La Fed di Atlanta dimezza il Pil del quarto trimestre 2015 e sempre più indicatori parlano di ripresa. Per i fondelli

Di Mauro Bottarelli , il - 2 commenti

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China_crazy
Ieri sui mercati ha fatto sensazione – e innescato crolli, insieme alla fine del divieto di vendita – il dato PMI manifatturiero cinese, il quale come ci mostra il grafico
China_PMI
a dicembre è sceso a 48.2 dal 48.6 di novembre e dal 49.6 di un anno, mentre le attese del consensus erano per una lettura di 48.9. Ma c’è dell’altro e proprio nell’epicentro della cosiddetta ripresa economica. Se infatti il PMI del Canada si è schiantato al minimo da quando viene tracciato il dato, a quota 47.5 e il mercato azionario ha questa sobria dinamica,
Canada_stock
ecco che il dato del PMI manifatturiero statunitense è sceso a 51.2, la lettura più bassa dall’ottobre del 2012 e con gli ordinativi industriali ai minimi dal 2009. Ma è il dato ISM manifatturiero a spaventare, come ci mostra il grafico,
US_norecovery
visto che parliamo del livello più debole dal giugno del 2009. Signori, la recessione industriale negli Usa ormai è inevitabile.

Lo conferma anche questo altro grafico,
Ominous2
dal quale si desume che la produzione industriale è in netto calo anche a causa del rafforzamento del dollaro che va a impattare sulle vendite all’estero e sull’export, mentre questi altri due grafici
Credit_spread1
Credit_spread2
certificano come gli spread sul credito stiamo gridando recessione a gran voce. Ed è Bank of America a dirlo, non quel maledetto filo-bolscevico del sottoscritto.

Ma il problema appare più complesso e va a investire proprio il cuore della “corporate America”, visto che come ci mostra il grafico
Ominous1
i profitti del comparto stanno calando. E in questo ambito occorre sempre ricordare che la Fed ha alzato i tassi per segnalare al mondo un ritorno della fiducia nell’economia, quindi una delle prime dinamiche che dovrebbe innescarsi è quella di un aumento nelle dinamiche salariali. Bene, questo grafico
Companies1
ci mostra come la crescita annuale dei salari per i lavoratori non dirigenziali Usa (circa l’83% delle forza lavoro totale) sia non solo bene al di sotto dell’obiettivo del +4,5% della Fed ma anche al di sotto del target del 2% fissato per l’inflazione. Di fatto, se quest’ultimo obiettivo sarà raggiunto, i salari su base reale saranno addirittura in calo.

Ma a cosa si attaccano gli ottimisti a oltranza nelle magnifiche sorti e progressive dell’economia Usa? A questo,
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ovvero all’ultimo sondaggio della National Federation of Independent Business (NFIB), in base al quale la percentuale di datori di lavoro che sta pianificando aumenti salariali per i suoi dipendenti è ai massimi dalla crisi finanziaria. Se fosse vero, sarebbe una grande notizia per milioni di lavoratori Usa, anche perché se ricordate quanto ho scritto la scorsa settimana, quest’anno l’America pagherà il prezzo all’ondata di fusioni e acquisizioni compiute nel 2015, anno record e come ci mostra questo grafico,
Companies3
solo da queste dieci operazioni di M&A verranno generati nello scenario meno grave almeno 100mila tagli occupazionali per ridurre i costi.

C’è però un problema ed è rappresentato da questo grafico,
Companies4
il quale ci dice chiaramente che se le aziende Usa sono oneste nella loro intenzione di alzare i salari, allora la profittabilità del settore corporate sta per schiantarsi. Il grafico di JP Morgan ci mostra infatti la differenza tra “intenzione di alzare i prezzi” e “intenzione di alzare i salari” delle aziende Usa, di fatto un proxy per i margini operativi che vede il livello in negativo per la prima volta dall’inizio del ventunesimo secolo. Insomma, i dirigenti dicono bugie per ammansire la forza lavoro oppure lo faranno davvero? Se quest’ultimo sarà il caso, scordiamoci ogni crescita degli utili nell’anno in corso e lasciamo tutto in mano agli unicorni dell’espansione dei multipli di utile per azione. Oltretutto, con la Fed che minaccia quattro aumenti dei tassi da qui al 31 dicembre.

Ma al di là di tutto questo pessimismo, questo grafico
Ominous3
ci mostra come esista sempre l’altra faccia della medaglia, anche per la manifattura Usa e si tratta delle vendite di automobili. Peccato che questo altro grafico
Ominous4
metta il dato in prospettiva e ci dica come nel 2010 meno di un decimo dei prestiti legati all’acquisto di veicoli avesse durata superiore ai sei anni, mentre oggi quell’arco temporale rappresenta il dato medio, mentre nello stesso arco di tempo il totale del credito al consumo per il settore sia salito da 600 miliardi di dollari a oltre 1 trilione. E come potete vedere da questo grafico,
Ratio_boom
la ratio scorte-vendite sta andando in traiettoria tipica dell’ultima recessione. Ma si sa, i consumi pesano solo per il 70% del Pil Usa, poca roba.

Nessuno si stupirà, quindi, se la Fed di Atlanta nella sua ultima revisione del tracciatore del Pil in tempo reale, il GDPNow, compiuta proprio ieri, abbia portato la proiezione per la crescita nel quarto trimestre del 2015 dall’1,3% allo 0,7%, come ci mostra il grafico,
atlanta Fed Q4 GDP
dopo che solo il 23 dicembre scorso aveva rivisto il dato dall’,19% all’1,3%. Di più, il consensus medio è al 2,2%, quindi tre volte il dato tracciato dalla Fed di Atlanta, solitamente precisa a livello chirurgico. Ma tranquilli, la Fed sta alzando i tassi quindi vuol dire che l’economia Usa è in grande salute. E anche se non lo fosse, c’è la Cina a trainare la ripresa: anche in questo caso, forse no.. E che dire all’allora del motore dei Brics, quel Brasile che, come ci mostrano questi grafici,
Brazil_outlook
Brazil_CS
sta per andare incontro alla peggiore recessione dal 1901, con le Olimpiadi previste per questa estate che daranno il colpo di grazie alle casse statali, mentre il mercato azionario già prezzando una bella depressione di lungo corso, come ci mostra il grafico.
Brazil_stock

E tanto per non farci mancare nulla, questo ultimo grafico
Greek_deposits
ci mostra come la Grecia potrebbe tornare ad alimentare l’instabilità anche in Europa, visto che gli ultimi dati della Banca centrale ellenica parlano di continui outflows dai depositi bancari nel mese di novembre, nonostante i controlli sui capitali che Alexis Tsipras vorrebbe levare in marzo. I depositi di cittadini e imprese presso le banche greche sono oggi a 120,9 miliardi di euro, il minimo da 12 anni: di fatto, negli ultimi 12 mesi sono persi oltre 43 miliardi di euro o il 26,4% de depositi totali. Tranquilli, il 2016 si presenta a livello globale come l’anno della ripresa. Per il culo.

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  • Albert Nextein

    Ma in america, e non solo, c’è davvero gente che con una goccia nel bicchiere afferma di vederlo parzialmente riempito?
    Temono a tal punto una crisi di fiducia della gente?
    Tanto da mentire od omettere spudoratamente?
    Mi chiedo anche perché uno come Bottarelli non scriva su testate quotidiane come Libero o Il Giornale, che tanto si proclamano liberali.
    Articoli del genere sarebbero un servizio impareggiabile per risparmiatori e consumatori.

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