Lies, damned lies and statistics: emigrazione italiana verso UK

Di Lorenzo Marchetti , il - 26 commenti

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Nota di Rischio Calcolato: con questo post inizia la collaborazione con Lorenzo Marchetti. Lorenzo ha un blog ( http://exiteconomics.blogspot.nl/ ) che tratta temi economici,  è espatriato in Olanda nel 2014 e fa l’ingegnere (ma che strano vero, pare che a parte un paio di mosche bianche chi fa informazione indipendente specie su temi economici tenda a portare via le tende, … coincidenze?), ha iniziato ad interessarsi di economia nel 2012 per capire le ragioni della crisi italiana.

Mi ha scritto testualmente “I miei studi di economia mi hanno convinto a mollare il contratto a tempo indeterminato che avevo con un colosso dell’aerospazio a Roma perché convinto che l’Italia soffrisse di problemi economici strutturali che possono solo peggiorare. ……” Benvenuto fra noi.

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Articolo originale da: http://exiteconomics.blogspot.nl/

Questo post é parte della serie “Lies, damned lies and statistics”.

In un  precedente post, ho scritto delle balle che i media producono ogni volta che si gettano sulla notizia che é aumentato il reddito medio in un Paese. Quello che omettono di dire, come abbiamo visto, é che la maggior parte delle persone possono guadagnare di meno, eppure la media nazionale puó salire, spingendo la propaganda di governo a pubblicizzare i risultati ottenuti.

Oggi vorrei occuparmi di demografia: in particolare, vorrei soffermarmi sui numeri dell’emigrazione/immigrazione, che sono sulla bocca di tutti, a causa della crisi che l’Italia sta vivendo da quasi due lustri.

Giornali e telegiornali ci hanno martellato con la storia che la Brexit avrebbe causato la fine del “paradiso”per quegli italiani (e spagnoli, e portoghesi,…) che vivono nel Regno Unito. Ci sono articoli che riportano che mezzo milione di italiani sono residenti in UK!

Ora, al di lá delle esagerazioni sulle conseguenze del Brexit (la vita continua normalmente lá) ho fatto qualche ricerca per verificare l’attendibilitá di queste cifre.

Premessa: per lavorare a Londra, e piú in generale in UK, é necessario il NINO (National Insurance Number, il numero di previdenza sociale). Questo é assolutamente necessario se si vuole avere diritto al medico di famiglia, iscriversi al collocamento, cercare lavoro e  studiare.

Quindi, se un italiano vuole vivere in UK, deve essere registrato presso l’anagrafe del Regno Unito. Fin qui, tutto normale.

Ora, un italiano che ha preso residenza all’estero é tenuto a comunicare all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’estero) che ha lasciato l’Italia. Se non lo comunica, per il fisco italiano, per la previdenza sociale, per l’anagrafe del suo comune, il tizio in questione non si é mosso dall’Italia.

E’chiaro quindi che se l’emigrato italiano non comunica all’AIRE il suo cambio estero di residenza, per il governo italiano il cittadino italiano é ancora in Italia, anche se magari é in UK da anni.

Ora iniziano le stranezze: lo UK National Insurance Office (che rilascia il NINO), e l’AIRE non comunicano tra di loro. Quindi non c’é modo di capire, “al volo”, se gli italiani che si sono dichiarati residenti in UK, denunciandosi presso l’AIRE, sono quelli corretti. Magari alcuni sono anche tornati in Italia, si sono iscritti al comune, per esempio Milano, e il comune e l’AIRE non si sono parlati.

In altri termini, é lecito aspettarsi un errore madornale tra le statistiche fornite dallo UK National Insurance Office,e quelle fornite dall’AIRE, di seguito UK e IT rispettivamente. Peró un conto é aspettarsi, un conto é averne l’evidenza.

Scaviamo un po’ nei dati.

Secondo il sito dell’AIRE, nel 2012 (nessun aggiornamento da allora, campa cavallo…)  c’erano 210mila connazionali residenti in UK.

Tuttavia, secondo il dataset fornito dallo UK office for National Statistics (Tabella E di questo file), nel 2015 c’erano 192.000 italiani residenti in UK.

