Decentramento scolastico e bancarotta del welfare state: come lo stato esalerà il suo ultimo respiro

Di Francesco Simoncelli , il - 35 commenti

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di Francesco Simoncelli

Immaginate se tutti gli individui ogni volta che dovessero prendere scelte impegnative si ritrovassero alle loro spalle un filantropo che li terrebbe al sicuro da qualsiasi rischio. Le scelte imprenditoriali non avrebbero senso, diventerebbero un coacervo di decisioni prese ad occhi chiusi senza un minimo senso logico. Il rischio non rappresenterebbe più una remunerazione per la propria lungimiranza, ma un capriccio dettato dall’indole volubile degli attori di mercato. Si oserebbe ad occhi chiusi, il calcolo imprenditoriale si svuoterebbe del suo significato e il mercato non veicolerebbe informazioni genuine in accordo con la volontà delle forze di mercato. Per capire meglio, immaginate un trapezista. Il suo lavoro è pingue di pericoli e rischi. Ogni volta che afferra l’asta che lo fa librare in aria, deve operare calcoli complicati per scandire al millesimo di secondo ogni vibrazione dei suoi muscoli. Il singolo errore gli costerebbe caro. Questo significa che ogni giorno rappresenta una sfida in più per sé stesso, poiché dev’essere in grado di lasciare fuori dalla sua vita la minima distrazione. Ci vuole passione. Ci vuole determinazione. Ci vuole organizzazione.

Più di tutto, il successo si raggiunge attraverso la soddisfazione dei desideri dei clienti. In questo caso i clienti vogliono spettacolo. Vogliono essere sbalorditi. Vogliono emozioni ed adrenalina. Il trapezista, per soddisfare queste richieste, deve correre rischi. La maggior parte dei trapezisti effettua i propri numeri con una rete di protezione. Questi sono applauditi, ma hanno un successo relativo. Poi c’è una piccola parte di trapezisti che effettua i propri numeri senza rete di protezione. Questi non solo sono applauditi, ma sono anche pagati profumatamente in base alla loro bravura e al rischio che accettano di correre.

L’AZIONE UMANA

Prima di avventurarci oltre nella nostra discussione e arrivare successivamente al cuore dell’articolo, è necessario sottolineare che le scelte e le decisioni prese dagli individui sono dettate da una componente propositiva che smuove la persona da uno stato di quiete ad uno stato d’azione. Il benessere e la vita sono due dei fattori più importanti nell’esistenza degli esseri umani, di conseguenza questi ultimi sono spronati a massimizzarli per vivere un’esistenza quanto più confortevole possibile. Perché? Perché l’azione degli uomini è un fenomeno apoditticamente affermante la vita. Qualunque sia il modo con cui vogliamo esprimerci o fare qualcosa, la fenomenologia delle azioni è il metodo attraverso il quale rendiamo concreti gli stimoli e i desideri che risiedono inizialmente nel mondo noumenico del nostro intelletto.

Ognuno di noi è padrone dei propri pensieri, di conseguenza è impossibile che un qualsiasi altro uomo possa sapere in anticipo quali saranno le azioni di un altro. Possiamo osservare una determinata persona svolgere un compito, ma solo dopo un certo periodo di tempo possiamo dire con certezza che quella determinata persona stava svolgendo un particolare compito. Ad esempio, se osserviamo un ragazzino giocare a palla e poi notiamo che lo stesso si dirige verso la cucina e prende una bottiglia d’acqua, possiamo concludere istantaneamente che userà tale liquido per dissetarsi? No, perché in realtà potrebbe essere benissimo l’inizio di uno scherzo ai suoi compagni. L’osservatore deve limitarsi a giudicare ex-post le azioni degli altri individui e trarne le dovute conclusioni una volta che si sono svolte completamente. Perché? Perché le azioni che potrebbero risultare “strane” ai nostri occhi, o improbabili, sono sensate e logicamente fondate agli occhi di altri.

Gli economisti della Scuola Austriaca basano le loro analisi proprio sullo studio dell’azione umana. Le loro critiche, o le loro tesi, partono da basi facenti riferimento le azioni dei singoli individui per poi dipanarsi lungo l’intero quadro della società, fino ad arrivare ai più alti gradi dell’economia in cui gli aggregati costituiscono parametri come la disoccupazione, l’inflazione, il PIL, ecc. La scienza economica, secondo quest’ottica, acquisisce una caratteristica sociale più che naturale, abbandonando tutti quei sofismi matematici che renderebbero le analisi dell’economia mainstream una branca del perfettivismo.

