Anche l’India costringe Apple a produrre in loco (Noi, no).

Di Maurizio Blondet , il - Replica

Apple produrrà gli IPhone a Bangalore, la Silicon Valley indiana. Motivo:  superare i dazi  all’importazione che mantengono  scarsissima la  quota di mercato per gli smartphone della multinazionale di Cupertino – 2,7% –  laddove Samsung ha il 24,  la  cinese Lenovo il 9,5;   senza contare i produttori locali cresciuti dietro la protezione dei dazi, Micromax  col  16,7%  del mercato,  Intex 10,8 %, Lava  col  4,7 per cento. Ciò, in un mercato non ancora giunto a maturità, mentre le vendite Apple stanno rallentando in  Cina. Apple non solo assumerà  lavoratori indiani, ma dovrà utilizzare  il 30 per cento di componenti  fabbricati in loco,  come è prescritto dalle leggi indiane   per potere vendere manufatti  esenti da dazi perché considerato prodotti nazionali.

Dunque anche la Federazione indiana, come già la Cina, e  prima ancora Giappone e  Corea, si servono del protezionismo strategico per far crescere le loro economie ed accaparrasi competenze e know how, obbligando le multinazionali, se vogliono vendere nel loro territorio, a produrre nel territorio.   Anche il Brasile ha obbligato a produrre IPad localmente.

Quanto a Trump, durante la campagna elettorale ha ingiunto ad  Apple di portare una parte della sua produzione in  Usa (oggi tutti gli smart  con la mela  sono prodotti dalle taiwanesi e  cinesi  Foxconn e Pegatron),  minacciando in caso contrario   di appioppare sui cellulari  cinesi un  dazio  del 45%.  Secondo il sito Nikkei,   la produzione in America farebbe raddoppiare i costi.  Dato che è  meno drammatico di quanto sembra, dal momento che Apple produce lo IPhone 7  per un costo di 225 dollari, e  lo mette in vendita per 649  dollari a pezzo, quasi  il triplo: tutto profitto puro.

Noi, ultimi  scemi del villaggio globale

L’Unione Europea è   rimasta la sola a mantenere a suo danno il libero-scambio dogmatico, inflessibile idiota del villaggio globale, facendosi invadere da  produzioni industriali,  magari inventati qui,  o dove eravamo leader di mercato.  Così ad esempio, nel 2009, l’Europa aveva il 20% del mercato mondiale dei pannelli solari; tre anni dopo la Cina ha conquistato  il 70% di tale mercato,  vendendo anche in Europa,  grazie ad un dumping sfacciato dei prezzi.  Finalmente, nel giugno 2013, la Commissione europea impone su tali prodotti importati dalla Cina un dazio dell’11,8%:  troppo tardi ormai, la filiera produttiva europea era scomparsa, importiamo dalla Cina il prodotto – ovviamente, una volta raggiunta la  posizione dominante e di semi-monopolista, la Cina ha aumentato i prezzi.

Anni prima  già i cinesi avevano adottato la stessa strategia con le  terre  rare: anche se la Cina è il paese che dispone del 35%   delle riserve di queste costose materie prime, una dozzina  d’anni fa  l’estrazione era molto meno concentrata,  esistevano altri giacimenti nel mondo. Pechino, a  fine anni ’90, ha abbattuto i prezzi distruggendo i concorrenti esteri, per poi rialzarli riducendo artificialmente la produzione. Anzi, ha ridotto anche l’esportazione delle terre rare,  obbligando in tal modo le  industrie (elettronica) che ne  hanno bisogno, di impiantarsi sul suo territorio.  http://www.lemonde.fr/planete/article/2012/03/14/pourquoi-la-chine-restreint-ses-exportations-de-terres-rares_1667656_3244.html

Ecco uno dei motivi per cui il 90 per cento dei cellulari venduti nel mondo sono fabbricati in Cina,   e noi ne abbiamo perso il know-how , e forse   –  almeno così afferma Apple – non si potranno rimpatriare  le produzioni degli IPhone perché  in Usa non ci sono abbastanza lavoratori così altamente specializzati come quelli che occupa la  Foxconn (50 mila dipendenti, altri 60 mila li ha recentemente sostituiti da robot).

