Un Mercato del Lavoro per Tutti

Di Lo Ierofante , il - 33 commenti

Dark Hour,Gottfried Helnwein, 2003Gottfried Helnwein – Dark Hour – 2003

 

 

 

 

 

Gerardo Gaita

 

 

 

 

 

 

Sgombriamo subito il campo da un possibile equivoco. Qualsiasi riforma del mercato del lavoro, anche la migliore immaginabile, ora come ora, non potrà mai essere una sorta di panacea miracolosa che guarirà tutti i mali nell’arco di un istante. Il Capitale (vale a dire, l’insieme degli impianti e delle merci presenti negli stadi del processo produttivo: dalle materie ai prodotti finiti) è stato infatti distorto da troppi anni di sconsiderate politiche governative e del sistema bancario. Le suddette politiche, abbassando artificialmente i tassi d’interesse sotto il livello di mercato, hanno guastato la struttura del Capitale mediante un progressivo allungamento dei processi produttivi che in condizioni naturali non si sarebbe mai verificato. L’avviamento di un numero eccessivo di nuovi progetti ha finito per gonfiare oltremisura la massa del Capitale dislocato nelle fasi iniziali dei processi produttivi, diminuendo profitti finiti e ricavi dalle vendite e producendo, in conclusione, la crisi che stiamo vivendo. Adesso, il mercato e le imprese hanno quindi il bisogno innanzitutto di ripulirsi da anni di distorsioni. Interventismo permettendo.

Tuttavia, implementare una buona riforma del mercato del lavoro, una riforma che vada nella direzione giusta di un mercato aperto e realmente efficiente, è indispensabile per aiutare l’intera struttura produttiva a risanarsi in tempi apprezzabili. Per tale motivo, (e visto oltretutto che il tema di “quale mercato del lavoro” torna sempre di moda ogniqualvolta che in questo Paese vi è un cambio di governo), è ragionevole fare qualche riflessione per capire di cosa si sta veramente discutendo e di cosa si avrebbe veramente bisogno.

 

In Italia – seppur alcuni interventi legislativi per incrementare la flessibilità nei rapporti di lavoro sono stati posti in essere in un periodo precedente e più precisamente negli anni Ottanta – è stato sostanzialmente il Pacchetto Treu (Legge n. 196 del 1997) a regolare per primo giuridicamente alcune tipologie contrattuali cosiddette “atipiche”, vale a dire rapporti di lavoro contraddistinti da maggiore flessibilità e minori costi di licenziamento. La Legge Biagi (Legge 30 del 2003) ha successivamente rielaborato la materia in questione  modificando in maniera compiuta la precedente normativa e individuando nuove forme di lavoro atipiche. Queste riforme rispondevano alle esigenze delle imprese operanti nel nostro Paese di avere un mercato del lavoro meno rigido, con meccanismi economici e fiscali più flessibili, ed obblighi legislativi ridotti. Al contempo, servivano ad agevolare l’ingresso “regolare” nel sistema produttivo di quei soggetti tradizionalmente con più difficoltà ad accedervi perché ritenuti in grado di apportare meno al processo produttivo, in particolar modo i giovani, i cosiddetti “new entrants”. A seguito di ulteriori novelle legislative, è arrivata, in ultimo, la Legge Fornero (Legge n. 92 del 2012) a ridisciplinare il quadro generale dell’ordinamento. La summenzionata Legge, almeno per buona parte del suo impianto, può essere valutata come un tentativo (peraltro maldestro) di ridurre l’utilizzo dei contratti di lavoro flessibile attraverso un irrigidimento dei loro vincoli ed un aumento dei loro costi.

Cosa hanno prodotto, in estrema sintesi, tutte queste riforme?

Per prima cosa un effetto visibilmente nullo sulla produttività oraria del lavoro italiano che oramai è stagnante da tempo immemore. Anzi, tenendo presente ciò che affermava Frédéric Bastiat su “quello che si vede e quello che non si vede”, esse hanno probabilmente finito col danneggiare tale produttività. In seconda battuta, un mercato del lavoro con svariate tipologie contrattuali a carattere però fortemente duale: da un lato coloro i quali sono in possesso di un contratto di lavoro standard, a tempo indeterminato, con ampie garanzie sociali, specialmente se poi inseriti all’interno di un’azienda dove vige la protezione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, (Legge n. 300 del 1970), dall’altro coloro i quali tendono a vivere una situazione di forte instabilità lavorativa, con modeste tutele e con troppe incognite sul futuro.