Il comparto scientifico Austriaco che studia l’azione umana è chiamato prasseologia, e al suo interno troviamo l’economia stessa con le sue leggi oggettive. Ma sta di fatto che il soggettivismo è l’unica legge che sorregge il comparto prasseologico: l’individuo agente. Nel 1870 Carl Menger, William Stanley Jevons e Leon Warlas teorizzarono il principio dell’utilità marginale. Questa scoperta avrebbe gettato le basi delle future teorie su cui sarebbe nata la Scuola Austriaca d’economia. Ma il fatto che tre autori diversi fossero giunti alle stesse conclusioni fa pensare a quali siano le potenzialità dell’essere umano quando la sua premura è la libertà propria e allo stesso tempo la preservazione di quella altrui. Inutile dire, quindi, che le loro scoperte rivoluzionarono la teoria economica. Come? Fino a quel momento il valore era inteso secondo linee oggettive, ovvero, era considerato un parametro misurabile attraverso elementi presenti sul mercato. Il lavoro, ad esempio, era considerato uno di questi parametri. Menger, Jevons e Warlas gettarono un masso enorme nel fiume dell’economia: il valore era una componente soggettiva insita nell’intelletto umano. Gli attori di mercato, quindi, attraverso le loro scelte imputano valore alle risorse economiche scarse. In base alle loro scale di valori e desideri, essi danno un determinato valore ai loro obiettivi e al margine compiono azioni per raggiungere tali obiettivi.

Più un obiettivo viene soddisfatto, più la quantità marginale di soddisfazione diminuisce. Ovvero, più acquistiamo una determinata quantità di prodotto, più l’utilità marginale che lo stesso ci fornirà sarà minore. Ad esempio, immaginate di andare in un supermercato ed avere €20 in tasca. Avete sete. Decidete di comprare una lattina d’aranciata. Costa €1. In tale situazione decidete che il valore del ventesimo euro nella vostra tasca non vale tanto quanto la soddisfazione della vostra sete. Ciò va avanti sin quanto arrivate a €16. in quel momento decidete che il valore del sedicesimo euro nella vostra tasca vale di più della soddisfazione della vostra sete. Questo significa che man mano che placavate la vostra sete attraverso l’ingestione d’aranciata, diminuiva l’utilità marginale della bevanda.

La rivoluzione marginale ha permesso di risolvere un problema vecchio di decenni, e che aveva messo in difficoltà economisti del calibro di Adam Smith.

CONSUMATORI E PROPRIETARI

La teoria alla base della rivoluzione marginale non solo sottolineava come gli individui fossero il caposaldo della trama economica di una società, ma conferiva loro un potere decisionale alimentante un decentramento dei compiti e degli oneri. Ogni singolo attore di mercato sarebbe diventato tanto importante quanto l’intero aggregato sociale, smontando costrutti filosofici accentratori partoriti da menti come quella di Hobbes. Infatti, come scrisse anche Ludwig von Mises nel Capitolo 8 dell’Azione Umana, il darwinismo sociale è una teoria errata perché la sopravvivenza del più forte non si applica all’ordine sociale del libero mercato. Infatti la divisione del lavoro ha permesso a milioni di persone di sopravvivere (oggi miliardi) che invece sarebbero morte. Più in particolare, il consumatore è diventato il re nell’economia di mercato poiché la corretta soddisfazione delle sue scelte permette agli imprenditori di avere successo e prosperare. Ma questo dà luogo ad un altro problema: chi è il proprietario delle risorse usate dagli imprenditori?

Come abbiamo detto poco sopra, gli individui agiscono e valutano le risorse economiche in base alle loro preferenze soggettive. Questo significa che molto spesso persone diverse entreranno in possesso di elementi diversi con cui mettere in pratica i loro scopi. Ma può capitare che due individui si possano trovare in contrasto tra di loro poiché ansiosi d’entrare in possesso di una determinata risorsa (può trattarsi di un lavoratore, una materia prima, un terreno, ecc.). In casi come questi vige una sola regola: l’offerta più alta vince. E’ questa l’essenza delle decisioni che ogni momento gli attori di mercato prendono, poiché sono immersi in una gigantesca asta in cui ci sono offerte e contro-offerte per le risorse economiche scarse. E chi le metterà a miglior uso, riuscirà ad avere successo e prosperare. Chi deciderà quale sarà stato l’uso migliore? Il consumatore.

Sulla scena di mercato, quindi, esistono due figure importanti: i proprietari e i consumatori. Attraverso le loro azioni determinano lo scorrere delle informazioni e delle risorse economiche. Ciò che accomuna queste figure è la proprietà, oltre che dei loro corpi, del frutto del loro lavoro. In una parola, la proprietà privata. E’ solo con questa che gli attori di mercato riescono ad infondere maggiore accuratezza al calcolo economico mediante il quale decidono quale risorsa economica sia più consona ai loro progetti. Il diritto a possedere il frutto del proprio lavoro sprona gli attori di mercato a dare il meglio di sé stessi per produrre quantità sufficienti di prodotti per la propria sussistenza e scambiarne il resto per entrare in possesso di elementi aventi caratteristiche utilitaristiche superiori. Maggiore sarà la loro produzione, maggiori possibilità avranno d’effettuare più scambi con diversi membri della società.

