In Favore del Protezionismo (Maurizio Blondet)

Di Maurizio Blondet , il - 25 commenti

Nota di Rischio Calcolato:  Prima o dopo questo “argomento tabù” diventerà “l’argomento” sull’agenda politica Europea e Americana. E’ inevitabile che ciò accada e i fatti (vi piaccia o no sono fatti) raccontati in questo articolo offrono motivi più che validi per ripensare l’architettura del cosiddetto libero scambio fra la nazioni. Giudicate voi quanto sia veramente libero il mercato fra occidente e Cina. Vi pregherei di non commentare il titolo, ma se vi è possibile, l’articolo.

Articolo di Maurizio Blondet tratto da EFFEDIEFFE.COM cui consiglio caldamente l’abbonamento (50€ per un intero anno di informazione fuori dai media mainstream.)

La Apple delocalizza ancor di più, e finalmente il New York Times si inquieta di ciò che la globalizzazione ha fatto agli esseri umani americani. Praticamente tutti i 70 milioni di iPhone e i 30 milioni di iPad sono fabbricati fuori dagli USA. Apple ha ancora 43 mila dipendenti negli Stati Uniti; ma paga altri 700 mila lavoratori non americani che dipendono da sub-fornitori, contractors e progettisti. (How the U.S. Lost Out on iPhone Work)

Ora, altri posti di lavoro nell’industria più famosa del mondo stanno per emigrare, e non tornare più, piange il New York Times. Dalla sua inchiesta emergono alcune realtà sottaciute sui veri rapporti fra capitale e lavoro nel capitalismo terminale.

Nel 2011, Apple ha estratto 400 mila dollari di profitto puro da ognuno dei suoi dipendenti, più di Goldman Sach, Exxon o Google. Solo microscopiche briciole di questo titanico profitto sono state restituite ai lavoratori che l’hanno generato. Anzi il lavoro è pagato sempre meno. 

Apprendiamo dall’inchiesta del massimo giornale americano quanto costa fabbricare un computer che viene messo sul mercato a 1.500 dollari: 22 dollari a Elk Grove (cittadina della Silycon Valley californiana), ma 6 dollari a Singapore, e 4,85 a Taiwan. Su un prezzo finale, ripeto, di 1.500 dollari, il costo del lavoro sembra risibile comunque. Eppure la differenza basta, secondo il dogma liberista, a giustificare la delocalizzazione.

Ma ciò che allarma il New York Times è la scoperta che, ormai, non sono nemmeno più le paghe basse il vero motivo delle ultime delocalizzazioni. Sono, invece, la rapidità ed alta qualità dei lavoratori cinesi impiegati nel montaggio, la vasta e integrata rete di industrie di sub-fornitura, la sua velocità ed adattamento nel rispondere alle richieste di Apple.

Il giornale cita un esempio che mette il freddo alla schiena: poche settimane prima dal lancio sul mercato dell’iPhone, Steve Jobs si accorge che lo schermo in plastica si riga facilmente, e pretende immediatamente, strepitando, uno schermo in vetro. Vi risparmio i dettagli sulla difficoltà tecnica di tagliare rettangolini di vetro temprato ad angoli smussati, problema che una ditta cinese si offre di risolvere. Si tratta di riprogettare la parte all’ultimo minuto, mettere in piedi una linea di montaggio nuova.

Soluzione: altra telefonata in Cina. A mezzanotte ora locale. Là, racconta ilNew York Times,

«un caposquadra sveglia 8 mila lavoratori che giacciono nei dormitori dellazienda, a ciascuno di loro viene dato un tè e un biscotto, vengono avviati alle stazioni di lavoro entro mezzora e cominciano un turno di lavoro di 12 ore per applicare i vetri nelle cornicette smussate. Entro 96 ore, la ditta stava producendo10 mila iPhones al giorno».

«L’intera catena di fornitura oggi è in Cina», si esalta un dirigente di Apple: «Hai bisogno di mille guarnizioni in gomma? La fa la ditta a fianco. Vuoi un milione di viti? È la fabbrica nella strada accanto. Vuoi le viti fatte in modo un po’ diverso? Ci vogliono tre ore». E tutto benissimo, con grande qualità e flessibilità, lavorando tanto e con tanti uomini quando c’è bisogno, e poco con pochi uomini quando non occorre.

Conclude un altro dirigente Apple (tutti anonimi, per prudenza, ci vuol niente a farsi licenziare in tronco):

«Non ci dovete criticare per il fatto che usiamo lavoratori cinesi; gli Stati Uniti hanno smesso di produrre gente con le qualità richieste».

E questo, finalmente, allarma il grande giornale americano: la improvvisa consapevolezza che la delocalizzazione – sottoprodotto inevitabile della globalizzazione – ha provocato una perdita di competenze, di know-how e di tessuto industriale nella nazione, che sta diventando irreversibile.

Non ci saranno mai più in USA i lavoratori «ideali» per il capitalismo terminale – ossia alloggiati a migliaia nei dormitori aziendali, svegliabili nel cuore della notte per cominciare turni di 12 ore, nutriti con tè e un biscotto – perchè i lavoratori americani, pur disposti a quella nuova vita, non sono più capaci di fare il lavoro.

Ovviamente, il giornale di New York non arriva a dire esplicitamente che quelle capacità dei lavoratori cinesi ed asiatici, e il tessuto di distretti industriali integrati che risponde alle «esigenze della casa», non sono eventi naturali: sono stati «regalati» dall’ex Primo Mondo alla Cina e all’Asia, a forza di globalizzazione. È la conseguenza di aver ammesso la Cina nel «mercato globale» nonostante le sue violazioni delle condizioni dettate dal WTO per gli (altri) attori del mercato globale: libera fluttuazione della moneta nazionale, condizioni «decenti» di lavoro, adesione ai Protocolli di Kyoto sull’inquinamento, assenza di dazi doganali.