Ecco i primi intoppi. C’é un gap di tre anni tra i dati del sito web dell’AIRE (2012) e quelli dell’ufficio di statistica britannico (2015). Non solo, ma gli italiani sembrano essere di piú nel 2012 che nel 2015, mentre sappiamo che c’è stata una continua emorragia di connazionali verso Londra. I numeri sono quindi poco affidabili. E’il caso di buttare a mare l’AIRE e confrontare i numeri provenienti dagli uffici di statistica inglese e italiano direttamente.

Non solo. Invece di guardare ai residenti, concentriamoci sul paese di nascita. Il motivo é presto detto: una coppia italiana potrebbe avere avuto figli in UK, i bambini sono italiani ma sono registrati in UK. Meno rumore statistico (e vedremo piú avanti che la differenza é importante).

C’é questo  sito web, che illustra i dati presi dall’ufficio di statistica britannico. Si possono impostare dei criteri di ricerca e avere un istogramma come questo:

da cui vediamo (occhio che i dati sono arrotondati alle migliaia e ci fermiamo al 2014) che il numero di italiani residenti in UK é continuato a crescere a partire dal 2009.

La differenza tra due anni consecutivi é pertanto l’incremento netto di Italiani in UK, cioé l’emigrazione netta annuale di italiani verso la Gran Bretagna.

Registriamo qualche cifra:

2008: 105000

2009: 108000

2010: 118000

2011: 124000

2012: 133000

2013: 142000

2014: 150000

2015: 162000  //questo dato l’ho preso da quest’altro file

Mediamente,  in 7 anni, gli italiani che hanno lasciato il Belpaese sono aumentati del 60% (da 105mila a 160mila)!

NOTA: La stampa italiana fa in genere vomitare, basta dare un’occhiata a questo articolo de Il Fatto Quotidiano: parlano di 550.000 italiani residenti in UK a fine 2013, un numero che é TRE VOLTE quello reale. Un “banale” errore del 200%. Ora, se nemmeno sanno cercarsi e leggere una tabella, figuriamoci la qualità degli articoli che trattano di economia e finanza.

Ora che sappiamo quanti italiani, nati in Italia, vivono in UK anno per anno, vediamo quanti se ne sono andati anno per anno. Basta fare le sottrazioni tra un anno e quello precedente.

2009: +3000

2010: +10000

2011: +6000

2012: +9000

2013: +10000

2014: +8000

2015: +12000

Ora, cambiamo prospettiva. 

Dobbiamo confrontare questi dati con i dati dell’ISTAT, (li trovate a questa pagina), che peró si arresta al 2014 (sono lenti ad aggiornare il sito; la personalizzazione delle queries, dei filtri é farraginosa e richiede tempo, ma almeno i dati sono lá…).

Cittadini italiani che hanno lasciato l’Italia per il Regno Unito:

2009: 5042

2010: 5251

2011: 5378

2012: 7404

2013: 12962

2014: 13491

Cittadini italiani che sono rientrati in Italia dal Regno Unito (magari si erano rotti di mangiare pudding e zuppe):

2009: 2255

2010: 2208

2011: 2283

2012: 2202

2013: 2152

2014: 2398

Ci siamo quasi….

Il saldo netto di emigrazione verso UK, secondo l’ISTAT, diventa pertanto:

2009: 5042-2255 = +2787

2010: 5251-2208 = +3043

2011: 5378-2283 = +3095

2012: 7404-2202 = +5202

2013: 12962-2152 = +10810

2014:13491- 2398 = +11093

Ad esempio, nel 2014, 2398 Italiani hanno lasciato la UK per l’Italia, 13491 italiani hanno lasciato l’Italia per la UK, e quindi un saldo netto EMIGRATORIO di 11093 italiani hanno lasciato l’Italia per il Regno Unito. Semplice.

Finalmente, possiamo confrontare i dati delle statistiche inglesi con le statistiche italiane.  Parliamo di dati presi da fonti istituzionali, pubblicati dai rispettivi siti web. Insomma, si suppone attendibili.

Prima i dati cumulati.

Saldo netto totale di italiani che hanno lasciato l’Italia dal 2009 al 2014 (UK Statistics): +46000

Saldo netto di italiani che hanno lasciato l’Italia dal 2009 al 2014 (Statistiche IT ): +35000

Poi i dati annuali, messi su un grafichetto Excel.

Sull’asse y, il saldo netto di italiani che hanno mollato il Belpaese verso il Regno Unito.