Ciò non solo va a vantaggio degli attori interessati, ma va a vantaggio dell’intera società poiché godrà di maggiori beni da cui attingere. Ma proprietà privata non significa solo scambiare merci o quant’altro, significa anche rifiutarsi d’accettare una determinata offerta o rifiutarsi di vendere le proprie risorse economiche. I vari proprietari hanno tutto il diritto di fare offerte per le varie risorse economiche presenti sul mercato, ma hanno altrettanto il diritto di rifiutare quelle che non soddisfano i loro desideri.

C’è da sottolineare che proprietari e consumatori sono facce della stessa medaglia. Un proprietario, ad esempio, è colui che può vendere il proprio lavoro ad altri e poi trasformarsi in consumatore quando si presenta la possibilità d’acquistare gli elementi che egli stesso ha contribuito a creare. Se esiste una linea netta tra consumatori ed imprenditori, non esiste allo stesso modo per consumatori e proprietari. Potremmo tranquillamente affermare che in realtà sono ruoli interscambiabili e rappresentano predisposizioni individuali che cambiano in base alle necessità degli attori di mercato. La cosa importante da ricordare è ciò che sta dietro ai loro ruoli e che conferisce loro l’importanza di cui godono: il denaro e la proprietà privata. I consumatori affermano la loro sovranità mediante la spesa monetaria a favore della creazione di quello o quell’altro imprenditore; i proprietari affermano la loro sovranità mediante la proprietà privata, e ciò significa il diritto d’accettare o rifiutare le offerte che vengono presentate loro.

Impedire ai consumatori di spendere denaro in base alle loro volontà, impedisce a sua volta l’emersione e la premiazione di quegli imprenditori di talento che potrebbero offrire alla società un ambiente sociale migliore e di maggiore efficienza. A catena, queste distorsioni si trasformano in segnali economici distorti che creano confusione e precludono una crescita economica genuina. Una correzione diviene ineluttabile. Più viene rimandata, più allungherà la sua durata e il dolore economico annesso. Allo stesso modo, impedire ai proprietari di disporre della propria proprietà nei modi che più sono consoni alle loro esigenze, significa incentivare un’allocazione errata delle risorse economiche scarse. Ciò non solo genera errori economici, ma disincentiva i proprietari a creare nuove risorse economiche e ad allocare quelle esistenti in modo corretto. Anche in questo caso, è necessaria una correzione. Questo significa o il crollo dell’impedimento o l’aggiramento dello stesso.

In un modo o nell’altro le forze di mercato trovano il modo per tornare ad un percorso sostenibile e in linea con i desideri e le necessità degli attori di mercato. Accade sempre.

APPRENDISTATO E SCUOLA

Se dovessimo iniziare a dare un senso all’esempio con cui ho aperto questo articolo, possiamo dire che fino a questo momento non abbiamo fatto altro che delineare la figura del trapezista. Adesso procederemo ad analizzare l’ambiente che lo circonda e come esso va ad influire sulle sue scelte. Infatti la sua professione la sceglie in base alle proprie capacità e alle proprie potenzialità, non di certo perché ha letto su un libro che lanciarsi nel vuoto rappresenta un esercizio ad alte dosi adrenaliniche. La ponderazione di una scelta simile non avviene in modo teorico, ma in modo pratico. Il trapezista deve sentire suo tale lavoro. Perché? Perché non tutti sono in grado di svolgere un simile compito. Cosa più importante, è uno di quei lavori che i “lavoratori zombie” non potrebbero svolgere. Questo tipo di persone manca di creatività e attenzione nei confronti delle proprie opere, quindi sarebbe una pessima scelta quella del trapezista.

Al giorno d’oggi la scuola tende a sfornare “lavoratori zombie”, ovvero, individui quanto più spersonalizzati possibile in grado sostanzialmente d’obbedire. La burocrazia statale ne è piena. Non solo, ma il compito principalmente dell’istruzione scolastica odierna non è la diffusione del sapere, bensì l’indottrinamento delle giovani leve. La potenza di questa istituzione è quella di creare cittadini ubbidienti e asserviti al culto dello stato. Questo processo formativo tende ad amalgamare il pensiero all’interno della società e a renderlo quanto più unico possibile. Viene scoraggiato il decentramento. Viene scoraggiata l’auto-realizzazione. Viene scoraggiato il pensiero critico. Il giovane alunno non cresce sviluppando un pensiero incentrato sul proprio individualismo, bensì diviene lo specchio delle idee degli insegnanti e, cosa più deprimente, diviene ostaggio del giudizio dei propri compagni.

Non c’è sinergia collaborativa. C’è apatia. C’è voglia d’evadere. Il tutto mentre gli insegnanti ingenui passano la maggior parte del tempo rimproverando il lavoro dei loro predecessori, incapaci d’accorgersi come sia in realtà l’ambiente scolastico a dilaniare qualunque curiosità rimasta nei ragazzini. In questo tritacarne la maggior parte degli alunni arriva alla maturità senza sapere nulla di sé, delle proprie capacità e di ciò che vuole dalla propria vita. La loro capacità organizzativa, ad esempio, viene soffocata da un programma rigido imposto dall’alto. Di conseguenza ignorano cosa sia l’auto-disciplina. Ogni momento è buono per distrarsi e fare baldoria. È questo uno dei motivi per cui l’università diventa una sorta di “selezionatore naturale” tra gli studenti desiderosi di proseguire gli studi e quelli che invece avrebbero dovuto mollare gli studi molto prima.

