La “russian connection” di Trump sale di livello e nel Mar Nero ci si provoca coi giochi di guerra

Di Mauro Bottarelli , il - Replica

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La questione si fa seria. E un po’ misteriosa. La scorsa notte, New York Times, CNN e MSNBC hanno rilanciato la notizia in base alla quale l’ex capo della campagna elettorale di Donald Trump, Tim Manafort, avrebbe ingaggiato tecnici informatici russi. Immediata la replica del diretto interessato e di Donald Trump: il primo a dichiarato al Financial Times di non aver avuto mai alcun tipo di coinvolgimento con Putin o il governo russo su nessuna materia, mentre il secondo ha come al solito affidato a un paio di tweet il suo pensiero. “I media delle fake news stanno impazzendo con le loro teorie cospirative e il loro odio cieco. MSNBC e CNN sono inguardabili… Questa russian-connection è un non sense e un mero tentativo di coprire i molti errori della perdente campagna elettorale di Hillary Clinton… Le informazioni sono state date ai falliti New York Times e Washington Post dalla comunità dell’intelligence (NSA e FBI?). Proprio come in Russia”, le sue accuse.

E da Mosca, cosa dicono? Il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, ha dichiarato che “non crediamo a informazioni anonime, si tratta del report di un giornale non basato sui fatti”, mentre il senatore Vladimir Jabbarov ha sottolineato come “le ultime accuse sono parte di una cospirazione della comunità dell’intelligence per ottenere l’impeachment del presidente. Si tratta di una tattica comune per provare a screditare una persona”. Ma a Mosca non è passata inosservata l’aspettativa di riconsegna della Crimea all’Ucraina che il portavoce della Casa Bianca ha detto stare a cuore a Trump e la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha detto chiaro e tondo che “noi non ridiamo i nostri territori e il territorio della Crimea appartiene alla Federazione russa”.

Insomma, la questione si complica: per due motivi. Primo, lo scorso novembre, il vice-ministro degli Esteri, Sergei Ryabkov, dichiarò che c’erano state comunicazioni tra lo staff di Trump e il governo russo: “Ci sono stati contatti, lo stiamo facendo e lo abbiamo fatto durante la campagna elettorale”. Forse questa dichiarazione era una polizza assicurativa di Vladimir Putin, in caso giunto alla Casa Bianca il tycoon avesse cambiato idea o fosse stato obbligato a farlo? Secondo, il tweet di Donald Trump di stamattina, prima di incontrare Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca, era molto chiaro e non pareva conciliante con Mosca: “La Crimea è stata PRESA dalla Russia sotto l’amministrazione Obama. Forse Obama è stato troppo morbido con la Russia?”. Qualcuno ha fatto tana o è tutta una strategia, un gioco delle parti?

Ma alcuni segnali sembrerebbero deporre a favore di un irrigidimento reale tra Washington e Mosca, a partire dal nome spuntato come possibile candidato alla successione di Michael Flynn come consigliere per la sicurezza nazionale: si tratta del vice-ammiraglio Robert Harward, vice-comandante dello US Central Command sotto Mattis, di cui è amico personale e con alle spalle ruoli di comando in Afghanistan e Iraq. Stando a un funzionario citato da WaPo, “se il presidente andasse in quella direzione, troverebbe pochissima opposizione. E’ una persona molto stimata e non ha il pesante bagaglio di Petraeus riguardo al suo passato”.

Ma c’è un’altra nota distintiva sul suo curriculum che potrebbe pesare: Harward è infatti l’amministratore delegato della Lockheed Martin negli Emirati Arabi Uniti, ruolo che lo vede “responsabile per tutti gli aspetti degli interessi economici dell’azienda nel Paese, inclusa strategia, operazioni, crescita ed esecuzione dei programmi”. Insomma, una garanzia per il comparto bellico-industriale statunitense e la possibile certezza di incentivazione a perpetrare, se non accelerare, le varie guerre proxy in atto nella regione. Lunedì notte, Tommy Vietor, ex portavoce di Barack Obama presso il National Security Council ha twittato che “Harward è una persona che colpisce e molto gentile”. Vedremo come andrà a finire ma se il suo nome andrà a comporre il puzzle, il Deep State avrà portato a casa una vittoria strepitosa.