Vedete da voi che  c’è una enorme differenza tra le due statistiche: viene quindi naturale pensare che molti italiani non si registrano presso l’AIRE nello stesso anno in cui cambiano residenza. Le due spezzate sono molto decorrelate, ovvero ogni curva se ne va per i fatti suoi.

Possiamo vedere peró che nel mezzo della crisi, nel 2009, c’é stato un boom di italiani che hanno attraversato la Manica (linea rossa).

Ma in un intervallo di SEI anni (Gen 2009-Dec2014) significa una cosa: semplicemente, molti italiani non si registrano proprio all’AIRE, mai! Perché?

Tre motivi, credo:

1. Per esperienza, andare in Ambasciata/Consolato/Cancelleria é una giornata di lavoro persa e porta ad un sacco di giramenti di palle.

2. Se non ti registri all’AIRE, e torni in Italia per le vacanze o per brevi periodi, hai ancora diritto a medico di famiglia, ospedale gratis, assegno di cassa integrazione, detrazioni da prima casa (non paghi nemmeno l’IMU).

3. Non sai per quanto tempo rimarrai in UK, quindi preferisci aspettare.

Il punto 2 comporta che chi rimane in Italia paga le tasse anche per quelli che se ne sono andati e che non ne avrebbero diritto.

 

NOTA: nel caso che ve lo stiate domandando, sappiate che io come ho preso casa in Olanda ho registrato la mia famiglia all’AIRE. Pertanto sto pagando doppi servizi in Olanda e Italia visto che nel “Belpaese” sto pagando ancora fior di tasse per servizi (IMU e TASI e TARI etc) di cui non usufruisco. Speriamo finisca presto. In Olanda, il numero di previdenza sociale si chiama BSN.

Concludiamo il post dicendo che, mediamente, in un periodo medio-lungo, le statistiche AIRE/ISTAT soffrono di un errore del 31%. (35000-46000)/35000. In altri termini, fatto 100 il numero di italiani che il governo crede all’estero, in realtá ce ne sono 131.

Ora, non penso proprio che gli italiani che vanno a vivere a Londra siano differenti da quelli che si trasferiscono in Olanda e Germania. Pertanto sono abbastanza confidente che lo stesso errore percentuale (30%) affligga le statistiche di tutta l’emigrazione italiana in altri paesi, nel medio periodo (5 anni, diciamo).

Non ci sono 1 milione di italiani nel Regno Unito, non ce ne sono 500 mila, ma 192000. Altri numeri sono invenzioni dei giornalisti e di quelli che “mi cuggino m’ha detto che..”. Sono tanti? sono pochi? tanto o poco é relativo, non assoluto, e questo é un argomento che merita un post a parte.

Un altro punto degno di menzione é questo: la differenza di 30000 persone nel 2015 tra gli italiani residenti in UK (192000) e gli italiani residenti in UK nati in Italia (162000).

Questo significa che mediamente 30mila bambini sono nati in UK  da genitori italiani. Ancora, potrebbe essere argomento di approfondimento in un futuro post.

 

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  • Nicola Albano

    Salvo una decina di coloro che pubblicano su il “Fatto” la restante parte sono o in malafede o peggio dei totali incompetenti o entrambe le cose.

    • Joker.Reloaded

      semplicemente al FQ devono indorare la pillola dell’Italia fa schifo all’estero è tutto rose e fiori e le puntuali storielle limite di emigrati di successo sono il chiaro segnale.

      • Consulente dei nuovi schiavi

        Sono a libro paga estero (atlantico) al FQ.

        • Joker.Reloaded

          l’autorazzismo è tipico dei sinistri rancorosi

          • Reginaldo Occhiolini

            Avete ragione: in italia si sta bbene

          • Ronf Ronf

            In quasi tutto il Sud Italia, tranne Napoli, si sta meglio che a Roma

          • Domenico

            Solo se hai più di 45 anni.
            Chi è nato dopo ha purtroppo perso il treno della prima repubblica, e infatti tutti noi dai trenta in giù o lasciamo il Sud per il Nord o emigriamo del tutto.

            http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-05-05/sud-e-fuga-giovani-10-anni-persi-33-miliardi-investimenti-capitale-umano–111104.shtml?uuid=ADInpAB

            Inoltre mi creda Napoli sarà anche una città da dove andarsene ma nel complesso del Sud non è affatto fra quelle messe peggio, intendo per fare impresa non nel senso di bilancio al comune. Purtroppo i luoghi comuni alla Gomorra hanno rovinato e non poco la sua reputazione.