Se questi ultimi avessero iniziato a lavorare molto prima, si sarebbero risparmiati anni di noia ed avrebbero iniziato a raggranellare la loro pila di risparmi. Nel mondo attuale, invece, gli individui apprendono molto tardi l’esistenza di un compromesso tra tempo e denaro. Perché? Perché lo scopo principale del sistema scolastico statale è quello d’instillare il culto dello stato. Fortunatamente ci sono altre scuole il cui scopo è ben altro.

Lo stato, infatti, ha progressivamente propagandato la sua religione e questo processo non è risultato privo di vittime. Una su tutte è stato l’apprendistato. In passato esso rappresentava il modo attraverso il quale le persone iniziavano ad entrare nel mondo del lavoro e, soprattutto, rappresentava il loro orientamento riguardo le capacità che potevano utilizzare per lavorare. Avrebbero testato le loro capacità “sul campo”, prendendo decisioni in base a ciò che sarebbero riusciti a portare a termine con le loro forze. L’istruzione scolastica era affiancata con questa scuola di vita, la quale non solo avrebbe preparato le giovani leve al mondo del lavoro, ma avrebbero permesso loro di ponderare le proprie capacità con la domanda di lavoro del mercato. Oggi non esiste nulla di tutto ciò. La maggior parte degli studenti s’affaccia per la prima volta al mondo del lavoro all’università, e ormai non tutte le università offrono la possibilità d’effettuare tirocini. Sebbene questi ultimi siano soltanto l’ombra di quello che rappresentava in passato l’apprendistato, trattengono ancora una certa funzionalità. Purtroppo per gli studenti, la maggior parte delle facoltà li ha cancellati. Non sorprende, quindi, se coloro che escono dalle università non riescano a trovare lavoro e, ad esempio, in Italia la disoccupazione è attualmente meno presente nella fascia d’età over 50.

Inutile dire che gli studenti arrivano alla fine del loro percorso formativo senza avere la minima idea di come funziona il mercato del lavoro. Peggio, non hanno la minima idea delle loro potenzialità e il dove avrebbero potuto svilupparle meglio. Negli USA la situazione si fa più tetra perché oltre a quanto detto, gli studenti una volta terminati gli studi si ritrovano un groppone un debito mastodontico a causa dei prestiti accesi per portare a compimento il loro iter. La bolla dei prestiti per studenti, infatti, sta sfornando uomini e donne che nel mercato del lavoro saranno costretti ad accontentarsi di lavori di ripiego, mentre la loro vita sarà costellata di difficoltà a causa degli oneri finanziari. Questo impedisce loro di farsi una famiglia, comprarsi una casa, ecc. L’espansione monetaria delle banche centrali ha anche sfilacciato il tessuto sociale oltre che quello economico.

Ma come ho ripetuto spesso, il libero mercato non sta fermo a guardare. È sempre due mosse più in avanti rispetto alla pianificazione centrale, espellendo quelle “artificialità” introdotte da coloro che presumibilmente “sanno di più”. Nel caso della scuola, l’homeschooling è una realtà che si sta consolidando sempre di più. Prendete, ad esempio, la Khan Academy la quale ha affermato d’avere oltre 26 milioni di studenti iscritti ai suoi corsi in più di 190 paesi. Questo significa che un altro mostro sacro dell’apparato statale, l’istruzione scolastica, è diventato obsoleto. Pensate alle poste. Solo venti anni fa nessuno poteva immaginare che un piccolo aggeggio come il telefono cellulare avrebbe potuto infliggere uno dei colpi mortali al sistema postale statale. L’altro è stato inflitto dalle tabaccherie e dai bar, i quali offrono il servizio di pagamento delle bollette. Ormai le poste sono una reliquia del passato, sopravvivono solo grazie ai trasferimenti statali. L’istruzione online, invece, sta “mandando in soffitta” l’istruzione standard e la rivoluzione di Salman Khan è solo l’inizio.

George Orwell diceva che le persone tendono a ignorare tutti quei cambiamenti che avvengono sotto il loro naso. Il grande cambiamento all’interno della scuola è qualcosa di cui non si stanno accorgendo. Lo stesso vale per i burocrati. Lo stato sta lentamente perdendo influenza e potere a vantaggio di un decentramento delle varie istituzioni che costituiscono l’attuale società. Non riesce a tenere il passo. Questo perché non può tagliare i costi: politicamente suicida. Ma l’obsolescenza costa e mantenerla viva richiederà quantità di risorse e fondi sempre più alti. E questo nel lungo periodo è insostenibile: finanziariamente suicida.