Oggi, con l’attuale governo, si è giunti a parlare di Jobs Act, vale a dire una serie di interventi sul mondo del lavoro che, come obiettivi principali, puntano ad avere nel prossimo futuro un contratto unico a tutele crescenti, che arrivi ad assorbire in una sola tipologia giuridica tutta la flessibilità che ora viene distribuita sui diversi contratti di lavoro atipici, ed ammortizzatori sociali universali.

 

L’idea del contratto unico di lavoro è indubbiamente suggestiva. Malgrado ciò, resta una soluzione comunque non funzionale se non si affrontano prima o contemporaneamente i veri nodi da sciogliere riguardanti i contratti collettivi e la contrattazione. Anzi, inserire la formula del contratto unico nel contesto odierno, in presenza fra l’altro di un cuneo fiscale (ossia il gap intercorrente fra il costo del lavoro a carico delle imprese e la retribuzione netta in busta paga del lavoratore dipendente) che si attesta attualmente intorno al 47,6%, potrebbe portare a conseguenze ancora più deleterie sui già martoriati livelli di produttività e di occupazione regolare. Le tipologie di lavoro atipico hanno fallito nei loro intenti (produttività) o hanno creato effetti collaterali negativi indesiderati (mercato del lavoro profondamente duale) perché sono soluzioni adatte a curare più i sintomi che la malattia vera e propria. Per questo motivo, sarebbe auspicabile iniziare ora a curare seriamente la malattia. In attesa, prima o poi, che in questo Paese ci si decida di curare anche il “male dei mali” (oltre all’inflazione monetaria), ossia una imposizione fiscale complessiva che è ben oltre l’assurdo.

La prima cosa da fare è, quindi, smontare completamente la posizione dominante detenuta dai contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL), la quale non è nient’altro che un riflesso del potere illegittimo che le associazioni sindacali/datoriali sono riuscite ad ottenere sulla disciplina dei rapporti lavorativi. Illegittimo, poiché i CCNL, pur essendo dei meri contratti di diritto privato, (e come tali dovrebbero essere vincolanti solo per le parti stipulanti e i loro iscritti), di fatto, invece, sono riusciti ad assumere, sia in dottrina che in giurisprudenza, un carattere di rigida inderogabilità valevole per tutti, erga omnes. (Da considerarsi “illegittimo”, ad avviso dello scrivente, anche in caso di attuazione delle disposizioni programmatiche contenute nell’articolo 39 della Costituzione della Repubblica italiana, sulla base del superiore principio di rappresentanza del diritto comune).

Certamente, con l’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 si è cercato di dare maggior peso alla contrattazione di livello aziendale. Tuttavia, i contratti aziendali possono intervenire solo nelle materie delegate dal CCNL e nei limiti e con le procedure previste dagli stessi contratti nazionali. Ad oggi, dunque, i CCNL governano in maniera pressoché totale, oltre alla cosiddetta parte obbligatoria (cioè la disciplina dei diritti e dei doveri delle associazioni stipulanti), anche il trattamento economico (retribuzione) e la restante parte normativa (ferie, orario di lavoro, provvedimenti disciplinari, etc.) di un qualsiasi contratto individuale di lavoro subordinato il quale, pertanto, non può pattuire, in linea generale, condizioni “inferiori” a quelle stabilite dai contratti collettivi.

In conclusione, questo potere dei CCNL, verosimilmente una delle manifestazioni più cancerogene dell’Interventismo che ci siano, crea problemi considerevoli ad un sano sviluppo economico, perché impedisce una fluida e corretta trasmissione fra produttività ed i salari. In Italia, infatti, i vari dati ci dicono che i salari rispecchiano scarsamente la produttività dei comparti produttivi nel breve periodo, mentre nel trend di lungo periodo incrementano addirittura maggiormente dove la produttività cresce meno, plausibilmente per via di scelte politiche che incentivano a sostenere aziende altrimenti per lo più decotte. (Tali scelte hanno poi, come altro effetto innaturale, quello di far tendere lo spostamento degli occupati  anch’esso verso i settori meno produttivi).

