La benedizione di una valuta forte

Di Francesco Simoncelli , il - 16 commenti

Questo è uno di quegli articoli che avrei dovuto presentare tempo addietro, uno che cerca di instillare un pizzico di buon senso nel lettore. Dopo tutto sono qui per questo; soprattutto ora che le sirene della svalutazione monetaria si fanno più rumorose e squillanti. Un certo pool “accademico” italiano continua a rompere i timpani dei suoi ascoltatori con continue note stridule circa la bellezza di una valuta deprezzata. Oggi, quindi, vedremo perchè questo non è vero, bensì è vero il contrario. Ma prima di procedere vorrei analizzare brevemente una domanda spesso sorvolata: perché essere disposti ad accettare una svalutazione monetaria? Davvero banchieri, speculatori ed imprenditori sono così “stupidi”? La risposta è ovviamente no; ogni qual volta c’è un’espansione artificiale dell’offerta di denaro il mercato è come se finisse vittima del cosiddetto dilemma del prigioniero. Infatti chi si volesse estraniare dalla gozzoviglia fornita dai persunti pasti gratis, perderebbe profitti e quote di mercato rispetto a chi vi si butterebbe a capofitto (e in caso di necessità verebbe salvato dal denaro del contribuente, es. TARP). L’emissione di credito a buon mercato, e la relativa distorsione del panorama economico, incentiva le banche a concedere prestiti rischiosi (es. finanziamenti bellici, finanziamenti dei deficit, ecc.) ma proficui. Per non parlare dei prestiti ipotecari su cui si è fondata la bolla immobiliare; sono stati concessi mutui pericolosi perché c’era la consapevolezza che entità spalleggiate dal governo (come Fannie Mae e Freddie Mac) avrebbero rastrellato la monnezza in circolazione con l’aiuto di un cartello di agenzie di rating che vi avrebbe apposto il bollino “AAA.” Allora, diventa chiaro che il problema non risiede tanto nelle banche piuttosto in due altre entità: il governo e la banca centrale. Sono loro i “garanti” del nostro attuale casino finanziario.
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di David Howden

Se si ascoltano alcuni commentatori, si potrebbe pensare che i dolori del deficit commerciale americano potrebbero essere miracolosamente leniti da una rapida svalutazione. Un greenback molto apprezzato rende le importazioni “troppo a buon mercato” e incentiva gli americani a comprare dai loro concorrenti stranieri. Il corollario è che un dollaro costoso renderà poco attraenti gli esportatori americani agli occhi del resto del mondo. Il risultato è un deficit commerciale, in base al quale gli americani importano di più di quanto esportano ogni anno, un fenomeno che sembra essere peggiorato soprattutto all’inizio degli anni ’70.

Eppure val la pena commentare due effetti del rapporto standard tra una valuta debole e la salute economica di un paese. In primo luogo, è vero che il tasso di cambio indebolito rende le proprie esportazioni più economiche? In secondo luogo, esistono effetti secondari nocivi se si persegue una politica di indebolimento della moneta? Cerchiamo di affrontare entrambi i punti usando il Giappone e lo yen come esempio.

Una moneta forte è generalmente vista come un’arma a doppio taglio. Mentre la maggior parte delle persone gode a guardare il proprio estratto conto bancario con tanti soldi dentro, possono continuare ad agire così solo se quei soldi significano qualcosa. Le valute forti consentono ai possessori di denaro di godere di merci importate in quantità maggiore — viaggi all’estero, o elettronica esotica più accessibile. Il rovescio della medaglia è che i produttori di questi beni — coloro con una moneta relativamente in rafforzamento — sono in genere visti come uno svantaggio di costo.

Alcune evidenze aneddotiche dal Giappone degli ultimi anni 20 mettono in dubbio questo ragionamento.

Lo scorso ottobre lo yen ha raggiunto il minimo storico a circa 75 yen per dollaro. Dal momento che una moneta forte richiede un minor numero di unità per acquistarne un’altra, più è bassa questa cifra, più forte sarà la moneta. Questo ha segnato un apprezzamento del 55% negli ultimi dieci anni, ed un apprezzamento del 75% negli ultimi 40 anni. Eppure in tutto questo periodo il mercato delle esportazioni giapponesi è rimasto notevolmente resistente. Dal 2000 l’economia giapponese è riuscita a mantenere in media un saldo commerciale positivo, a circa il 6% del PIL, anche con questa moneta forte.

