“Destro – Sinistro” al Governo Monti


Premessa

L’emergenza economica ha finora “giustificato” presso l’opinione pubblica (od i media?) provvedimenti da stato NON di diritto, ma sembra che non basti a “salvare” dalle critiche il Governo Monti, che ieri ha incassato una doppia bocciatura. E stavolta il parere negativo sulle manovre varate non proviene dalla politica o dai “clienti” del governo (ovvero i cittadini) ma da strutture dello Stato come il Garante per la privacy e la Corte dei Conti, formata da funzionari di alto rango, quali, ad esempio, il predecessore di Befera, Dott. Massimo Romano.

Primo colpo del Garante per la privacy

In occasione di un precedente intervento del 8 febbraio 2012, che trattava dell’istituzione della “super banca dati” dei movimenti bancari degli italiani (di cui all’art. 11, commi da 2 a 5, del Decreto Legge 201/2011 denominato “Salva Italia”), si evidenziava che il Garante per la Privacy (degli italiani), tutto sommato, pur rilevando sia il “gigantismo” di tale raccolta che la pericolosa “qualità” dei dati trattati, giustificava il provvedimento nel suo insieme per via dello stato di emergenza che ingenera la problematica dell’evasione fiscale, equiparandola addirittura alla lotta al terrorismo (a sua volta qualificandolo come una situazione eccezionale che poi ebbe un termine ed auspicando, come Garante e come costituzionalista, che accada nella lotta all’evasione).

Le notti hanno evidentemente portato consiglio e, per motivazioni che magari non è dato a conoscere, l’Authority ha ieri attaccato apertamente le nuove norme sulla trasparenza amministrativa negli accertamenti fiscali, che consentirebbero un accesso incontrollato ai dati personali dei cittadini. Per il Presidente uscente dell’Authority, Francesco Pizzetti, la possibilità per le strutture pubbliche di ottenere informazioni “indipendentemente da ogni indagine, sia pure preliminare, nei confronti degli interessati” viola lo Stato di diritto e indebolisce la democrazia.

Nel suo ragionamento, Pizzetti mostra di condividere la metafora del cittadino “suddito”, contrapposto al governante “sovrano” quando afferma che “è proprio dei sudditi essere considerati dei potenziali mariuoli, è proprio dello Stato non democratico pensare che i propri cittadini siano tutti possibili violatori delle leggi”. L’elevata evasione non giustificherebbe, quindi, metodi da polizia fiscale[1]; una fase di emergenza, questa, “da cui uscire al più presto”.

“Vediamo che è in atto, a ogni livello dell’amministrazione e specialmente in ambito locale -ha spiegato Pizzetti-, una spinta al controllo e all’acquisizione di informazioni sui comportamenti dei cittadini che cresce di giorno in giorno. Un fenomeno che, unito all’amministrazione digitale, a una concezione potenzialmente illimitata dell’open data e all’invocazione della trasparenza declinata come diritto di ogni cittadino a conoscere tutto, può condurre a fenomeni di controllo sociale di dimensioni spaventose”.
E Pizzetti chiude con un esplicito monito alla prudenza: Attenzione alle liste dei buoni e dei cattivi, attenzione ai bollini, di qualunque colore siano. Le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni”.

Non tutti, però, hanno apprezzato l’allarme lanciato dal Garante, e all’indomani delle dichiarazioni sono arrivate, puntuali, le repliche. Il dibattito si gioca, ovviamente, sui confini del concetto di “privacy”: chi si schiera contro Pizzetti, lo fa sostenendo che il fine giustifichi i mezzi, e che gli evasori fiscali non possano appellarsi alla riservatezza.[2]

 

 

 

 

 Secondo colpo inferto dalla Corte dei Conti

Durante un’audizione tenuta lo scorso 13 marzo 2012 in Commissione Bilancio alla Camera dei Deputati, il Presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino (“Analisi annuale della crescita per il 2012”) pone in risalto, relativamente alla problematica del pareggio di bilancio dello Stato, che dal punto di vista della crescita fa differenza a quale livello della pressione fiscale -e quindi della spesa pubblica- quel pareggio di bilancio verrà conseguito.

clicca sull’immagine per ingrandire:

Constata che “sulla spinta dell’emergenza, le ripetute manovre di aggiustamento finanziario condotte nel 2011 hanno operato soprattutto dal lato dell’aumento della pressione fiscale, piuttosto che, come sarebbe stato desiderabile, dal lato della riduzione della spesa.” Ed ancora che, grazie a queste politiche, “Il risultato è che ci avviamo verso una pressione superiore al 45% del prodotto, un livello che ha pochi confronti nel mondo.”

Differentemente dal Garante per la privacy, la Corte dei Conti nel “comprendere” il legislatore (“per cui, una volta attenuatesi le condizioni di emergenza, per poter aprire lo spazio a una riduzione della pressione fiscale, che aiuti il rilancio dell’economia ma non comprometta l’equilibrio di bilancio”) ammonisce che “è necessario lavorare con tenacia e determinazione alla riduzione della spesa. Salvaguardando, per quanto possibile, quella sua parte che ha effetti benefici sulla propensione alla crescita del nostro sistema.”