 

Quello che a noi serve è, dunque, un sistema di contrattazione che sia (se non totalmente) quantomeno fortemente decentralizzato, al fine di consentire ai salari di seguire nel modo più corrispondente possibile l’andamento della specifica produttività dei differenti comparti produttivi, delle diverse imprese, dei singoli lavoratori, del territorio. Permettere così alle aziende che ne hanno la concreta possibilità di espandersi progressivamente nei salari e di assumere più lavoratori senza troppi impedimenti, prelevandoli da altri settori, e più specificatamente dai settori meno produttivi ed efficienti. E permettere simultaneamente alle aziende dei settori che divengono di volta in volta meno produttive di potersi ridurre, e successivamente di riqualificarsi, cum grano salis, sfruttando a pieno anche la leva contrattuale.

Realizzando un sistema di contrattazione nella maniera appena esposta, svincolato dai diktat dei contratti collettivi (i quali, se continueranno ad essere stipulati, dovranno essere trattati a tutti gli effetti come dei semplici accordi di diritto privato), si è in grado di ottenere un mercato del lavoro dove domanda ed offerta (di lavoro) possono incontrarsi più facilmente, di pagare più adeguatamente il valore della produttività marginale, di favorire una accumulazione più sostenibile del Capitale. Se la volontà politica vorrà ancora determinare a priori alcune finalità “collettive” queste dovranno essere ridotte al minimo, e limitate a tutelare situazioni meramente contingenti (come la gravidanza ed alcune malattie) in cui può essere seriamente a rischio l’incolumità della persona umana. (E quanto anche sarebbe gradito che la volontà politica decidesse di dare ai lavoratori tutto il salario lordo).

Una volta fatto ciò, è possibile impostare il contratto unico di lavoro semplicemente annullando tutta la stratificazione legislativa che è seguita all’adozione del nostro Codice civile, e ripartendo unicamente dagli artt. 2118 – 2119 contenuti nel Libro Quinto, Titolo II, Capo I, Sezione III, § 4, del Codice :

2118. Recesso dal contratto a tempo indeterminato. Ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto di lavoro a tempo indeterminato, dando il preavviso nel termine e nei modi stabiliti dagli usi o secondo equità. In mancanza di preavviso, il recedente è tenuto verso l’altra parte a un’indennità equivalente all’importo della retribuzione che sarebbe spettata per il periodo di preavviso. La stessa indennità è dovuta dal datore di lavoro nel caso di cessazione del rapporto per morte del prestatore di lavoro.

2119. Recesso per giusta causa. Ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto prima della scadenza del termine, se il contratto è a tempo determinato o, senza preavviso, se il contratto è a tempo indeterminato, qualora si verifichi una causa che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto. Se il contratto è a tempo indeterminato, al prestatore di lavoro che recede per giusta causa compete l’indennità indicata nel secondo comma dell’articolo precedente. Non costituisce giusta causa per la risoluzione del contratto il fallimento dell’imprenditore o la liquidazione coatta amministrativa dell’azienda.

 

Va da sé, che una impostazione del genere non prevede tutele crescenti nel tempo, né tantomeno quelle illogiche discriminazioni basate sul numero dei dipendenti presenti in azienda (contenute nell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori) in merito alla reintegrazione nel posto di lavoro. L’unico sostanziale problema rimasto verterebbe su come dottrina e giurisprudenza vogliano intendere il recesso per giusta causa. Ma questo è un altro discorso.

 

 

 

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  • MarcoTizzi

    Partita iva per tutti!

    • l.v.mises

      sarebbe troppo GIUSTO per questo paese

    • Tommasodaquino

      lo farei subito, cavolo già li vedo i 50 della mia azienda disperati perchè non sanno più che fare…

      • MarcoTizzi

        Si dispererebbe solo chi ha poca voglia di lavorare.
        E sarebbe anche ora, sinceramente.

  • Andrea G.

    Statali compresi?