Il problema è che la guerra, per ora di parole, tra Washington e Mosca, altrove sta rischiando di degenerare. Martedì il capitano Danny Hernandez, portavoce dello US European Command, ha infatti dichiarato che in tre distinte occasioni, jet militari russi si sarebbero avvicinati alla USS Porter nel Mar Nero il 10 febbraio scorso. Un primo incidente avrebbe coinvolto due Su-24, il secondo solo uno e il terzo volo radente apparentemente sarebbe stato compiuto da un IL-38 della marina. Il portavoce del Dipartimento della difesa Usa, Michelle Baldanza, ha stigmatizzato l’accaduto, parlando di “atteggiamenti non sicuri e non professionali”, visto che gli aerei russi avrebbero avuto i transponder spenti: “Questi incidenti sono preoccupanti perché possono sfociare in atti accidentali o calcoli errati”. Come dire, la prossima volta potremmo sparare.

Il ministero della Difesa russo ha negato l’accaduto, dichiarando che “tutti i nostri voli sono stati condotti al di sopra della acque neutrali del Mar Nero in accordo con le regole internazionali e con i dovuti requisiti di sicurezza”. Il generale Igor Konashenkov, poi, lascia però intravedere un’altra realtà, quando si definisce sorpreso nel vedere i militari Usa così basiti di fronte a jet russi vicino ai confini russi: “Se la nave Usa, come reclama il Pentagono, ha condotto una regolare missione di pattugliamento vicino alla Russia, ovvero decine di migliaia di miglia lontano dalle loro coste, è strano essere sorpresi del fatto che siano altrettanti regolari voli di nostri caccia sul Mar Nero”.

E l’accusa americana potrebbe non essere peregrina, visto che questa foto

ci mostra come l’11 aprile dello scorso anno, la USS Donald Cook fece “conoscenza” con alcuni Su-24 nel Mar Baltico. C’è però un problema: è la NATO che preme sempre di più sui confini russi, non il contrario. E il presunto incidente non sarebbe capitato in una data a caso, perché il 10 febbraio era l’ultimo giorno delle manovre navali NATO denominate Sea Shield 2017, cominciate il 1 febbraio e svoltesi a Constanta, appunto sul Mar Nero, in Romania. Ad esse hanno partecipato 2800 marinai da Bulgaria, Grecia, Romania, Spagna, Turchia, Ucraina e Usa che hanno fatto pratica con i sistemi di difesa contro attacchi sottomarini, aerei e di terra. Vi hanno partecipato 16 navi da guerra, un sottomarino e dieci aerei. A glorificarne l’utilità sul sito della Marina Usa ci aveva pensato Andria Slough, comandante proprio della USS Porter, a detta del quale “esercitazioni avanzate come Sea Shield ci offrono l’opportunità di lavorare lungo tutte le aree della tecnica di guerra, migliorando la nostra prontezza combinata e la capacità navale con i nostri alleati e partner del Mar Nero”.

E l’escalation militare della NATO ad Est non si limita alle esercitazioni, perché ieri proprio in un porto rumeno su Mar Nero sono arrivati i primi 500 soldati Usa e i tank per l’operazione di rafforzamento delle difesa dell’Alleanza ad Est: stando all’ambasciatore Usa, Hans G- Klemm, “la partnership strategica tra Usa e Romania esiste non solo a parole ma anche nei fatti e la presenza di soldati americani espande la nostra capacità di mantenere la pace e la sicurezza nel sud-est europeo e nel Mar Nero”. Centro delle operazioni sarà la base aerea Mihail Kogalniceanu, dove transiteranno i cosiddetti “Fighting eagles”, il primo battaglione e l’ottavo reggimento di fanteria, con turni a rotazione di 9 mesi. Stranamente, proprio durante i 10 giorni di esercitazioni si sono tenute le manifestazioni di massa contro la corruzione che hanno spostato tutte le telecamere del mondo sulle piazze rumene e lontane dal Mar Nero: la Romania è simpatica al mondo, perché vuole la legalità. Mentre la Russia la minaccia, quindi la NATO serve ad Est. Il consenso si costruisce anche così, dando solo le notizie che fanno comodo. O inventandole.

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