A queste condizioni, beninteso, solo gli occidentali obbediscono. La Cina invece può infischiarsene delle norme sull’inquinamento, alloggiare i suoi schiavi nei dormitori, violare i minimi sindacali, e distorcere il valore della sua moneta nazionale tenendolo artificialmente basso con interventi monetari di Stato, senza incorrere nelle multe miliardarie del WTO.

Il gioco è sleale, i dadi sono truccati. Ma metterli in discussione significa evocare una parola demoniaca, censurata, una parola tabù: protezionismo.

Nel 2009, la Francia è stata minacciata di sanzioni dalla Commissaria Europea alla concorrenza, Neelie Kroes, per aver condizionato il sostegno pubblico alla sua industria automobilistica a un impegno a non-delocalizzare e a proteggere i posti di lavoro interni. Nello stesso tempo, anzi da prima (dal 2000) Pechino ha imposto un dazio del 23% sull’importazione di aerei di medio raggio, obbligando Airbus e Boeing a fabbricare aerei in Cina, dunque ad insegnare là le competenze e creare le strutture che accetta di far sparire da questa parte del mondo; in attesa del momento in cui, inevitabilmente, la Cina avrà imparato a sostituire anche i quartier generali di progettazione. E allora ci sarà uno Steve Jobs clonato con occhi a mandorla. Perchè la perdita di know how non si ferma certo al livello dei tecnici di medio rango.

Ma non si può ripagare la Cina con la sua moneta, mettendo dazi contro le sue merci: è «protezionismo», e la dogmatica economica vigente sostiene che il protezionismo fu la causa della grande depressione 1929-39. Ora, i custodi del dogma sostengono che il protezionismo è una tentazione da respingere, perchè sarebbe la discesa nell’inferno della miseria e della rovina economica – specie dei nostri esportatori occidentali.

Ma è proprio così?

Recentemente il Mercosur (la sorta di mercato comune che unisce i Paesi sudamericani, compreso Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, più Venezuela, Bolivia ed Equador come associati) ha introdotto di comune accordo misure di protezione del suo mercato interno contro le merci a basso prezzo provenienti dalla Cina e dagli USA, entrambi accusati di mantenere artificiosamente svalutata la loro moneta. Il Brasile ha imposto diritti di dogana del 30% sulle auto importate dall’estero. Vale la pena di notare che si tratta di Paesi in crescita, nei quali il protezionismo non porta alla rovina, ma al contrario ha provocato alcuni fenomeni di ri-localizzazione. L’Argentina, ponendo dazi sui Blackberry importati, ha «convinto» la ditta produttice, la multinazionale RIM, a produrre in Argentina i cellulari che vi vende.(Protectionnisme : l’exemple du Mercosur, par Jean-Luc Melenchon)

Un economista francese, Gael Giraud del CNRS (la Francia sembra il solo Paese dove si cerca di opporsi al tabù, portando il protezionismo nella discussione pubblica) (1) ha provato a valutare costi e benefici dell’elevare «una barriera di dazi doganali attorno alla UE», un mercato di 495 milioni di abitanti, il più vasto e (per il momento) ancora il più ricco mercato del mondo. Prima che perda ulteriori competenze e tessuto sociale, Giraud propone di imporre attorno all’Unione barriere doganali penalizzanti beni, servizi e capitali provenienti da Paesi che: a) non rispettino le condizioni di lavoro «dignitose» secondo la definizione di dignità elaborata dalla Organizzazione Internazionale del Lavoro (un ente dell’ONU); b) che non rispettino gli accordi di Kyoto sull’inquinamento (che le imprese europee sono obbligate a rispettare dalla Commissione Europea; c) che tollerano o mantengono istituzioni che permettono di eludere la tassazione dovuta altrove, paradisi fiscali e simili, nei termini della «opacità finanziaria» come definita dal Tax Justice Network.

Come si vede, c’è il tentativo di appoggiare i dazi punitivi non già a convenienze d’interessi lobbistici, ma a criteri «oggettivi» definiti da organizzazioni internazionali rispettate. 

Nè Giraud pensa alle barriere doganali come ad una comoda protezione dietro alle quali si limiti a vivacchiare un’Europa sempre meno concorrenziale e con industrie obsolete. No, i dazi devono essere accompagnati da un gigantesco piano di mutazione delle nostre industrie e dell’agricoltura:

«Ci occorre una rivoluzione industriale non meno fenomenale di quella del XIX secolo».

L’Unione Europea sembra voler promuovere l’economia «verde», la trasformazione in senso ecologista-biologico, più «pulito» e ad «energia rinnovabile» della produzione? E allora faccia sul serio: il clima e l’energia richiedono grandi investimenti infrastrutturali a lungo termine: la diffusione di treni ad alta velocità, la cattura del biossido di carbonio (il famoso gas ad effetto-serra), l’isolamento termico delle abitazioni esistenti per il risparmio energetico… Investimenti da forse 600 miliardi di euro, che non sono possibili sotto la pressione della concorrenza internazionale, che lima i profitti e il surplus. Invece, le tasse estratte coi nuovi diritti doganali fornirebbero i mezzi necessari per finanziare la grande transizione verso l’industria verde e l’agricoltura sostenibile.