    • Lo Ierofante

      Certamente. Non si fanno figli e figliastri.

      • Andrea G.

        Dove si firma?

        • Lo Ierofante

          Al di là della Fallitaglia perduta 🙂

  • Mauro Comello

    Queste considerazioni ultra-liberiste, alla luce dei fatti fanno sempre più ridere, credete di poter spegnere un incendio usando la benzina… Un ulteriore liberalizzazione del mercato del lavoro deprimerebbe ancora di più il mercato interno, avremmo una corsa al ribasso dei salari, persone prive di competenze si troverebbero avvantaggiate a scapito dei professionisti del settore, che per non svendersi sarebbero costretti a migrare, e portare le loro competenze in altri paesi, cosa che è già avvenuta in larga misura. Per l’imprenditore italiano, (essendo la nostra economia basata su microimprese), il lavoratore è un costo e non una risorsa, tale atteggiamento porta i suddetti ad assumere personale a basso costo e privo di competenze, basta farsi un giro per i centri commerciali, dove il tuo interlocutore perlopiù non ha l’età per votare al senato, è pagato un inezia, e non avendo responsabilità, non è portato a crescere e a far crescere la propria azienda. Risultato, un generale deterioramento della qualità di prodotti e servizi, non possiamo pensare di competere con un mercato del lavoro di tipo cinese, dovremmo orientarci sulla qualità del prodotto, di questo passo con le vostre politiche ultra-liberali, finiremo per cucire palloni per l’Adidas a 10€ al giorno!!! Non credete di aver fatto già abbastanza danni? Oppure vi piace chiamare il vostro callcenter quando avete un problema e dall’altra parte vi risponde un pakistano sottopagato a cui non interessa nulla di quello che avete da dirgli? Se disincentivi le persone, se non gli dai la possibilità di crescere con l’azienda, la fiducia nel futuro viene a mancare e senza fiducia il mercato si ferma, perchè semplicemente si tira a campà. L’economia è composta dalle aspettative e le paure di ogni singolo individuo, tira tu le conclusioni!

    • Andrea Z.

      Proprio un bel discorso del ca@@o! Allora torniamo al comunismo, alle attività autogestite dai lavoratori, all’impossibilità di licenziare, al lavoro per tutti statale tipo scavare le buche e poi coprirle. Nel frattempo chi mantiene il tutto, invece di de localizzare con calma, come sta facendo ora, scappa di corsa … by by see you later … Il mondo è cambiato, perché non si vuol accettare? Perfino le persone si delocalizzano da sole!

      • Mauro Comello

        Ma cosa centra il comunismo, ragionate per ideologie, qui si parla di buon senso, non abbiamo una struttura economica di tipo industriale, dobbiamo puntare su ricerca, istruzione e turismo e comparto agro-alimentare, o pensi che abbassando il costo del lavoro un azienda tipo Alcatel potrebbe far concorrenza alla Apple, dovremmo puntare sul nostro patrimonio culturale, per quanto riguarda il fatto che le persone se ne vanno è proprio per queste politiche senza futuro, invece di tagliare spese improduttive, hanno tolto fondi all’istruzione e alla ricerca, dimmi tu che sei un genio su che cosa l’Italia in questo momento possa puntare… I prodotti agroalimentari,che erano la nostra forza stanno sparendo, se vai a fare la spesa ti ritrovi il latte tedesco e la carne francese, a basso costo se vai in Francia nei supermercati di prodotti italiani ne trovi ben pochi, loro tutelano la propria produzione interna, noi invece proprio per questo atteggiamento come il tuo da depositario della verità, ci mettiamo a 90 gradi, svendiamo le nostre aziende e facciamo entrare grandi multinazionali che occupano il mercato interno. Se la costituzione è stata scritta in quella maniera è proprio perchè conoscevano molto bene la natura degli Italiani di vendersi per 30 denari, ti assicuro che ne in Francia ne in Germania succede questo, o almeno non in questa misura, qui invece si vendono tutti, politici, imprenditori, giornalisti, purtroppo manca una forte identità nazionale, la riprova è il tuo discorso sul comunismo che non centrava nulla, qui in italia si discute fra tifoserie e non fra cittadini dello stesso paese, e gli altri ne approfittano.