Parimenti,  l’Europa ha  spalancato il nostro mercato ai pneumatici cinesi, laddove gli Stati Uniti ne  hanno vietato l’import,  sì  che oggi i pneumatici cinesi  costituiscono il 40% del mercato di sostituzione. Sull’acciaio, stessa dogmatica apertura. Il nostro asservimento ai comandamenti del globalismo senza freni è giunto a questo:  che l’europea Airbus, per vendere aerei  in Usa e Cina, ha accettato di impiantare fabbriche in loco: per gli Usa in Alabama, da  dove escono 4 Airbus al mese per il mercato  americano,  la ditta europea  ha investito mezzo miliardo di dollari e dà lavoro a 5 mila americani.  Si  prega notare   che alla concorrente  Boeing    la UE non ha mai nemmeno osato imporre condizioni del genere, e la Casa americana è libera di occupare il mercato europeo.

http://www.lemonde.fr/economie/article/2015/09/14/airbus-implante-son-premier-site-d-assemblage-aux-etats-unis_4756148_3234.html

Eppure  potremmo mettere condizioni a chi vuole entrare nel nostro mercato:  siamo un   appetibile mercato di mezzo milione di abitanti   con un alto potere d’acquisto; o meglio che lo  aveva, ed ora ne ha molto meno, perché ha perso milioni di posti di  lavoro, e quel che è peggio, di fabbriche e conoscenze tecniche per   produzioni avanzate.

Non è stata solo la recessione mondiale del 2008 la causa della   colossale perdita di  lavori e di industrie, ma anche l’applicazione  dissennata  dei comandamenti   liberoscambisti che gli altri, i concorrenti, non hanno mai applicato (come la Cina) o applicato in modo selettivo (Usa).

Eppure in Italia  sono ancora tanti gli euro-entusiasti beati.  Memorie cortissime. 25  anni fa, le cose non andavano perfettamente,  ma gli scambi erano molto più  equilibrati. Negli anni ‘8-90 le quattro principali economie della futura zona euro avevano tassi di crescita del 2 per cento l’anno.

Poi,  Maastricht.  I suoi  cantori ci hanno cantato il  roseo futuro che la moneta unica ci avrebbe aperto.  “Con l’euro lavoreremo un giorno in meno e guadagneremo come se lavorassimo un giorno in più”Ci  spiegò  Romano Prodi (1999)- Capo del Governo, presidente della C.E..  Il parere critico di Bettino CraxiSi presenta l’Europa come una sorta di paradiso terrestre, ma nel migliore dei casi l’Europa per noi sarà un limbo, nel peggiore delle ipotesi sarà un inferno” fu liquidato con Craxi. 

Più crescita, più posti di lavoro, ci avevano cantato i Delors e Padoa Schioppa. Questo, in pubblico.  Agli iniziati, Padoa Schioppa (allora ministro Economia Governo Prodi)   rivelava il vero scopo della moneta unica: “Nell’europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’ essere guidato da un unico principio:attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’ individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità.

Ora possiamo vedere quanto aveva ragione la Thatcher: “ “La Germania si ritroverà la sua naturale fobia dell’inflazione, mentre l’euro risulterà fatale per i paesi più poveri perchè devasterà le loro economie inefficienti.

E tuttavia gli  italiani anche oggi, a maggioranza, voterebbero per restare nell’euro.  Dopo 25  anni  di Maastricht che ha aperto i nostri mercati a tutti i venti, che ha imposto austerità che rendono impossibile uscire dalla grande depressione in corso da dieci anni,  anni in cui i paesi di cui sopra non hanno più raggiunto il tasso di crescita pre-euro (tranne  la Germania).

Ormai dieci premi Nobel per l’economia, fra cui il popolarissimo (a  sinistra) Stiglitz, hanno decretato che l’euro è una rovina e che abbandonarlo sarebbe una buona idea. Ma  noi, tramite i media,  abbiamo fiducia in Mario Draghi e dei poteri forti: l’euro “è la nostra forza in un mondo incerto”,   con il ritorno alle monete nazionali “saremo troppo piccoli per combattere la concorrenza estera” (come se adesso la UE la combattesse!), “dovremo ripagare il debito pubblico integralmente (ovviamente  andrà cancellato almeno in parte), i mercati non ci farebbero più credito!”Invece sì che tornerebbero a farcelo, perché torneremmo competitivi e in crescita…

Nel complesso, come si vede, quegli stessi che ci hanno indotti ad entrare nell’euro con false  speranze, adesso  ci tengono dentro la sua gabbia   con la paura: se uscite dall’euro sarà il caos, la miseria, l’insolvenza, l’inflazione, la svalutazione…”

E  naturalmente l’italiota, imperioso ignorante,  che vive di rabbie e di paure,   si acquatta, offre i polsi alle manette. Accetta  con ciò  l’estinzione in un declino senza uscita.