Un’Europa così fortificata e dedita alla propria mutazione interna esporterebbe di meno? Non dimentichiamo che nè l’Inghilterra nella prima rivoluzione industriale, nè gli USA e nemmeno la Germania hanno fatto ricorso alle esportazioni per il loro decollo economico. Il successo della Germania che ha fondato la sua ripresa nell’export, e che è la causa degli squilibri interni alla UE che penalizza i Paesi mediterranei (2), non è sostenibile a lungo termine – e nessuna concorrenza alla Cina può durare.

Il cordone sanitario dei dazi non significa rinunciare alla concorrenza. Al contrario, significa ristabilire condizioni di concorrenza leali all’interno del mercato europeo, in quanto le aziende estere che intendono continuare a profittare del grande mercato europeo dovranno portare almeno parte della produzione in Europa – insomma la protezione porta alla ri-localizzazione – e dovranno produrre nelle stesse condizioni della aziende europee. Naturalmente anche gli Stati europei che finora si sono esentati dalle norme europee dovranno assoggettarsi ad una armonizzazione fiscale per rendere la concorrenza leale: Regno Unito, Lussemburgo, Malta e Irlanda sono oggi dei veri e propri paradisi fiscali che attirano aziende con le basse imposizioni tributarie. Dovranno decidere se restare dentro o fuori.

Il protezionismo abbasserà il costo della vita, attraverso il rincaro dei prodotti importati e gravati da dazi doganali?

Giraud ci ricorda questa semplice verità: i prezzi bassi dei cellulari e computer asiatici sono un’illusione. Ciò che oggi in Europa guadagniamo come consumatori di merci a buon mercato, lo perdiamo come salariati, data la compressione dei salari dovuta alla globalizzazione (le nostre paghe stanno scendondo verso quelle cinesi); senza contare il gravissimo costo, mai conteggiato, della perdita posti di lavoro, di competenze e tessuto industriale irreversibile, che è niente meno che il degrado della civiltà occidentale. Per contro, la protezione doganale renderebbe possibile il recupero dei salari che incide crudelmente in tutta Europa, Germania compresa. Oltretutto, come abbiamo già detto, le imprese estere, per evitare i dazi, non avrebbero che da spostare la produzione per il mercato europeo all’interno del continente europeo: la fuga delle delocalizzazioni potrebbe conoscere un’inversione. Com’è già avvenuto in Argentina per i Blackberry, e in Brasile per lo iPad, che la cinese Foxconn ha accettato di produrre in Brasile.

Bisogna tenere in conto che alle elevazioni di dazi o tariffe europee il resto del mondo, Cina anzitutto, risponderebbe con ritorsioni, con dazi sulle nostre esportazioni. Le imprese esportatrici europee ne soffrirebbero, ci viene detto coi toni più allarmistici. Ma è mai stato fatto il calco dei costi-benefici? Giraud è il primo a provarci, buttando giù due cifre: che valgono per la Francia, ma sostanzialmente anche per l’Italia.

Nel 2008, erano 100 mila le imprese francesi che esportavano all’estero: sembrano tante, ma sono una impresa su 20 (le altre 19 lavorano per il mercato nazionale). Per giunta, solo 1.000 (mille) di queste imprese assicurano il 70% della cifra d’affari all’export; sono i grandi gruppi francesi, oppure gruppi stranieri con basi in Francia. La parte delle piccole-medie industrie resta limitata.

Non basta: la metà delle piccole-medie imprese esportatrici ha come sbocco Paesi dell’Europa, dunque non sarebbero penalizzate dal cordone sanitario dei dazi doganali. Solo un quarto esportano verso un Paese emergente. Gli introiti prelevati coi dazi potrebbero essere impiegati a sostenere queste piccolo-medie imprese penalizzate dalle ritorsioni commerciali estere. Si tenga contro che il lancio della «riconversione verde» della produzione, il risanamento immobiliare e del territorio, creeranno posti di lavoro capaci probabilmente di compensare l’eventuale perdita di mercati esteri.

Ad essere veramente penalizzato in Europa sarebbe il settore finanziario: come sappiamo, è questo il settore che ha imposto le «politiche» a sè favorevoli, che oggi passano come il Vangelo del buon-governo, e che la Commissione Europea e la BCE applicano con dura diligenza: bassa inflazione (che fa comodo ai creditori finanziari) e abbassamento dei salari reali (la «grande moderazione» applicata da Ciampi su ordini dei superiori incogniti, ed accettata dai sindacati). D’altra parte, la bassa inflazione ha reso socialmente sopportabile la deflazione salariale alle classi lavoratrici (non parlo dei dipendenti pubblici, che in Italia hanno strappato aumenti maggiori dell’inflazione). Però è proprio l’inflazione mantenuta artificialmente bassa dal «rigore» dei banchieri centrali ad aver favorito l’esplosione dei rendimenti finanziari, nonostante una crescita dell’economia reale assai fiacca da vent’anni. Il che significa, per parafrasare Paul Krugman, che il settore finanziario «ha estorto valore anzichè crearlo», il capitale s’è ritagliato la fetta più grande a spese del lavoro… fino a quando l’insufficienza del potere d’acquisto delle famiglie occidentali ha portato al ricorso massiccio al credito al consumo, del resto attivamente offerto dalla finanza speculativa, che a sua volta ha portato al crack del 2007, con le famiglie americane insolventi sui mutui che non potevano permettersi. E adesso, per salvare il sistema parassitario, hanno dimenticato il dogma della «stabilità dei prezzi»: stampano moneta al galoppo, il che presto o tardi riprodurrà inflazione, e forse iper-inflazione.