WELFARE STATE

Herbert Stein diceva: “Quando qualcosa non può andare più avanti, si ferma”. I grandi carrozzoni statali che hanno fornito nel corso del tempo una quantità abnorme di voti, stanno raggiungendo a passi spediti la terra dei rendimenti decrescenti. Questo significa che ogni soldo utilizzato per mantenerli in vita non solo verrà sprecato, ma toglierà sempre più aria a quelle idee concorrenti che avrebbero potuto andare a beneficio della società nel suo insieme. Alla fine, i soldi degli altri finiranno. Accade sempre. Perché? Perché l’economia mista si trasformerà infine in un’economia di comando. Possiamo già vedere questa trasformazione. NSA, TSA, burocrazia, tasse, spese statali, sono solo alcuni esempi di come l’influenza statale si sia impossessata di sacche sempre più ampie dell’economia nazionale.

Ludwig von Mises ce lo spiegò chiaramente nel suo saggio del 1920, Economic Calculation in the Socialist Commonwealth. Friedrich Hayek ampliò questo concetto nella sua opera, The Use of Knowledge in Society. Lo stato non è un’impresa privata come qualsiasi altra. Non è in grado di operare un calcolo economico in accordo con le forze di mercato. Questo fatto lo costringe ad impossessarsi delle risorse economiche di cui necessita attraverso la forza. Ovvero, bypassa le sanzioni negative del mercato mediante le quali è possibile constatare se un’impresa sia fruttuosa o meno. Sta di fatto che sebbene bypassate, tali sanzioni non vengono eliminate. Continuano ad operare in background. Perché? Perché sono i singoli individui che, attraverso le loro singole azioni, formano le cosiddette forze di mercato. Di conseguenza quanto più lo stato parassiterà la società, tanto più essi saranno scoraggiati a produrre.

Senza più nuova produzione il bacino di risorse dal quale attingere si restringe e con esso la capacità dello stato di mantenere in piedi tutti quei progetti clientelisti ad esso favorevoli. Questo significa, soprattutto, minori prestazioni sociali mediante le quali acquistare voti. Il welfare state, infatti, è un gigantesco schema di Ponzi mantenuto in piedi solo per assicurare allo stato una base di voti costante. C’è uno scambio: voti in cambio della sicurezza di una rete di protezione. La domanda fondamentale: chi paga?

Coloro nei media mainstream, i politici, gli economisti keynesiani, non si pongono mai questa domanda. Pensano che ci sarà sempre tempo per aggiustare le cose. Pensano che i pianificatori centrali avranno nel cilindro un nuovo coniglio da far uscire fuori. Problema: la fonte della loro forza è agli sgoccioli, ovvero, il sistema previdenziale/pensionistico è in bancarotta. Senza un enorme aumento delle tasse o un enorme aumento dei deficit, i raid nei fondi pensione saranno all’ordine del giorno. Anche così, però, la pianificazione centrale è condannata: massiccia inflazione dei prezzi e massiccia misallocation del capitale. Qualunque strada decida di prendere, la pianificazione centrale è spacciata.

Non è solo una questione economica. E’ anche una questione etica. Le leggi morali rappresentano le fondamenta delle relazioni causa/effetto nelle azioni umane. Quando vengono violati costantemente questi principi morali di base, le sanzioni negative sono inevitabili. Nel nostro caso, abbiamo permesso che la “carità” dello stato si sostituisse a quelle delle famiglie e delle organizzazioni spontanee. Abbiamo permesso che una burocrazia fredda ed impersonale si sostituisse alla solidarietà genuina e sentita del prossimo nostro. Abbiamo permesso che le persone considerassero il sistema previdenziale/pensionistico come una vera agenzia assicurativa piuttosto che un sistema di ridistribuzione forzosa della ricchezza. Ora i nodi stanno venendo al pettine, e il conto finale sarà salato. Purtroppo i “peccati” e “l’incuranza” dei padri ricadrà sui figli. Affinché questa catena venga spezzata, ho provveduto a tradurre l’ultimo libro di Gary North che focalizza proprio la sua attenzione su etica ed economia. Potete acquistarlo a questo indirizzo: http://bit.ly/1JUqFIt

Per decenni lo stato ha seminato vento, adesso sta arrivando il momento in cui raccoglierà tempesta. I braccianti saranno coloro che crederanno ancora nella salvezza attraverso lo stato. Rimarranno con un pugno di mosche in mano.

CONCLUSIONE

Pensate a due trapezisti. Il primo, attraverso il duro lavoro e la passione, offre spettacoli sempre più emozionati al pubblico poiché compie le sue gesta senza avere una rete di protezione sotto i suoi piedi. Si affida esclusivamente alle sue forze e alla costanza del suo lavoro. Il secondo, invece, offre spettacoli fotocopia senza preoccuparsi di migliorare le sue doti. Perché dovrebbe visto che sotto i suoi piedi c’è una rete di protezione che lo protegge? C’è un problema però: l’impresa per cui lavora non può più permettersi colui che effettua la manutenzione della rete.

Quale spettacolo vorreste guardare?