Confrontiamo tutto ciò con l’America, la quale è insuperabile in due aspetti. In primo luogo, sin dal 2000 il dollaro ha costantemente subito ribassi sui mercati dei cambi. In secondo luogo, la bilancia commerciale degli Stati Uniti ha solo visto un piccolo miglioramento. Dopo aver raggiunto un livello negativo del 6% del PIL nel 2008, la bilancia commerciale ha mostrato un miglioramento marginale, ma rimane ancora pesantemente in territorio negativo.

Il tasso di cambio rappresenta solo una parte del costo totale che uno straniero deve pagare per importare un bene. Non meno importante è il costo effettivo del bene nella propria unità monetaria nazionale. Esattamente un secolo fa Ludwig von Mises dedicò un intero capitolo a questo problema, delineando la fallacia del perché una valuta deprezzata non si tradurrebbe necessariamente in forti esportazioni.

Un modo — il modo sostenuto dalla maggior parte degli esperti — per indebolire la propria valuta è quello di svalutarla. Tuttavia tale processo produce due effetti. Uno è l’ambito deprezzamento del tasso di cambio. L’altro, e forse l’effetto più importante, è un aumento dell’inflazione interna. Che differenza fa per l’importatore dei nostri beni se il dollaro americano vale ora il 5% in meno e l’inflazione americana ha aumentato del 5% il prezzo che l’importatore paga in dollari? L’effetto è nullo.

A questo proposito il Giappone fornisce un’interessante caso di studio. Nonostante decenni di rafforzamento dello yen, il livello dei prezzi interni è rimasto stagnante. La deflazione in Giappone ha recentemente eroso il prezzo interno delle merci. Gli stranieri, dal canto loro, devono pagare un prezzo più elevato grazie all’apprezzamento dello yen. Ma pagano il prezzo più alto con un minor numero di unità di denaro a causa della deflazione. Nessun danno, nessun fallo, si potrebbe dire.

Eppure l’ effetto va oltre. I produttori giapponesi hanno accedono ai mercati delle importazioni sostenendo esborsi inferiori. Composto da una serie di isole ed una delle economie più grandi del mondo, il Giappone manca di molte delle risorse naturali necessarie per essere una potenza mondiale. Uno yen forte permette a questi produttori di accedere a risorse straniere ad un costo basso, pur mantenendo i loro prezzi di vendita. I profitti sono consistenti. Anche i consumatori ne beneficiano. Molti giapponesi sono viaggiatori ben stagionati, in grado di girare il mondo con i loro preziosi yen. La qualità della vita dei consumatori giapponesi è elevata — completa di grandi foto delle vacanze — grazie alla forte posizione che hanno nel mondo. Questa posizione è riconducibile allo yen.

Se vogliamo una buona immagine dell’effetto netto di queste due forze, possiamo rivolgere la nostra attenzione al tasso di cambio reale. Il livello dei prezzi giapponese rispetto a quello degli Stati Uniti mette in evidenza la storia della competitività.

Mentre il tasso nominale continua a salire, il tasso reale è diminuito costantemente per oltre 15 anni. In effetti, in termini reali, lo yen è a buon mercato oggi come lo era nel 1986. Solo un’analisi superficiale che si concentra esclusivamente sul tasso nominale vi farebbe pensare che i produttori giapponesi sono in svantaggio.

Se oggi i politici americani sono preoccupati che senza un dollaro debole le imprese americane falliranno, dovrebbero prendere una lezione dal Giappone. Una valuta costosa non si traduce in prodotti costosi. Infatti, spesso può significare esattamente l’opposto. Mentre le pressioni inflazionistiche si affievoliscono, i prezzi rallentano la loro ascesa, o nel caso del Giappone, declinano un po’. Poiché questi prezzi diminuiscono, ci vuole un minor numero di unità di valuta per acquistare un bene. Anche se si potrebbe pagare un po’ di più per comprare ogni yen, ne sono richiesti di meno per gli acquisti di beni.

Per finire con un punto logico, e per introdurre una reductio ad absurdum, i politici americani dovrebbero riflettere sul perché non sostengano un’inflazione galoppante. Certo, se inflazionano a sufficienza il dollaro esso diminuirà sicuramente di valore sui mercati dei cambi. Ma a quale costo? L’americano medio ne uscirebbe impoverito, e lo straniero medio probabilmente noterebbe pochi effetti: il guadagno sul mercato dei cambi, potrebbe essere cancellato da un prezzo maggiorato sul mercato americano interno.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli

da Freedonia di Johnny Cloaca

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