La barriera doganale consentirebbe un rilassamento della stretta salariale in Europa. Non si deve dimenticare che i Paesi europei hanno conosciuto i loro periodi di crescita, persino di «miracolo economico», in tempi di relativa inflazione. Le rendite finanziarie se ne trovano meccanicamente erose. Non è detto sia un Male Assoluto.

D’altra parte, i Paesi grandi esportatori hanno bisogno di rivalorizzare la domanda interna, anzichè spingere l’export con tutti i mezzi. In Cina, il consumo delle famiglie rappresenta meno del 35% del PIL nazionale; era il 50% nel 1998. La massa salariale cinese è stata nel 2010 pari al 48% del PIL, mentre era il 52% nel 2001. È evidente che i successi che la Cina ha tratto dalla globalizzazione non sono distribuiti ai suoi salariati; e che i cinesi consumano troppo poco.

Prima della apertura ai mercati mondiali, la Cina aveva un’assicurazione sanitaria rudimentale, ma universale; è stata abolita per accrescere il suo «vantaggio competitivo» abbassando ulteriormente il suo costo del lavoro. È a questa logica aberrante che l’erezione di barriere doganali europee farebbe da ostacolo. Non è sano un mondo in cui l’OPEC e la Russia, esportatori di petrolio, realizzano da soli il 50% delle esportazioni mondiali; nel 1998, era il 27%. Anche quei Paesi devono volgersi allo sviluppo del mercato interno.

Con i suoi 450 milioni di abitanti che hanno ancora competenze e solvibilità, l’Europa resta il mercato più vasto e ricco del mondo e potenzialmente con una buona misura di autosufficienza; ha dunque argomenti da far valere a quei Paesi che minacciassero ritorsioni commerciali, onde negoziare le condizioni a cui accetta di acquistare da fuori beni e servizi. Del resto, abbiamo già detto che la Cina pone un dazio del 23% sugli Airbus, e che il Brasile mette un dazio del 30% sulle auto importate. Il che significa che già subiamo «ritorsioni», senza aver nemmeno cominciato a praticare il protezionismo.

Scoppiata la crisi, gli Stati si sono indebitati – precisamente, hanno indebitato i contribuenti – per salvare le banche; le norme della concorrenza del Trattato di Lisbona sono state rovesciate dalle concentrazioni bancarie operate a causa (o col pretesto) della crisi, ancorchè il rischio sistemico connesso a banche troppo grandi per esser lasciate fallire contravvenga platealmente alle regole della concorrenza. Come si vede, la Commissione sa fare eccezione ai suoi sacri principii, quando conviene alla finanza.

È ora che queste «sacre» regole siano oggetto di un vero dibattito democratico. Occorre che si acquisti coscienza della perdita di competenze e reti industriali irreversibile, che è il vero costo della globalizzazione. Bisogna dare la coscienza di massa che il dumping salariale, la «deflazione interna» e l’austerità, non è la sola via che ci resta per risanare l’economia.

Ovviamente, ci si devono aspettare forti e varie opposizioni. L’Inghilterra resterà ostile per tradizione (ha inventato il liberismo mondializzato) e per le sue relazioni transatlantiche (buon pro le faccia). La Germania ha scelto la via delle esportazioni extra-europee come motore principale della sua crescita; dato il suo attuale successo, si sente come il grande beneficiario del libero-scambismo globale. Occorrerà attendere che l’illusorietà di questa soluzione sia manifesta, come inevitailmente avverrà. L’America che credeva di essere la grande favorita della globalizzazione, sta scoprendo amaramente – come rivela il New York Times – di aver perso la produttività dei suoi lavoratori e la loro alta qualità, a vantaggio dei cinesi che hanno imparato – nelle imprese delocalizzate dall’Occidente – il lavoro di qualità, per giunta più flessibile, più rapido, più integrato in distretti industriali nuovi di zecca, e a basso costo. L’illusione tedesca è, a termine, insostenibile. Le sue classi medie hanno visto calare il loro potere d’acquisto in questi 15 anni, e l’hanno disciplinatamente accettato per conquistare le posizioni di grande esportatore sul mercato globale; ma verrà il giorno in cui scoprirà di non essere competitiva di fronte alle competenze acquisite (anzi, che abbiamo regalato) ai giganti demografici asiatici. Allora si troverà davanti ad una dolorosa revisione di strategia, e di ideologia.

Quando? «Una revisione profonda del concetto stesso di concorrenza», conclude tristemente Giraud, «non è oggi alla portata intellettuale della Commissione Europea, nè della Organizzazione Mondiale del Commercio».


1) Per esempio, un saggio dal titolo Inévitable protectionnisme, di Franck Dedieu, Benjamin Masse-Stamberger e Adrien de Tricornot viene ampiamente discusso su LExpress (Le libre-échange en échecs)
2) Un recentissimo studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) accusa i bassi salari tedeschi di essere la causa dello squilibro strutturale della zona euro. «Il costo del lavoro in Germania è caduto da un decennio in rapporto ai concorrentimettendo la loro crescita sotto pressione, con conseguenze nefaste per le loro pubbliche finanze». (Les bas salaires allemands accusés d’être à l’origine de la crise en zone euro).

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  • maurizio blondet 2012
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  • Anonimo

    Il mio plauso incondizionato e totale alle idee di mensieur Gael Giraudriportate nell’articolo del Blondet.