La risposta degli attori di mercato è chiara già da oggi. Tra 10 anni sarà palese anche per chi si rifiuta d’accettarla. La fucina dell’indottrinamento statale sta perdendo la sua presa sulla società: la scuola finanziata con le tasse. La fucina delle illusioni statali sta perdendo la sua presa sulla società: il sistema previdenziale/pensionistico. Questi sono gli ultimi due baluardi che permettono ancora allo stato di sopravvivere. Ma sono a corto di fondi e sono in bancarotta, sia economica che intellettuale. Per chi crede che ciò sia impossibile, scoprirà come in realtà sia inevitabile.

da Freedonia di Francesco Simoncelli

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    articolo davvero notevole

    • gino monte

      vero, di notevole demenza 🙂

      • Pareggiamoiconti

        perdonami ma da te non mi aspettavo nulla di diverso

        la tua inconsistenza è seconda solo alla tua presunzione

        • gino monte

          cattivone!
          🙂

          • Pareggiamoiconti

            Eh si non riesco a farci nulla…

            😉

  • Massimo Decio Meridio

    La scuola pubblica dovrebbe avere la funzione di offrire una possibilità a tutti indistintamente di poter acquisire una conoscenza anche basilare che ne l’Homeschooling nè la scuola privata potrebbe garantire. Il fatto che se ne sia persa la funzione originaria, che venga utilizzata per altri scopi e che non vi sia alcuna volontà di riformarla non signfica in ogni caso che come struttura debba necessariamente scomparire. Anche perchè paradossalmente gli stessi effetti – quelli di creare lavoratori zombie – verrebbero in ogni caso mantenuti se non aumentati sia con l’homeschooling sia con la scuola privata.

    Analogo discorso potrebbe essere fatto con il concetto di welfare state.
    Se l’articolo avevo l’obiettivo di puntualizzare un futuro a tinte piuttosto fosche c’è riuscito …

    • MaAncheNo

      In linea di massima sarei anche d’accordo sulla filosofia di fondo (anche se non vedo perche’ la scuola privata non dovrebbe “essere capace di garantire etc etc.”).

      C’e’ un problema pero’: e’ vero A PATTO CHE gli insegnanti vengano scelti e filtrati secondo criteri molto selettivi.

      Se no diventa la feccia che e’ diventata oggi in cui la priorita’ e’ dare lavoro agli insegnanti per principio, invece di quella di garantire la qualita’ dell’insegnamento agli alunni.

      • Massimo Decio Meridio

        La scuola privata non può garantire l’istruzione universale perchè essendo privata costa e non tutti possono permetterselo, tutto qui.
        Come anche tu sembri sottolineare tuttavia il problema non è il concetto di scuola pubblica, che invece l’autore dell’articolo ripudia o appare ripudiare, ma il funzionamento della scuola pubblica che è cosa ben diversa. Così invece di battersi per cambiare il funzionamento ci si batte per far scomparire la scuola pubblica, della serie buttiamo il bambino con l’acqua sporca ….

        • MaAncheNo

          Sulle linee generali mi sembra siamo d’accordo, ma nel momento in cui i sindacati si inalberano ogni volta che un bidello o un insegnante non viene assunto (invece di scremare), poi non bisogna stupirsi che il popolino e il popolo in generale si trovino ad inneggiare alla scuola privata.

          • gino monte

            ahah! ma chi? ma se siete 3 gatti e mezzo!!!

          • MaAncheNo

            Eh? “Siamo”? Guarda che al momento, destra, sinistra o centro, in Italia se hai due lire mandi i figli alle scuole private non appena puoi.
            A meno che vivi su un’isola non so come hai fatto a non accorgertene.

            E comunque non capisco troppo il tono da scuola media di periferia :/

          • gino monte

            ti informo che il salario medio in italia è 1300 euro… e con tali cifre parli di “popolo in generale” che inneggia alla scuola privata?
            quanti studiano a scuola privata sul totale?
            mi sa che sei tu che vivi sull’isola! ma del pianeta PAPALLA 🙂
            ma forse tu sei un ricchino pariolino figlio di papà, buon per te, io sono periferico e me ne vanto.

          • MaAncheNo

            Sí vabé…lavoro da 20 anni e rotti, ho fatto anche il metalmeccanico e il manovale di bassa lega per pagarmi gli studi, e son qua a farmi dare del pariolino da gente che probabilmente non ha mai nemmeno visto un ufficio privato o che si è utilissimamente laureata in scienze politiche 1 anno fa.

            Io mi chiedo in quale società medievale e classista dovete essere cresciuti.

            E per cortesia non darmi del romano che la filosofia di vita del 90% di quella città è indegna del mondo civilizzato.

          • gino monte

            a parte che le ultime 2 righe sono indicative del coglione nazista che sei…
            comunque mi sono laureato 28 anni fa e non in scienze polllitiche e non ho MAI lavorato per il pubblico.
            viste le idiozie che dici, ma la laurea l’hai comprata in albania pure tu?

          • MaAncheNo

            Allora non sei solo rincoglionito.

