedy e la GSEE e dal Pame, il sindacato comunista greco.
Si prevedono forti disagi nel paese, entrato nel quinto anno di recessione e con una disoccupazione record del 27%, per la chiusura di scuole, uffici pubblici, ospedali, servizi di trasporto marittimi e aerei.
La protesta precede l’arrivo ad Atene della ”troika”, ovvero dei rappresentanti dell’Unione Europea, Bce e Fmi, che voleranno in Grecia la prossima settimana per verificare se il governo di coalizione del primo ministro conservatore Samaras sta applicando le misure di austerita’, condizione necessaria per ricevere gli aiuti finanziari che, secondo programma, nel 2014 raggiungeranno la cifra di 240 miliardi di euro.
Nell’immediato la troika dovra’ decidere se concedere un’altra tranche da 2,8 miliardi, in cambio della quale il governo si e’ impegnato a tagliare ulteriori 25.000 posti di lavoro nel settore pubblico.
ASCA. 2013-03-05. Grecia: troika spinge per 25 mila licenziamenti nel settore pubblico.
(ASCA) – Roma, 5 mar – Dopo il faccia a faccia con il ministro delle Finanze Yannis Stournaras, i rappresentanti della troika, giunti ad Atene nel quadro di una missione di controllo sull’adeguamento del bilancio ellenico previsto dal recente memoranudm siglato tra le parti, hanno incontrato in mattinata anche il ministro della Riforma Amministrativa Antonis Manitakis.
Nel corso dell’incontro, scrive il quotidiano Kathimerini, i funzionari dei creditori internazionali hanno esaminato il capitolo di una eventuale riforma del settore pubblico senza tuttavia entrare nei dettagli dei licenziamenti.
Secondo fonti citate dal quotidiano greco, Matthias Mors (Ue), Claus Mazuch (Bce) e Mark Flanagan e Bob Traa in sostituzione del danese Paul Tomsen (Fmi), si sarebbero solo limitati a ribadire la necessita’ di quella che considerano la ‘condicio sine qua non’ per il rilascio della nuova tranche di aiuti, ovvero la messa in mobilita’ di 25.000 dipendenti del comparto statale.
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