        • Andrea Z.

          Non comunista, ma cattocomunista all’emiliana, lega coop ecc. Secondo la tua filosofia gli italiani dovrebbero vivere facendo i contadini e le guide turistiche. Vabbè, ma tra poco che le poche aziende produttive avranno delocalizzato, che lavoro gli facciamo fare alla gente, chi pagherà gli stipendi ai dipendenti pubblici? E le pensioni? Ci penseranno i contadini? Ps: le aziende innovative non vengono di certo ad investire in italia, piuttosto i bravi ingegneri e ricercatori italiani vanno a lavorare all’estero.

          • Mauro Comello

            Ancora con i comunisti ma sei fissato, guarda che sei completamente fuori strada, sto dicendo che bisogna investire su quello che abbiamo, non su aziende decotte, ti ripeto, per l’ultima volta, Turismo, non significa guida turistica,abbiamo uno splendido territorio e non lo sfruttiamo, dobbiamo coltivare i pochi cervelli che ancora rimangono, con un iniezioni di liquidità per la ricerca e la formazione delle generazioni future, nell’immediato non puoi risolvere la situazione che non può che peggiorare, ma almeno possiamo creare le basi per il futuro dei nostri figli, perchè per la mia generazione è evidente che non ci saranno coperture che tengano. Bisogna rivedere il sistema produttivo italiano che ormai ha quasi completamente perso le sue industrie. Poi la frase sui contadini è l’emblema della tua ignoranza, tu che minchia mangi future e opzioni, e caghi btp? Vergognati!

          • Andrea Z.

            Io posso dire contadini a chi voglio, ho un’azienda agricola a ortaggi con 5 ha di prosecco e 1 ha di cartizze in zona docg, ho investito nel settore ricettivo con ospitalità massima di 30 persone, non so cosa siano i future e le opzioni, non investo in borsa e non ho mai acquistato titoli di debito da uno stato fallito. Ti basta? Ma tu sai di cosa stai parlando? Se parli di istruzione, turismo e agroindustria dovresti sapere che sono una nicchia di mercato e che non possono costituire lo sviluppo di un paese.

          • Mauro Comello

            La tua “nicchia” di mercato è l’unica che tiene il passo con la crisi, dove ad una crescita esponenziale di questo settore si contrappone una contrazione dell’industria manifatturiera, vatti a leggere questo articolo,http://www.repubblica.it/economia/2014/04/03/news/vino_vinitaly_mediobanca_borsa-82651260/ perchè mi sa che sei tu a non sapere di quello che parli, nonostante tu dica di essere del settore, puntiamo su quello che abbiamo e che sappiamo fare meglio, per quanto mi riguarda io ci lavoro con i mercati finanziari, sono un trader privato, quindi come vedi lungi da me difendere articoli di legge che possano favorire i fancazzisti, ma mi ripeto, un ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro creerebbe solo più danni in questo momento, perchè già ora nelle industrie non c’è più un turnover, mandano in pensione o prepensionamento i dipendenti in esubero e ne assumono altri con contratto interinale con una scadenza di 3-6 mesi, dimmi tu come un padre di famiglia vive questa situazione, dove ad ogni scadenza di contratto non sa se potrà il mese successivo dar da mangiare alla propria famiglia, questo non mi sembra un discorso da comunista, quale assolutamente non sono, ma da persona di buon senso. E di famiglie in questa situazione ne conosco diverse.

          • Svicolone61

            Secondo me sei oroprio fuori strda.
            Il problema principale per cui anche il turismo e’ in crisi sono proprio gli alti costi e scarsa flessibilita’ (in uscita)…….Abbiamo gli alberghi tra i piu cari al mondo e i ristoranti con meno camerieri (perche’ anche prendere un cameriere in piu il sabato sera, magari uno studente, e’ costoso e complicato..).

          • Andrea Z.

            Completamente d’accordo.