            Sei un vecchio rincoglionito, il che non aiuta.

            E nazista puoi dirlo a tuo padre, non a me.

            Di sicuro non sono un mentecatto comunista che cerca di spiegare la sua innata nullita’ dando la colpa alla societa’ e al sistema.
            Ma non sono nemmeno un demente che va iin giro col braccio alzato perche’ crede di essere ariano (che e’ coglione quanto te, solo che pensate entrambi di essere l’uno diverso dall’altro quando siete due facce della stessa idiozia).

          • gino monte

            tu sei un MALATO MENTALE in quanto hai detto sta stronzata galattica: ” il popolino e il popolo in generale si trovino ad inneggiare alla scuola privata”.
            io inneggiare alla scuola privata ci vedo solo qualche figlio di papà e 4 imbecilli “libbbertari”.
            poi sei NAZISTA in quanto ti ritieni “migliore-superiore” rispetto a una categoria di persone, in questo caso i romani ma suppongo anche i terrun, peccato però che a loro volta i bavaresi schifano voi pulentun 🙂
            io ti consiglierei… invece di passare il tempo a dire cagate, tromba di più… perchè accade che le vostre belle mogli lombardovenete poi la danno a me, nonostante ho 20 di più… e mi pagano pure frecciarossa e hotel in centro a milano. ahah!

          • MaAncheNo

            Hai pochi anni per ripigliarti prima che morte separi te da cotante babbione oniriche nordiche, n;nché paganti. Esci dai forum e usali bene per farlo.

            E smettila con le identità alternative che raccontano cose mai successe. Andavano bene quando avevi 6 anni, non adesso che sei sulla via dei 60 e non ti tira piú.

            I complessi vedo che sono rimasti gli stessi peró.

            Comunque ritornando a quello che dicevi: non mi fai schifo, mi fai pena.
            Una sana pietà cristiana anche se sono ateo.
            Sei un tale caso umano che Dio fa miracoli per bilanciare la minchiata che ha fatto mettendoti al mondo.

            Ora ridrogati e torna a immaginare qualche vecchia rintronata che paga per abusare del tuo metro e 65 di impareggiabile virilità (se non altro nel sogno una cosa giusta c’era: sei un poveraccio senza una lira).

          • gino monte

            te l’ha detto la tua tipa che ce l’ho lungo 1m65? ah ah!
            guarda qua:

            http://blog.you-ng.it/wp-content/uploads/sites/4/2013/11/lunghezza-media-pene2.jpg

          • MaAncheNo

            Mia moglie uno col piglio e la parlantina da 15enne in calore e che per 50 anni e’ stato rifiutato da tutte (se non per la scopatina della disperazione) non lo guarda nemmeno se passa nudo per strada.

            Si e’ data degli standard e conosce la differenza tra media e distribuzione gaussiana.

            Il livello massimo raggiungibile delle tue conversazioni e’ imbarazzante per chiunque condivida il tuo patrimonio genetico (il che chiama in causa la microbiologia).

          • gino monte

            p.s. nessuna identità alternativa, scrivo qui da 5 anni e mi conoscono tutti.
            vivo in brasile e a 50 anni posso trombarmi pure 20enni e gratis.
            quando vengo in italia mi limito a 30enni.
            mentre in itaGlia a 30 anni vi dovete trombare le 40-50enni…
            potrei vivere di rendita ma per arrotondare faccio l’allenatore nello sport e scrivo libri di sport. e sono fisicamente messo molto meglio della maggior parte dei 30enni itaGliani.
            salute perfetta, non ho una febbre da 2005.
            probabilmente FISICAMENTE morirai prima di me, perchè intellettivamente sei già sepolto.
            viva la scuola pubblica e buona equitalia a tutti, ahahah!

    • enricodiba

      Semplice la scuola italiana deve essere professionalizzata, come questi professori che vanno lì solo a fare propaganda politica, avranno la vita più dura e sopratutto per insegnare, devono saper fare qualcosa di concreto nella vita.

  • Paulo Paganelli

    La radice del problema sta nei carrozzoni statali e nell’abuso che la politica fa dell’impiego pubblico.

    La mia modesta suggestione per ridurre gli abusi: nessun dipendente pubblico può lavorare per più di un “mandato”, diciamo 4 anni, dopo di che deve uscire e lavorare nel privato per campare. Può ritornare al pubblico solo dopo altri 4 anni. In questo modo c’è un rinnovo degli statali con immersione periodica nel mondo privato. C’è anche una controparte privata per ogni attività statale (scuola pubblica – privata, pensione pubblica – privata, sanità pubblica – privata etc) che “assorbe” i lavoratori del settore che vogliano alternarsi tra pubblico e privato. Chi fa un brutto lavoro nel settore pubblico difficilmente sarà assunto nel privato e dovrà aspettare qualche “amico politico” con un misero sicuro disoccupazione per tempo limitato (sempre meno costoso per lo Stato che uno stipendio a vita). Ci vorrebbe una totale bancarotta e disperazione del paese e dei PD per implementare tale idea 🙂

    • gino monte

      mi stupisce che un brasiliano dica certe cose.
      qui è PALESE che si vuole a tutti i costi intenzionalmente far funzionare male il pubblico per garantire risorse al privato. e quelli che “lavorano male” nel pubblico (tipo i medici) vengono assorbiti senza problemi nel privato.