    Vi é una alternativa? Certo., tornare a fare quello che noi occidentali abbiamo fatto praticamente fino alla fine della WWI (che sembra sono intenzionati a fare ancora oggi gli U.S.A.): massacrare,sterminare, distruggere tutto ciò che faceva opposizione alla ns. volontà di dominio.

    Come specie ce lo possiamo ancora permettere?  Personalmente credo di no.
    Ma lo si vada a dire ai cinesi.

    • Vaffa

      ecco il solito rottame da centro sociale,

      allora bisogna riempirsi di merci cinesi prodotte con manodopera pagata a bastonate e pagate in una valuta stra competitiva, il tutto in nome del passato da cattivoni ?

      belle seghe da quattro soldi, intanto qui ci stiamo giocando il futuro in nome di principi e ideologie da bacati,
       

      • Anonimo

        Guarda Vaffa che hai interpretato al contrario il mio intervento.

  • berthoh

    tutto molto giusto, ma con un governo che obbedisce all’estabilishment finanziario andremo nella direzione opposta

    • Anonimo

      Appunto berthot ed é per questo che sono convinto della necessità di puntare sulla Russia.

      Per convertire le ns. industrie e farle fare il salto qualitativo descritto nell’articolo ci vuole tempo e tempo non ce ne é più.  Se Mosca ci apre il suo mercato possiamo continuare a far girare le ns. ‘obsolete’ fabbriche con le loro materie prime ed i loro prodotti energetici: gas e petrolio ed arrestare la prossima inevitabile, senza un cambiamentoimmediato, deriva sociale
      Avremmo entrambi solo da guadagnarci.

  • Lo Ierofante

    Il nocciolo della questione è tutto in queste 2 frasi.
    “No, i dazi devono essere accompagnati da un gigantesco piano di mutazione delle nostre industrie e dell’agricoltura”:
    «Ci occorre una rivoluzione industriale non meno fenomenale di quella del XIX secolo».

    Con questa attuale nomenklatura europea parassita al comando, preoccupata di mantenere solo lo status quo dei privilegi, è impossibile che all’interno dell’UE possa maturare quel clima socio-economico per far partire una nuova rivoluzione industriale. A causa di questi soggetti, (che hanno infettato, con il loro modo di ragionare, anche gran parte della società civile) ad oggi, all’imposizione di alcuni dazi non può seguire certamente una nuova rivoluzione industriale.

  • Granodurosicilia

    “Il gioco è sleale, i dadi sono truccati.” Il Protezionismo è legittima difesa!

  • Lo Ierofante

    Il Tramonto dell’Occidente è iniziato per cause nostre e non per via della concorrenza “sleale” altrui.
    Come scriveva Oswald Spengler in Jahre der Entscheidung: ” L’uomo di colore scruta l’uomo bianco mentre questi discorre di umanità e di pace perpetua. Ne fiuta l’incapacità e l’assenza della volontà di difendersi”.

    • Anonimo

      Non osavo dirlo ma visto che tu hai imboccato la strada (giusta) io faccio un passo più avanti.

      L’uomo bianco é caduto nella trappola della Grande Utopia e si é sparato sui piedi. 
      E qui mi fermo ma il sig. Blondet credo che capisca bene di che parlo.

  • indcon

    A mio parere Blondet ha centrato
    benissimo la diagnosi, ma si mostra confuso e contraddittorio sui possibili
    rimedi. Indubbiamente la causa principale del declino economico occidentale
    poggia sulla folle decisione delle elites finanziarie di far diventare Cina e
    India le fabbriche del mondo tramite il braccio armato del WTO. Ma che senso ha
    tirare in ballo l’Irlanda (che con il caso cinese c’entra come i cavoli a
    merenda) ? Poi qualcuno mi spieghi la contraddizione di criticare la Germania
    per la sua crescita basata sulle esportazioni portando a esempio Argentina e
    Brasile che sono dipendenti dalle esportazioni molto + della Germania (l’Argentina
    dei Kirchner peraltro è prossima ad una seconda bancarotta). Si citano (a
    ragione) come esempi positivi di crescita gli USA e la Germania di fine 800, ma
    bisognerebbe ricordarsi che in quei casi i dazi verso l’esterno convivevano con
    un fortissimo liberismo interno (welfare quasi inesistente, nessuna tassazione
    sui redditi, sistema monetario gold standard), invece qui ho l’impressione che
    si vogliano i dazi nell’illusione di mantenere in piedi la baracca welfaristica
    della seconda metà del XX secolo: trattasi di palese contraddizione .
    Altra contraddizione: criticare BCE e istituzioni europee troppo filo-finanza e
    allo stesso tempo auspicare un super stato europeo che si porga come barriera
    verso il resto del mondo; ma i dazi possono essere efficaci solo se applicati a
    specifiche esigenze nazionali (o regionali), ecco perché è il concetto di
    Unione Europea (non solo perché è troppo filofinanziaria) in sé che va
    sottoposto a giudizio critico.

    Quindi va bene portare in pubblico
    dibattito la follia del WTO e la necessità di dazi verso la Cina; a condizione
    di tener presente le libertà economiche tanto dei singoli individui che delle
    comunità, e senza auspicare statalismi continentali ancora più folli della
    finanza globale

     

  • Anonimo

    Non sempre concordo con Blondet, anzi spesso mi trovo in disaccordo, ma in questo caso son pienamente d’accordo con lui. Il protezionismo in questo caso è solo legittima difesa. Come possiamo competere con gente che lavora a ritmi disumani? Come facciamo a competere con un gigante di un miliardo di abitanti pieno zeppo di risorse naturali di ogni genere? E’ insensato ed autolesionistico il rifiuto a priori di ogni forma di protezionismo su merci cinesi, come insensato è non punire i delocalizzatori (FK me ne dirà di tutti i colori ma per me chi delocalizza in certi luoghi tipo Cina e Europa dell’est è uno stronzo che meriterebbe d’essere esposto alla gogna, fine). Purtroppo con questo establishment in Europa non faremo mai nulla di tutto ciò.