          • Ronf Ronf

            Cerca di capire! DeBenedetti doveva fare la guerra santa contro Berlusconi e quindi ha inventato il fenomeno mediatico di Saviano per poi scaricarlo…

  • Goffry

    500k Italiani in UK compresi turisti, studenti, pizzaioli e camerieri stagionali… lol… che statistiche del menga…

  • Massimiliano Grimandi

    OK, pero’ c’è un altro fatto da considerare: molti italiani si trasferiscono all’estero e all’AIRE proprio non si registrano (non che lo fanno in ritardo, non lo fanno per anni): rimanendo in una sorta di limbo; chiaramente, quantificare questo numero è sostanzialmente impossibile.

  • Belaundeterzo Terzo

    pregevole lavoro di quantificazione. I numeri hanno la loro importanza se vogliamo conoscere la realtà. Tuttavia il comune sentire di parenti, colleghi e amici mi induce a pensare che gli Italiani a Londra siano veramente tanti. In conclusione io farei un ultimo raffronto con i numeri dei potenziali emigranti. Ovvero quanti sono gli italiani nella fascia di età compresa fra i 25 anni e i 45 anni? Al di fuori di questa fascia non credo che si vada a cercare lavoro a Londra.

    • Purtroppo queste info non si trovano. Le ho cercate. Non sto scherzando, non ci sono tabelle sul sito dell’ISTAT che consentano di ripartire i dati sulla base dell’etá e del livello di istruzioni. Ho solo trovato un generico pdf, che dice che il 30% degli italiani che vanno in UK hanno la laurea, se sono oltre i 24 anni.

      Tenendo conto che in Italia solo 1 su 4 ha la laurea oltre i trent’anni, e in genere parliamo di lauree come psicologia, scienze politiche e legge, che non sono rivendibili all’estero, il fatto che il 30% di chi molla il paese siano laureati significa che é una percentuale altissima, di lauree tecniche rivendibili (ingegneria, fisica, matematica, medicina, economia).
      Peró, ripeto, mancano i dati ufficiali. Assurdo in un mondo in cui google conosce i miei gusti in tema di pizza ma il mio paese non conosce i dettagli di cittadini che vanno oltre confine.

  • Lo Ierofante

    La nota è da applausi.
    Auguro a Lorenzo un’ottima collaborazione con RC.

  • MaAncheNo

    Sallo stesso sito (il PDF sulla metodologia da 203.1 kb):

    https://www.ons.gov.uk/peoplepopulationandcommunity/populationandmigration/internationalmigration/qmis/populationbycountryofbirthandnationalityqmi

    “it is constructed from the Labour Force Survey (LFS) plus various boosts which increase the size of the sample”

    In sostanza, e’ appunto costruito (comunque su una stima) su chi lavora con tutti i crismi e tutte le carte in regola.
    Penso saremo d’accordo che, almeno per quanto riguarda gli UK, c’e’ una buona fetta di italiani, specie quelli con inglese povero o nullo, che invece si fanno pagare in nero, tanto per non sentire la nostalgia (grosso modo sono quelli che vanno a cercare subito lavoro nei ristoranti italiani, finendo sottopagati e rallentando peraltro il loro processo ddi apprendimento della lingua)..

    A quelli vanno aggiunti gli studenti e i dottorandi.

    Ergo, non ci vorrebbe poi molto a, non dico arrivare necessariamente ai 500.000 menzionati dal Fatto, ma ad arrivare almeno a raddoppiare quei 160-190 mila menzionati a fine articolo.

    • Chi studia in UK, come spiegato nel post, deve avere il NINO: pertanto, anche se non identificato dal “radar” dell’AIRE, lo é da quello della previdenza sociale britannica.

      Chiaramente ogni stima soffre di errore, peró lo scopo del post era quello di quantificare la delta fra le stime dell’AIRE e quella della previdenza sociale britannica, decisamente piú accurata.

