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images 1 Venezuela e le Gioie della Valuta Sovrana

 

(quando c’era lui…)

Articolo molto interessante sul Venezuela da parte di Phastidio.net. Il cambio su strada fra il Bolivar e il Dollaro è circa 60 mentre a livello ufficiale siamo a 6,3 (no cioè vogliamo parlarne?). Recentemente il governo ha messo “fuori legge” il cambio nero (cioè quello reale). Mossa alquanto ridicola e inefficace.

Il punto è che il Venezuela ha bisogno della sua “svalutazione competitiva”, solo che in quel caso essa si tradurrebbe in una devastante perdita di potere di acquisto per i venezuelani.

Dopotutto anche la “moneta sovrana” ha le sue contro indicazioni. Non mi stancherò mai di ripetere che alla base dei problemi ci sono sempre e solo gli uomini, quasi mai i sistemi, tanto meno i regimi valutari.

In altre parole, hai voglia a far festa con la Lira se poi nel palazzo e in Europa ci rimetti gli stessi che hanno gestito e rappresentato l’Italia negli ultimi 20 anni. (vale per tutti, neo segretari fulminati sulla via Bruxelles compresi)

da Phastidio

Ieri l’altro Moody’s ha svalutato il rating sovrano del Venezuela in valuta locale ed estera, portandolo ad un orrido Caa1 e con outlook negativo, motivando la mossa con i “sempre più insostenibili sviluppi macroeconomici, un’inflazione fuori controllo ed un forte deprezzamento del cambio parallelo”. Non è l’assalto degli imperialisti ma la realtà che bussa alla porta. Il governo di Caracas risponde in modo ovviamente disfunzionale, ma la situazione è talmente compromessa che ogni tentativo di ritorno alla realtà sarà pagato a carissimo prezzo.

Il cambio parallelo del bolivar, la moneta nazionale, è arrivato a 60 (e oltre) contro dollaro, mentre quello ufficiale è a 6,3. Neppure l’Argentina ha un divario così abnorme tra cambio ufficiale e mercato nero. Riserve valutarie in caduta libera e inflazione rampante sono le ovvie conseguenze della situazione. Il governo assegna gli agognati dollari agli operatori economici attraverso aste, che tuttavia si tengono in maniera segreta. L’ideale per alimentare clientelismi e favorire gli amici degli amici, che riescono a mettere le mani sui dollari a forte sconto rispetto al cambio nero, spesso motivando gli acquisti con importazioni fittizie.

Il problema è sempre quello: lo stato può razionare un bene (in questo caso la valuta forte), ma domanda e offerta si portano comunque in equilibrio, e definire illegale questo equilibrio ha la stessa valenza che vietare che il sole sorga ogni mattina. Per il 2014, il governo di Caracas ha quindi deciso di mettere in asta “ben” 5 miliardi di dollari, contro gli 1,3 miliardi di quest’anno. Non c’è ovviamente modo di sapere le “basi d’asta” per i tassi di cambio di aggiudicazione. Si sa che i prezzi saranno differenti, differenziati e discriminati tra acquirenti in base al settore mercelogico (ed anche al grado di “prossimità” alla struttura statale che effettuerà le aste, aggiungiamo).

Tutto per non prendere atto che servono svalutazioni robuste (drammatiche, più propriamente) per riallineare il cambio alla realtà. Alla fine, col governo di Nicolas Maduro impegnato a negare ogni possibilità di svalutazione ma intento a svalutare con i sistemi di asta “segreta”, si compie l’ipocrisia suprema di negare le dinamiche di mercato ed accentuare distorsioni e corruzione.

Per ora, Maduro sta preparando psicologicamente il popolo, visto che i sussidi sulla benzina sono ormai insostenibili. Il prezzo alla pompa è l’equivalente di 5 centesimi di dollaro a gallone, ed è bloccato da circa vent’anni. Ovviamente, anche qui vale la problematica di molti paesi emergenti ricchi e meno ricchi di materie prime: i sussidi mandano in malora i conti pubblici e la bilancia commerciale; per metterci una pezza si tenta di rimuoverli progressivamente; se si sopravvive politicamente a moti di piazza e morti, si devono comunque affrontare fiammate inflazionistiche successive, che spingono a stampare moneta e fingere che nulla sia successo. Ma questo manda nuovamente alle ortiche conti pubblici e commercio estero, oltre a perdere rapidamente valuta forte e causare inflazione che viene contrastata con nuova stampa di moneta. E la giostra ricomincia.

Occorre ribadire il concetto: essere uno dei maggiori paesi produttori di petrolio al mondo, e trovarsi con il 54% di inflazione e riserve in dollari ridotte al lumicino non vuol dire essere incapaci di gestire l’economia, ma essere dei folli. O altro.

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