Dovrebbe guardare la Grecia. La UE, ossia la Germania, dopo averle imposto traguardi irrealistici, e i greci sono  riusciti  togliendosi il pane di bocca a risparmiare un “avanzo primario” dai loro magri bilanci, dice: no, non basta, dovete fare altre riforme, stringere ancora l cinghia. Persino il Fondo Monetario, che non è composto di anime caritatevoli, ha detto: bisogna ridurre il debito della Grecia, condonarlo, altrimenti non entro nel  “salvataggio” con nuovi prestiti. Ma Schauble ha detto no: nemmeno un euro condonato! A  questo punto,è chiaro il progetto Schauble: uscito (per causa sua) il FMI  dal “salvataggio”,  tutto il programma di nuovi prestiti ad Atene per pagare i creditori viene annullato.  La Grecia sarà spinta fuori dell’euro – come Schauble voleva fare già cinque anni fa, e tornare alla dracma con un’economia mutilata da cinque anni di “salvataggio” e di riforme.

Cosa credete che sia l’Europa a due velocità di cui ha accennato la tramontante Angela? E’ il progetto di “unione europea” secondo Schauble  già delineato nel ’94: espellere i piccoli e fastidiosi da aiutare, costituire un “nucleo duro”  da far aderire a più dure austerità  e riforme, privatizzazioni   e accumulo di “eccedenti primari” per pagare i creditori. L’Italia (con la Francia seconda) è la vittima designata. Anche perché i governi che ci hanno messo,  sono servili a quegli interessi. Infatti subito Gentiloni:  perbacco, l’Italia deve essere nel nucleo duro! (il nucleo dell’euro rivalutato ancor di più ,  al servizio delle ricette di austerità tedesche).  Padoan il loro ministro, incitato da Moscovici  a trovare 3,4 miliardi in più, invece di  strapparli ai parassiti pubblici che divorano la ricchezza del Paese  (il Quirinale continua a costare più di Buckingham  Palace,  mezzo miliardo l’anno;  il Parlamento, quasi un miliardo…..) cosa  sta offrendo? La privatizzazione delle Poste, delle Ferrovie Alta Velocità, e, secondo voci allarmanti anche la  Cassa Depositi e Prestiti. Con le quali “si finirebbe di consegnare i risparmi degli italiani ad  investitori internazionali, emanazione di banche d’affari straniere”,   s’è lagnato Antonello Giacomelli, sottosegretario  allo  Sviluppo Economico. Ben svegliato! Ma è un po’ tardi.

Insomma ci stanno consegnando mani e piedi agli interessi altrui.  E con  l’ultimo asservimento  credete che ci siamo guadagnati di restare nell’euro? Non vi hanno detto, i media terroristici, quel che ha  sancito David Folkerts Landau (2016) – Capo economista della Deutsche Bank :  “” L’Italia deve decidere se riformare a fondo e repentinamente lo stato con il taglio delle pensioni, il taglio della sanità pubblica, il taglio dei servizi pubblici e il taglio della spesa scolastica, o se lasciare l’eurozona ”.

 

In questo contesto,  additiamo il comportamento disgustoso dei comunisti – quelli che avrebbero la responsabilità di governare e non ne sento nessuna, continuando a litigare sulla data del loro congresso, delle loro elezioni, di come rottamare Matteo Renzi –  e ad intascare emolumenti milionari.  Perché tanto, lo sanno benissimo, il loro compito è consegnare gli ultimi cespiti nazionali agli “investitori internazionali”; e infine quel che rimane – noi fra le macerie- alla Troika. Che ci “governerà” al posto loro, come già “governa” i greci al posto di Syriza. Ma attenti:  loro continueranno a prendere gli emolumenti e a spartirsi le cariche?  Chiediamo alla Troika almeno questo: che ci liberi di costoro e li sostituisca con un suo agente coloniale,  un podestà  straniero.

 

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L’articolo Anche l’India costringe Apple a produrre in loco (Noi, no). è tratto da Blondet & Friends, che mette a disposizione gratuitamente gli articoli di Maurizio Blondet assieme ai suoi consigli di lettura.

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