La Corte dei Conti suggerisce inoltre di avviare quanto prima il processo di spending review, accompagnato dalla riduzione delle esenzioni e delle agevolazioni, e da una lotta all’evasione più sistematica e stabile. Questa, quindi, la ricetta-base per rilanciare il Paese, accantonando l’idea di elevare ancora il prelievo sui consumi, intervento che allo stato attuale avrebbe effetti ridotti.

Per ultimo, sulla premessa che “il quesito sui ritardi dei pagamenti nelle transazioni tra pubbliche amministrazioni e imprese muove dalla constatazione dei riflessi negativi sulla crescita economica e sul sistema produttivo di una inadempienza amministrativa che ha assunto, in Italia, caratteri e dimensioni sconosciuti negli altri principali paesi europei”, definisce vera e propria patologia degli ultimi anni il ritardo nei pagamenti di forniture e appalti da parte di Stato ed enti locali, anche determinata da “disallineamenti tra le misure di severo contenimento della spesa indotte dalla crisi economico-finanziaria e la programmazione dell’attività delle amministrazioni.” Termina la Corte affermando di “rimanere impegnata ad indagare per far maggiore luce su questo tema che si pone particolarmente rilevante e sensibile nel quadro generale della problematica della crescita economica del Paese.”

Conclusioni

Le ventennali strategie fin qui praticate di aumento della pressione fiscale (diretta ma anche sui consumi) e di “recupero dell’evasione” (il redditometro ed i “coefficienti presuntivi di ricavi sono del 1992) non sono “risolutivi” del problema del disavanzo.

Non ci si può che augurare che, ovviamente, i rilievi di questi due enti possano fare breccia nei professori del Governo affinchè questi, scevri da problematiche di rielezione, possano adottare -con stile tutt’altro che persecutorio stile Vandea e da stato di diritto- quelle misure tanto impopolari quanto indilazionabili per l’unico rimedio per il bilancio dello stato: la “robusta”[3] o “feroce”[4] riduzione della spesa.

Ora lo dicono anche il Garante per la protezione della privacy e la Corte dei Conti.

Servirà?


[1] Del resto ieri una pattuglia della Guardia di finanza in un “accesso per controlli strumentali” (ovvero un controllo su ricevute fiscali) contestava ad una estetista una giacenza di cassa di poco superiore all’importo delle ricevute fiscali emesse, presumendola “evasione” (pur non avendo riscontrato alcun cliente spossessato di documento di certificazione fiscale) anziché accogliere la motivazione della contribuente consistente nel fondo cassa per i resti.

[2] L’ex Presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida non ritiene debba parlarsi di “strappi forti” allo Stato di diritto, bensì di una reazione tutto sommato corretta dello Stato, alle prese con un gran numero di cittadini che non pagano quanto dovuto. E il diritto alla riservatezza, secondo Onida, non può valere su patrimoni, redditi e ricchezza, perché si trovano su un piano diverso rispetto ai diritti legati alla sfera strettamente privata (!).

L’ex Ministro Vincenzo Visco del PD, un’ “autorità” in fatto di violazione di privacy ed incolumità delle persone, ritiene che “di fronte ad interessi pubblici non c’è privacy che tenga” e vede nelle preoccupazioni di Pizzetti una forma di eccessivo zelo, per di più “mal riposto”. Sbagliato, dunque, avallare l’evasione fiscale confondendola con il diritto alla riservatezza. E se i controlli si fanno più serrati, per Visco fa soltanto parte delle regole del gioco: “È inquietante e conservativo -ribadisce- ogni volta tirare fuori la storia del diritto dei privati e dell’intrusione da parte dello Stato”.

Ancora più netto il Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi in quanto afferma “si ricomincia con la solita solfa. Per favore, qualcuno dica a Pizzetti di stare zitto”.

Ancora da sinistra, Cesare Damiano (onorevole del PD) accosta più diplomaticamente al Garante per la privacy e rievoca la necessità di un cambio culturale. “I blitz lasciano un po’ il tempo che trovano, il problema è culturale: finché passa che chi evade è più furbo degli altri, non ne verremo più a capo”. E la sensibilizzazione, aggiunge Damiano, deve cominciare sin dalle scuole (materia che verrà trattata in un prossimo post). Anche perché oggi più che mai, con una pressione fiscale superiore al 45% del PIL, si fa strada l’idea che “il cittadino che paga le tasse è quello che subisce, chi evade la sfanga”.

Dall’altro versante politico, anzi no, l’On. Giuseppe Consolo (FLI) afferma che non solo serve un cambio culturale, ma si poteva fare meglio anche sul fronte dei controlli. I blitz “da un lato vanno bene, perché si è detto al cittadino che lo Stato esiste, ma non si potevano fare accedendo ai pubblici uffici? Per le auto bastava andare al Pra evitando di dare l’immagine di uno Stato di polizia”. Insomma, “il fine era senza dubbio buono, ma il mezzo meno”.

Invece, dalla parte di Pizzetti si schiera apertamente solo l’europarlamentare leghista Mario Borghezio, che ha chiesto al Garante Ue per la protezione dei dati di verificare la situazione. Non è dato sapere, al momento, quale sarà il parere dell’Europa sulla presunta invadenza degli accertamenti italiani.

[3] Termine caro a Mario Monti.

[4] Termine caro a Paolo Rebuffo.

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