  • Carlo Prosperi

    molto interessante, grazie per la segnalazione

  • Ronf Ronf

    Notare che la UE consente ai cittadini comunitari di votare alle elezioni comunali e ciò potrebbe spiegare la vittoria Labour alle comunali di Londra di quest’anno che si sono tenute poco prima del Brexit? E considerando che nel giro di 5 anni tutti questi possono richiedere la cittadinanza UK, ecco spiegata la Brexit! Restando nella UE tutta questa gente avrebbe ottenuto la cittadinanza UK e quindi avrebbe fatto vincere il Labour alle politiche di maggio 2020. La destra britannica è stata previdente, quindi Labour finito

  • Österreicher

    Per la registrazione all’Aire io l’ho fatta inviando una semplice mail con il modulo scannerizzato

  • alex

    “2. Se non ti registri all’AIRE, e torni in Italia per le vacanze o per brevi periodi, hai ancora diritto a medico di famiglia, ospedale gratis, assegno di cassa integrazione, detrazioni da prima casa (non paghi nemmeno l’IMU).”

    Li dici tu stesso, i motivi per i quali (a parte limitate ragioni in essere, non si può iscriversi all’Aire, se non dopo 1 anno di residenza estera)i soliti paraculi e sfruttatori italioti, non si iscrivono all’AIRE. Malafede, infantilità e malaffare, oltre che, sempre fare i froci con il culo altrui. Tornano a casa in ferie, ed approfittano del medico di famiglia, ospedale etc.. etc.. per non pagare cosa dovrebbero pagare. Conosco gente residente in Brasile, la quale non si è mai iscritta all’Aire e mai ha pagato per l’assistenza sanitaria in Brasile, tirano a campare come furboni (speriamo schiantino presto)e in caso di intervento chirurgico o altro ospedaliero, colgono l’occasione per farsi curare gratis, voltando in Italia. Con gente così, il mondo deve per forza finire, codardi e vigliacchi, irresponsabili e “fertili”, si, perché fanno figli, a loro volta bastardi e sfruttatori.

    Per l’iscrizione all’Aire, basta un qualsiasi comprovante di residenza (estratto conto della banca, dichiarazione dei redditi, fattura della luce, gas, acqua e chi più ne ha, più ne metta)inviato via e-mail al Consolato Italiano di competenza territoriale, dello stato estero in cui si risiede. Fatto questo in un termine ( che cazzo di lentezza) di 120 giorni la pratica è evasa. Una menzione sui (dis)servizi del Consolato, in merito a documenti, anagrafe, INPS, etc… sono allucinanti, per lentezza, burocrazia, attuazione, ma del resto è Italia anche questa e quindi……

    • cipperimerlo

      Dovessero schiantarsi presto i parassiti italioti all’estero, questo forum si svuota. Perché negarsi la quotidiana dose di buonumore a danno del beota di turno?

  • marcoferro

    parlo per esperienza personale, quando ho vissuto in Germania non mi sono mai iscritto all’AIRE. quindi quando lavoravo e vivevo li risultavo in italia. ma quando sono venuto in costarica ho dovuto farlo. diciamo che quelli che emigrano per l’europa stanno vicino casa e ci vanno più spesso quindi non lo fanno. per quelli fuori dalla ue come me ci sono altri problemi burocratici e devono iscriversi all’AIRE e tornano in italia, per i fortunati, forse 1 volta all’anno. ormai io manco da 5.

    • Domenico

      In effetti stare in Europa non è neanche minimamente come lasciare il continente. Specie poi se stai a Londra che dispone di decine di voli low cost giornalieri per quasi tutti gli areoporti italiani. Quasi tutti quelli che conosco essere fuori in Europa rientrano almeno una volta l’anno.

  • Domenico

    Complimenti a Lorenzo Marchetti. Seguo il suo blog da un po’, soprattutto da quando ho saputo che è un ingegnere che si è appassionato di economia, esattamente come me 🙂
    Sono felice che RC possa dargli più visibilità.

  • cipperimerlo

    192000 italiani nel Regno Unito anziché 500000.
    Evidentemente i giornalisti sovrastimavano il numero di Pizza Hut.

  • tanzen

    A chi bela contro i “parassiti italioti”.
    Mi risulta che gli stranieri facciano di ben peggio in Italia, non pagando mai tasse (vedi le millemila badanti), riscuotendo assegni sociali dall’estero (non vivendo quindi più in Italia) etc. (molti altri etc).
    C’è una vera emorragia di denaro italiano verso l’estero e solo gli idioti possono continuare a puntare il dito contro pochi furbastri connazionali quando si farebbe bene a darsi una svegliata una volta ogni tanto e rendersi conto della monnezza da cui siamo circondati, grazie al cieco buonismo imperante negli italioti “per bene” ma pagato a caro prezzo da tutti noi.

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