  • Andrewtheboss

    «Non ci dovete criticare per il fatto che usiamo lavoratori cinesi; gli Stati Uniti hanno smesso di produrre gente con le qualità richieste».

    Cioè schiavi che lavorano a comando a qualsiasi ora senza diritti umani civili, sindacati e con paga da fame in nome di uno sfizio di un cretino che di notte si sveglia con una paturnia?L’inefficiente è stato Steve Jobs che non ha pensato prima a questo a dirla tutta.

    Inefficienza pagata da schiavi robot (sinonimo) dove l’umanità sparisce sostituita dai freddi numeri dei fatturati.
    Cosa sarebbe mai successo se avessero ritardato di una settimana? Sarebbe morto il mondo?
    Ma per piacere!
    Siamo all’isteria!

    Io dovrei ammirare sta gente? manco dopo morto.
    Spero che la crisi sistemica imminente ammazzi tutte queste mostruosità.
    Ci stupiamo degli schiavi nell’antichità? E questi cosa sono?

    • Vaffa

      “…Io dovrei ammirare sta gente? manco dopo morto….”

      e chi ti dice che devi ammirarli !?!?
      il senso dell’articolo di blondet era ben diverso, non ha capito un bel tubazzo.

  • Giuseppe D’Andrea

    Per l’attività imprenditoriale

    Blondet dimentica che per fare impresa non bastano gli ingegneri e il Know-how tecnologico, i nostri paesi hanno fatto il boom, perché hanno avuto una classe imprenditoriale di prim’ordine che ha ideato nuovi prodotti e nuovi servizi, ha previsto gli andamenti del mercato ed ha saputo muoversi con successo fra i cambiamenti. Questo è il nostro vantaggio ‘competitivo’ , che i paesi come la Cina, l’India e il Sud-America non possono replicare nei loro regimi  e che noi occidentali abbiamo deciso di buttare nel cesso, per seguire il modello dello Stato-Sociale.

    L’imprenditoria non è una questione meramente tecnica o economica, richiede grandi abilità di sintesi che si possono sviluppare solo in un contesto che ti permette di farlo, servono i capitali per poter inventare e serve un ambiente ‘monetario’ stabile, l’introduzione di nuove tecniche e l’aumento della produzione porta all’abbassamento dei prezzi dei beni e servizi a tutto vantaggio dei consumatori, questa è la base di tutto. L’occidente ad un certo punto ha deciso che si poteva ‘togliere’ alle imprese per distribuire a casaccio fra i suoi servitori e creare una pletora di ‘sussidiati di stato’, poi ha pensato che poteva regolare ‘meglio’ del mercato le attività e il lavoro, poi ha deciso che bisognava imporre divieti alla libertà economica. Insomma l’occidente ha deciso che il Libero Mercato doveva essere qualcosa che segue ‘ la giurisprudenza’ o meglio la realtà dovrebbe seguire le idee bislacche dei legislatori che ignorando il funzionamento dell’impresa, pensano di poter creare sistemi economici ‘migliori’ di quelli reali.

    Trovo dunque divertente come Blondet al pari dei suoi colleghi socialdemocratici giornalisti e politici, reinventi la realtà descrivendo il ventennio passato come un epoca di ‘sfrenato liberismo’, quando basterebbe vedere come le imprese occidentali sopratutto le medio-piccole siano piene di idee e di imprenditori geniali che vengono quotidianamente vessate dall’idiozia dei legislatori che pensano di ‘cambiare la realtà’, e che da sempre si scontrano con uno statalismo imperante ed egemonico che impone obblighi insostenibili, e sottra loro più del 50% dei guadagni. Oggi per un piccolo imprenditore è un miracolo poter comprare un bene capitale cinese di qualità più bassa per 400.000 euro, con il quale poter iniziare a fare sul serio, da subito, concorrenza ai gruppi più grossi con un paradigma nuovo di produzione o con servizio più vicino alle esigenze dei consumatori, per poi passare ai più sofisticati macchinari italiani e tedeschi da 1 o 2 milioni di euro una volta stabilizzato il ciclo economico. La super-produzione cinese potrebbe essere un grande vantaggio per lo sviluppo delle piccole aziende, se non fosse che gli stati ti derubano costantemente dei capitali che ti servono al punto da non poterti permettere nemmeno di spendere quei 400.000 euro. E questa non è teoria ‘giornalistica’ questa è la realtà di tutti i giorni. Ed è proprio questa ‘situazione’ che rende impossibile alle nostre imprese di fare concorrenza e di aumentare la ricchezza dei paesi e l’occupazione. 

    In questo contesto quello della Super-Normazione dell’Economia, in cui il mercato globale è aperto solo per i grossi gruppi, che solitamente sono aiutati dallo stato o che sono ‘esonerati’ dalla stupidità delle leggi statali, le piccole e medie imprese non hanno nessuna possibilità di fare quello che vorrebbero e potrebbero, si limitano dunque a vivacchiare e a mendicare finanziamenti alle banche (Settore più regolamentato del mondo e guarda caso quello più in crisi), che ovviamente non si fidano delle imprese. Abbiamo perso le competenze? Baggianate! Abbiamo moltissimi lavoratori competenti e giovani intelligenti, che però non possono essere assunti e formati, grazie alle politiche ‘sociali’ dementi. Non si fa ricerca perchè il capitale disponibile è rosicchiato dalle tasse e dai sovraccosti operativi derivanti dalle norme statali, non si può convertire la produzione perchè come detto il denaro non c’è e non si può creare dal nulla.

