Si scrive “ecobonus”, ma si legge stangatina fiscale!

Di L'indipendenza , il - 2 commenti

di CLAUDIO ROMITI

Volendo inizialmente concedere al governo in carica il cosiddetto beneficio dell’inventario,  quando l’appena insediato ministro dell’Economia Saccomanni  espresse il proponimento di ridurre la pressione fiscale a fronte di un pari abbattimento della spesa pubblica, scrissi un breve commento, prudentemente favorevole. Ma alla prova dei fatti lo stesso ministro sta dimostrando che probabilmente le sue erano solo  chiacchiere gratuite, ad uso e consumo degli ingenui e degli sprovveduti.

Infatti, nel presentare ai giornalisti il rifinanziamento del cosiddetto ecobonus per l’efficienza energetica e le ristrutturazioni edilizie – costo stimato 230 milioni di euro solo per il 2013- , il ministro ha seraficamente annunciato che l’operazione non verrà caricata sul già colossale debito pubblico, bensì semplicemente “rimodulando” l’Iva sui gadget editoriali e sulle bevande e gli alimenti venduti attraverso i distributori automatici.  I primi prodotti subiranno un incremento vertiginoso, dal 4% al 21% (sempreché il governino Letta riesca a bloccare il paventato aumento di un punto dell’aliquota massima), mentre per  i secondi la mannaia del fisco salirà “appena” al 10%. Ora, secondo i soliti conti della serva di stampo governativo, i quali non tengono mai nel dovuto conto il disincentivo insito in ogni inasprimento tributario, il gettito derivante da questo ennesimo aumento delle tasse dovrebbe coprire al centesimo il costo dei citati sgravi fiscali che, per la cronaca, sono stati generosamente aumentati dal governo. Infatti, in precedenza si poteva detrarre dalla propria dichiarazione dei redditi il 55% delle spese per motivi di “efficienza energetica” degli edifici. Oggi siamo arrivati al 65%. In dieci anni ovviamente…

Tuttavia, come abbiamo visto, si tratta di una generosità fiscale piuttosto pelosa, in quanto ancora una volta viene messo in atto uno dei più classici illusionismi della nostra politicaccia da 4 soldi. Ovvero, mentre con una mano si regala un beneficio ad una specifica categoria di cittadini, ricavandone un evidente ritorno in termini di consenso, con l’altra mano -quella sinistra e spietata del fisco tosatore- si cerca di spalmarne su una platea più vasta, e comunque più distratta, il relativo costo. Tutto questo riproponendo una delle tante varianti della logica aspramente criticata da James Buchanan nella sua famosa Teoria della scelta pubblica.

Inoltre, e con ciò si è raggiunto l’apice della peggior metodologia politica di stampo italiota, lo stesso Saccomanni ha giustificato il citato inasprimento fiscale con il trito argomento europeo. “Ce lo chiede la Comunità – ha aggiunto – le aliquote attuali non sono in linea con quelle degli altri partner”.  E così si ripete fino alla nausea il giochino di un Paese di cacca che sente il bisogno di allinearsi alla civile Europa solo quando si tratta di salassare il sempre più stremato contribuente. Per quanto riguarda invece tutto il resto delle enormi competenze che lo  Stato ladro si è attribuito nel tempo l’allineamento resta e, ahinoi, per altri secoli resterà inchiodato con la sponda Sud del Mediterraneo. Siamo sempre più falliti!

da L’indipendenza

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