          • Mauro Comello

            Fai l’errore di riversare il costo del dipendente sullo stesso, un datore di lavoro spende circa 2500€ a fronte di meno della metà che va in tasca al lavoratore, è colpa del dipendente o di una tassazione esagerata a carico del dipendente? Prendere una persona in più per il sabato sera non è ne costoso ne complicato, Quello che rovina le aziende è l’imposizione fiscale, non il lavoratore che anche tu vedi come un costo, siete tutti imprenditori dietro ad una tastiera?

          • Andrea Z.

            Forse per capire il tuo modo di pensare, bisognerebbe sapere quanti dipendenti hai o hai avuto.

          • Mauro Comello

            Torniamo sempre li, se hai un attività produttiva hai bisogno di collaboratori, un imprenditore degno di questo nome, mette in conto la voce dipendenti fra costi e ricavi, se non ci sta con le spese o lavora solo o chiude, l’energia la pagate? I fornitori gli pagate, le tasse le pagate? Be credo di si, ma guarda caso l’unica voce che secondo voi dovrebbe essere gratuita è il lavoro dipendente, e sai perche?, Perchè è l’unica voce su cui potete avere un minimo di contrattazione, perchè non andate a discutere con Enel o Equitalia e li fate sapere di quanto trovate ingiusto il costo dell’energia e l’imposizione fiscale? Smettetela di fare i bambini, se non ce la fate chiudete o trasferitevi, siete degli ipocriti!

          • ottavio1974

            Ma non preoccuparti che chiudono e si trasferiscono, a noi rimangono i diritti, sacrosanti per carità.
            Hai ragione, il costo del lavoro è alto, altissimo, prova ad abbassarlo… Su quello ci campa (e spesso ci marcia) tantissima gente, sai che gliene frega a chi riceve i soldi da dove arrivano, l’importante è che arrivino, è naturale.
            Ok x il turismo, vedere aumento tasse x gli impianti ricettivi negli ultimi 5 anni, ottimo incentivo…
            Ok per la ricerca, privata per favore, vai a vedere fisicamente che succede nel pubblico, io ho visto poco, mamma mia.
            Ok x l’agricoltura, sentito Renzi che ha detto che è ora che inizi a pagare?
            Tutto ok.
            Nel frattempo, come dici tu, si chiude e si va via, perchè non si è in grado, in Italia, in altre nazioni magari si apre e si riesce anche bene, ma non la Cina, nazioni europee.

          • Andrea Z.

            Ahhh, già, tu si che sai cosa vuol dire avere dipendenti! Mandiamole via le aziende o facciamole fallire, non è certo per un ideologia cattocomunista, noo! È che poveri stupidi imprenditori non sanno come lavorare. Tanto non ce n’è bisogno. Poi quelli che vanno all’estero tornano indietro piangendo, chiedono per favore di tornare a lavorare in italia. A Chiasso c’è la fila di imprenditori italiani che sono andati a delocarizzare in svizzera e vogliono tornare, lo racconta sempre fk.

          • Andrea Z.

            Dici di essere un trader privato, lo fai per guadagnare? Un azienda invece dovrebbe per ideologia perdere parte degli utili? Se un lavoratore non ha le motivazioni per lavorare, allora è meglio che stia a casa e senza stipendio. Ma perché un’azienda, un artigiano o un libero professionista oggi dovrebbe avere le motivazioni per assumere un dipendente? Per vedersi ricattato da un sindacalista? E infatti mi sembra che la disoccupazione giovanile sia altissima, anche per la mancanza di cultura nel sapere stare al mondo senza un posto fisso. Lascerei perdere la repubblica, essendo un giornale sussidiato e di proprietà di uno che paga le tasse in svizzera, oltre ad essere la tessera n 1 del pd, non la considero una fonte attendibile.

          • Mauro Comello

            Non fare il grillino i dati sono reali è uno studio di Mediobanca, per il resto sono d’accordo sulla repubblica in generale, come vedi l’eccessiva tassazione che grava sulle aziende e sul lavoratore fa si che l’imprenditore veda il proprio collaboratore come un peso, riversando la propria frustrazione sui propri dipendenti, questa tua considerazione, peraltro prevedibile è la dimostrazione di ciò che dico, e cioè che un ulteriore allentamento delle garanzie lavorative, innescherebbe la situazione che ho esposto all’inizio. C’è un bel esperimento di psicologia sui topi, se ne metti uno in una gabbia, e lo torturi, con delle scosse dopo un po’ perde il pelo, si ammala e muore, ma se nella gabbia ne metti due e continui a torturarli vivranno a lungo dandosele ogni giorno di santa ragione.