    Come sempre gli stati sono furbi, hanno imparato la lezione di Hitler, basta ripetere menzogne con costanza e convinzione per farle diventare verosimili. Così facendo si sono ‘lavati le mani’ dalle loro colpe ed hanno scaricato tutto su;

    – I capitalisti

    – Il mercato

    – La speculazione

    – Gli stranieri ‘truffatori’

    – La Libertà d’impresa.
     
    La soluzione è sempre la stessa;

    – Blindatura dei mercati,

    – Soldi pubblici a gruppi privilegiati di grossi imprenditori,

    – Regolamentazione ancora più compulsiva,

    – Politiche monetarie sempre più ‘avulse dalla realtà’.

    Se questo avverrà, la classe imprenditoriale verrà schiacciata ed eradicata, rimarranno soltanto poche aziende che sono riuscite ad agganciarsi alla politica che giocheranno a dama con i piccoli imprenditori sopravvissuti ed i loro mercati. Rimarranno però molti disoccupati ed a quel punto la sola soluzione statale sarà di fare diventare lo stato ‘imprenditore’ per bilanciare le inefficienze del settore privato così da dare lavoro a tutta la popolazione. 

    Bene signori, io non credo più alla favola che lo Stato è mio amico e può risolvere i problemi del mondo, o peggio che per il bene del mondo è meglio creare un superpotere economico globale sopratutto se la soluzione è l’arrocco su posizioni difensive, a tutela dello stato, contro l’imprenditoria, contro il lavoro e contro la totalità dei cittadini che si dovranno piegare al volere del legislatore, con la scusa che se una tirannia legale è ‘estesa’ a tutto il mondo allora diventa un valore. No amici miei, una tirannia è sempre una tirannia.

    Serve una politica all’insegna della libertà, con denaro onesto e protezione del risparmio, uno Stato che si occupi di difendere la legalità e la sicurezza in primis e che dia una mano solo a chi è veramente disagiato o impossibilitato, che abbia pretese ‘accettabili’ e rigidamente controllate sulla ricchezza dei privati cittadini.

    • indcon

      Il tuo discorso è ampiamente condivisibile, ma non si deve ignorare che milioni di posti di lavoro in occidente sono stati distrutti in pochissimo tempo da parte di un sistema (quello cinese) che pratica una economia schiavistica e che tiene artificialmente basso il valore della sua valuta (ovvero contro le dinamiche di mercato); ecco perchè il discorso sui dazi non è un’eresia.
      Il pensiero liberista è certamente nel giusto quando denuncia l’erosione delle libertà economiche da parte dello statalismo, a condizione di non considerare il cittadino come consumatore e basta.
      D’altronde chi propaganda il protezionismo come un mezzo per mantenere il baraccone welfarista dell’ultimo mezzo secolo è niente altro che un imbroglione.
      Il welfare europeo è fottuto a prescindere  

      • Giuseppe D’Andrea

        Indcon, quello che dici è sensato e lo capisco, considerando anche il bombardamento che i nostri media mettono in atto contro il nemico giallo o contro il nemiken Tedesco. 

        So che la RPC ha adottato da anni una politica mercantilista con la quale pensa di ‘dirigere il capitalismo usando lo stato’, so anche che il loro sviluppo economico è meno solido di quanto sembri e che già oggi i Cinesi si sono stufati di essere lavoratori che non possono comprare, man mano i salari stanno salendo e nonostante l’enorme lavoro di repressione delle autorità, non riusciranno a lungo a tenere in piedi il loro baraccone, che prevede di regalare all’occidente beni e servizi a bassissimo costo. Sulla questione monetaria è vero che la loro moneta viene svalutata in maniera plateale, ma anche la nostra non è per nulla stabile, le politiche di monetizzazione e il continuo aumento degli aggregati monetari fanno perdere continuamente potere d’acquisto alle nostre valute, non è vero che i nostri governi sono sempre stati dediti alla ‘stabilità monetaria’ e sono contrari al deficit come il nostro aedo del protezionista sosteneva in precedenti articoli, basta vedere come la FED abbia manipolato il Dollaro ad oggi principale valuta di riserva mondiale (e se l’euro continua così rimarrà anche l’unica) e mantenuto i suoi tassi di interesse prossimi allo zero;

        http://www.321gold.com/editorials/schoon/schoon010512/4.gif

        Dunque i Cinesi stanno semplicemente copiando e mettendo in atto una strategia di boom, di nostra invenzione (ci dovrebbero pagare almeno il copyright, calata in un framework dirigista. I risultati sono garantiti. Un cataclisma di proporzioni bibliche, dal quale non usciremo bene ne noi con le nostre ‘economie miste’ ne loro con il loro ‘capitalismo di stato’.