      • Paulo Paganelli

        Non sono contrario al pubblico o ai servizi prestati dallo Stato, anzi certe cose SOLO lo Stato può e deve fare (esercito, servizi essenziale che non portano profitto etc). Ma vedo che la politica usa il pubblico impiego per “ripagare” chi aiuta nelle campagne elettorali, era questa la idea, limitare la possibilità di regale posti nel pubblico. Non tutti i brasiliani sono uguali, alcuni sono più uguali degli altri 🙂

  • Scimmia

    “…Non solo, ma il compito principalmente dell’istruzione scolastica odierna non è la diffusione del sapere, bensì l’indottrinamento delle giovani leve. La potenza di questa istituzione è quella di creare cittadini ubbidienti e asserviti al culto del DANARO…”
    ….. e non dello stato! come è stato scritto

    questo sta avvenendo

  • ignorans

    Ottimo.
    Si, scuola e sanità pubbliche sono diseducative. Creano esseri farlocchi, indeboliti, magari incapaci.
    Lo vedremo meglio quando i soldi delle generazioni che ci hanno preceduto (padri, nonni,) finiranno o si volatilizzeranno in seguito a crisi finanziarie. Allora vedremo quante persone deboli e dipendenti ci sono in giro.

    • gino monte

      il tuo nick ne è la prova 🙂

  • arrotoxieta

    La scuola pubblica nacque anche e soprattutto per motivi di carattere militare, dato che un esercito di persone in grado di leggere, scrivere, contare e seguire una disciplina ha molte più chance di vittoria che non un esercito di analfabeti. Inoltre la scuola contribuì, come la leva, alla creazione di una qualche identità nazionale. Giusto, sbagliato? Penso che l’attuale sistema sia ormai marcio, ma non tutto può basarsi sull’individuo, siamo esseri “sociali” o meglio ancora “tribali”, e la tribù che si teorizza come non-esistente a lungo andare verrà semplicemente eliminata e sostituita da altre tribù.

  • userpacman

    A me a scuola hanno insegnato che è fondamentale delocalizzare le produzioni “in paesi con poche o nulle leggi sullo sfruttamento del lavoro minorile, delle minoranze sessuali o religiose, dei portatori di handicap”. Conservo le slides con cura.

    Quindi non facciamo di tutta l’erba un fascio, si imparano anche cose utili.

  • angelo m.

    oh ragazzi stasera non riesco a dormire se qualcuno non mi spiega il finale…
    cioè io visto che il trapezista che offre spettacoli fotocopia non ha più la rete che lo protegge vorrei guardare quello per vedere se si rompe l’osso del collo…
    è corretto? :-))

    • Antonello S.

      Diciamo che anche ai tempi degli antichi romani, funzionava un pò così…il vero spettacolo che emozionava era quello del duello fra gladiatori.
      A me comunque non emoziona particolarmente sapere che nel mondo miliardi di persone, fra cui molti minorenni, lavorano 15 ore al giorno, per un tozzo di pane, perchè nessuno li protegge, perchè non esiste nessuna rete di protezione sociale.
      Forse sarebbe molto più giusto ripristare, come succedeva fino agli anni ’90, la giusta demarcazione fra utile imprenditoriale e lavoro salariato tutelato, così sono tutti contenti felici ed evitiamo di leggerci simili polpettoni.

  • ignorans

    Questa società è stata creata su basi false. Io ci leggo questo nell’articolo,
    E’ stata pensata per dare lavoro a un sacco di gente, ma questi lavori sono “sovvenzionati”, “artificiali”, creati dal nulla, come la moneta fiat
    E questa artificialità prima o poi dovrà passare l’esame della realtà.

    • gino monte

      aspetta e spera.

  • Fabrizio de Paoli

    Un bellissimo riassunto.

    Un concetto particolarmente importante, e che in Italia sembra abbia difficoltà ad essere accettato, è che ognuno di noi è al tempo stesso produttore e consumatore.
    In effetti è descritta la differenza tra produttore e proprietario, e direi che in Italia si preferisca essere proprietari anziché produttori, questo è quello che illusoriamente induce a desiderare lo stato socialista.
    Son differenze importanti:
    Produttore
    Proprietario
    Consumatore
    e non credo si possa mantenere a lungo un equilibrio se non si mantiene un minimo di relazione tra il produttore ed il proprietario, specialmente quando il proprietario è tale poiché altri (produttori) producono per lui e cioè quando viene meno la proprietà privata e quando lo stato assegna i vari titoli d’imperio, in particolare quello di proprietario.

    • Pareggiamoiconti

      Ben detto

      Puoi essere proprietario di quello che ti pare, ma se nessuno produce il pane muori di fame

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