La correzione cinese è già finita. E c’è profumo di QE

Di Mauro Bottarelli , il - 1 commento

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La scorsa settimana vi dicevo che la Cina non può permettersi di far esplodere la bolla sulle equities, per il semplice fatto che la Borsa è diventata il refugium peccatorum della liquidità in eccesso drenata in maniera draconiana dal sistema bancario ombra e da quello ufficiale. Bene, dopo una correzione del 10% in due giorni di contrattazioni, oggi le Borse cinesi hanno vissuto una giornata decisamente positiva, con Shanghai su addirittura del 4,72%, mentre Hong Kong si è accontentata di un più sobrio +0,63%. Il motivo? Semplice, la completa americanizzazione del sentiment borsistico cinese. Come negli Usa della Fed, dove la logica imperante è ormai quella della “bad news is good news” in ossequio al ritardo del rialzo dei tassi a causa di fattori macro, anche in Cina la pubblicazione di due dati negativi ha messo le ali agli indici. Il primo è stato il China HSBC Manufacturing PMI che ha presentato una lettura di 49.2 (terzo mese di fila sotto quota 50, ovvero in territorio di contrazione), mentre il secondo è stato il Service PMI ufficiale che è sceso ai minimi dal dicembre 2008: detto fatto, indici al rialzo come ci mostra questo grafico.
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Ma non basta, perché a offrire benzina al rally ci ha pensato anche il contemporaneo annuncio da parte del ministero delle Finanze di una quota addizionale tra i 500 miliardi e il trilione di yuan per i governi locali destinati a uno swap con bond municipali, di fatto una misura di stimolo per le autorità locali cinesi alle prese con una stringente crisi del debito. La decisione attende ora l’ok ufficiale del Consiglio di Stato ma voci bene informate fanno notare come la deliberazione dell’8 marzo scorso già consentisse la conversione fino a un trilione di debito ad alto rendimento in bond municipali: insomma, i prodromi del QE in salsa di soia sono arrivati! D’altronde, come è possibile gestire una situazione come quella che ci mostra questo grafico, senza rischiare un patatrac?
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E attenzione, perché stando a dati presentati da Deutsche Bank, la bolla sulle equities cinesi pare molto più ampia di quella vissuta dal Nasdaq 15-16 anni fa. Ad esempio, dopo la ripresa seguita al caso LTCM e al default russo del 1998, il Nasdaq impiegò 322 giorni lavorativi per passare da 2000 punti al picco di 5048 nel marzo 2000, un apprezzamento dei prezzi di circa il 150%. Recentemente, l’indice di Shanghai ha impiegato invece solo 291 giorni lavorativi per passare da meno di 2000 punti agli attuali 4829, un movimento simile di apprezzamento attorno al 150%. Di più, l’ultima volta che lo Shenzen si è apprezzato proprio del 150% è stata l’8 agosto dell’anno scorso, dopo soli 194 giorni lavorativi dai minimi. Insomma, più che un rally una vera e propria mania. Tanto più che come ci mostra questo grafico,
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a spaventare è la partecipazione all’attività delle Borse cinesi, ovvero il fatto che dalle casalinghe agli idraulici ai venditori ambulanti, tutti fanno trading. Giovedì scorso il turnover nelle due Borse cinesi ha toccato qualcosa come 380 miliardi di dollari, contro i 248 della Borsa di New York e i soli 9 della Borsa di Londra. In puro spirito da QE in arrivo, in Cina oggi sono tutti all-in nelle equities e anche il calo dei volumi negli Usa dovrebbe offrirci un indizio su dove sono finiti i soldi. Ma se oggi sono tutti operativi in Cina, cosa potrebbe succedere il giorno in cui tutti decideranno di uscire? La porta sarà abbastanza larga? Forse, è meglio continuare a ballare finché c’è musica ma stando vicino all’uscita di sicurezza. Per ora, godiamoci il QE in sedicesimi della Pboc. Stando molto attenti ai margini, però e ben sapendo che un giorno, all’improvviso, le bad news macro torneranno ad essere tali. E sarà sell-off.

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    scenario possibile già da metà di giugno?

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