        Però, non posso fare a meno di pensare che molti dei guai dell’occidente sono per lo più colpa dell’occidente stesso, credo che se il nostro ecosistema fosse meno ostile alle imprese ci sarebbe meno tendenza ad andare oltremare, de-localizzare è un’avventura meno semplice di quanto possa sembrare che comporta forti rischi, i lavori a basso costo sono un incentivo, ma da soli non bastano per giustificare il movimento di un’intera industria dall’altra parte del mondo. Nel contempo la nostra produzione industriale si è mantenuta stabile nel lungo periodo, confermandoci al secondo posto fra i paesi manifatturieri europei ed al quinto posto fra quelli mondiali, 

        http://investing.curiouscatblog.net/wp-content/uploads/2011/12/manufacturing_output_by_country_2000-2010.png

        E se è vero che il lavoro nell’industria è  diminuito oggi solo al 35% è anche vero che il settore dei servizi è diventato sempre più grande seguendo la tendenza mondiale. Dunque anche i nostri disoccupati non sono tutti, frutto della concorrenza globale, a basso costo dato che non tutti sono riconducibili al settore industriale. Così come mi interesserebbe sapere quanto influisce la percentuale di ‘Made in China’ sui nostri consumi interni dato che io non sono riuscito a trovare il dato italiano, per quanto negli USA (dati 2010) che ricordiamo sono il paese capofila della critica alla Cina i prodotti di Cinesi influiscono solo per il 2.7% sul consumo personale, almeno questo è quello che dice il report della Federal Reserve di San Francisco.

        http://www.frbsf.org/publications/economics/letter/2011/el2011-25.html

        Certo il mondo non è tutto rose e fiori, il mercato perfetto non esiste e probabilmente non esisterà mai, ci sarà sempre bisogno dello stato in qualche settore e per qualche attività, e in qualche misura di regole e controlli, ma l’idea di mettere tutta l’Europa sotto una cappa di cemento protezionista è a mio avviso il modo migliore per farci piombare in situazioni ancora peggiori rispetto a quelle che stiamo vivendo.

        Poi, amici miei, queste decisioni non le possiamo prendere noi ‘commoners’ saranno i rappresentanti politici che avranno l’onore e l’onere di decidere se è meglio che l’economia si costruisca dal basso verso l’alto o se è più ‘efficiente’ imporla con i regolamenti restrittivi dall’alto.

    • Vaffa

      Caro Giuseppe

      lei da come parla non sà assolutamente un bel tubo di cosa sia  l’oriente, se lo lasci dire da uno che ci vive e ci fà impresa.

      Parla del liberismo perso in europa come causa di una mancata capacità di fronteggiare i mercati asiatici, dimenticandosi che sono proprio i paesi asiatici i primi a seguire dei modelli assoluti di  dirigismo statale.

      qui in asia tutto è soggetto all’intervento pesantemente regolatore dei governi;  paesi come la Corea che ancora oggi crescono bene e hanno mercati interni floridi sono pesantemente statalizzati, il governo insieme ai potentati industriali dirige di fatto ogni settore economico.

      pertanto il successo dell’asia stà proprio in governi che difendono a spada tratta la propria crescita economica e il proprio sviluppo tecnologico, intervenendo direttamente; esattamente l’opposto del liberismo sfrenato che lei immagina.

      pertanto tutto il suo discorso non stà assolutamente in piedi, mi dispiace  ma la realtà è opposta alle sue immaginazioni.

      per il resto siamo d’accordo che una tassazione come quella europea distrugge ogni attività imprenditoriale, ma non dimentichiamo che proprio in oriente si vede un’alto dirigismo statale funzionare a fianco di bassissime tassazioni a dimostrazione che le due cose sono possibili, anche senza ricorrere al mitico paese del liberismo sfrenato e sfascione.

      • Giuseppe D’Andrea

        Mi spiace ma non ho mai detto che l’ Asia sia liberista, forse lo hai dedotto tu, ma ti assicuro che non lo penso e nemmeno lo credo. 

        Ma quello che tu chiami ‘liberismo sfascione’ starebbe a dire che senza uno stato che bari per noi, che ci foraggi e ci difenda non esisterebbero industrie, produzioni e innovazioni? Dunque non sono le persone il motore della crescita è lo stato il motore immobile dello sviluppo?

        Allora seguendo il tuo ragionamento il problema è semplice basta eliminare (o limitare seriamente) la libertà di impresa; se mettiamo lo stato e poche corporation privilegiate a capo di tutto, svalutiamo la moneta, abbassiamo i tassi a zero e proteggiamo le nostre imprese, il problema è risolto. Tutto funziona come lo stato vuole, tutto viene prodotto come lo stato vuole e stop.   

        Povera Libertà come sei diventata nel tempo un nemico dell’uomo.

        • Weininger855

          La tua america sta benissimo infatti. 

          • Johnny Cloaca

            L’America nel 1950 aveva i più alti stipendi ed i più bassi prezzi al consumo. Poi, ovviamente, hanno creduto di poter giocare al monopoli con il mercato ed eccoti servito lo sfascio economico.

    • Weininger855

      La verità è che il privato senza Stato non potrebbe neanche esistere. Internet in principio era una tecnologia militare USA, ergo statale. Il mercato è arrivato dopo. 

      • Johnny Cloaca

        Lo stato è un privato che ha il monopolio esclusivo della violenza su un territorio.

        • Weininger855

          Tu sei un pazzoide analfabeta. Studia Hobbes e Machiavelli e lascia stare l’etera delle multinazionali Ayn Rand. 

  • Copiate e incollate questo articolo su quante più mail e blog potete

  • G Tosolini

    Solo oggi ho letto l’articolo. Essendo molto a contatto con la realta’ produttiva cinese, posso confermare che e’ tutto vero. Tremendamente vero, assolutamente vero. Purtroppo pochissimi conoscono questa amara e tragica verita’. Del nuovo governo italiano credo nessuno, visti i loro trascorsi.
    Giorgio Tosolini

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