          • Guen Dami

            beh… ma questo non vuol dire niente per la verità. Tutti i settori, se presi da soli, sono “nicchie” di un mercato piu ampio. Neanche lo sviluppo dell’ ICT da solo può costituire lo sviluppo di un paese, ad esempio…

        • Andrea Z.

          Poi per non riconoscere che l’art.18 ha creato solo danni bisogna essere un sindacalista della cgli.

          • Mauro Comello

            Anche questo è da sfatare visto che l’aticolo che citi tutela queste categorie:
            le unità produttive con più di 15 dipendenti (5 se agricole);
            le unità produttive con meno di 15 dipendenti (5 se agricole) se l’azienda occupa nello stesso comune più di 15 dipendenti (5 se agricola);
            le aziende con più di 60 dipendenti.
            Essendo il nostro tessuto produttivo fatto da microimprese una revisione di tale articolo risolverebbe poco, sicuramente una revisione del sistema lavorativo nel settore pubblico è doverosa, ma io parlavo del settore privato.

        • Antonello S.

          Personalmente sono molto d’accordo con quello che affermi.
          Però se non vuoi correre il rischio che le tue parole sembrino troppo demagogiche, occorre precisare almeno di due cose su questo argomento molto complesso…
          La prima è il riconoscere che probabilmente i ccnl prevedono obiettivamente diritti molto giusti ma di cui se n’è fatto in passato (e se ne continua ancora a fare) un uso distorto per mancanza di strumenti che riuscissero a distinguere la malafede da una giusta causa ed alcuni, anche privilegi eccessivi (mi riferisco ad esempio a quelli dei dirigenti del pubblico impiego o ad alcuni vecchi contratti del settore privato).
          La seconda è che il presupposto naturale al giusto mantenimento di questi sacrosanti diritti è un mercato che funzioni, che non crei una disoccupazione come quella presente nel nostro Paese, perchè sennò si creano proprio i presupposti per ottenere l’effetto inverso, cioè la loro perdita.
          E’ del tutto ovvio che, nonostante i tentativi di mistificazione attuati per screditare l’Italia, l’esempio europeo ci dimostra come la disoccupazione generalizzata sia stata pianificata e creata grazie alle politiche scientificamente imposte da quei mercati di cui tanti forumisti si sciaquano la bocca.
          Anche se molti non sono d’accordo, io invece sono altresì convinto, che solo uno Stato libero dai legami economici con queste potenti realtà, può creare i presupposti per riattivare la nostra economica, a cominciare dalla domanda interna che è stata deliberatamente ridotta al lumicino.
          Il problema è sempre quello macro…con quale ideologia economica? Keynes o Von Hayek?

          • Mauro Comello

            Finalmente qualcuno che ragiona, sono d’accordo, credo non sia demagogia, ma la volontà di un cambio di rotta che dovrà avvenire nei prossimi anni, la cosa più difficile sarà prenderne atto, abbiamo settori in cui possiamo fare la differenza, sopratutto nel settore del lusso, ma se perdiamo questo know out, siamo finiti, le dottrine economiche che citi secondo me fanno parte del passato, l’ultraliberismo della Tacher e di Regan, hanno portato benefici a breve termine, ora come ora i risultati sono sotto gli occhi di tutti, l’idea di privatizzare la maggioranza delle aziende di stato potrebbe essere valida per aumentarne l’efficienza, a patto di avere una classe politica e dirigenziale non corrotta, pena la svendita e dismissione delle stesse, purtroppo il Keyenismo, come il le idee di Hayek,rimangono chimere quando ti scontri con la natura umana, io non sono tanto convinto della capacità del mercato di autoregolarsi, proprio per l’avidità e ambizione intrinseca del essere umano, tenendo poi presente che parliamo di filosofie economiche nate in un diverso contesto storico.

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  • Tommasodaquino

    Ottimo articolo. Se posso permettermi di aggiungere un concetto. Il mercato del lavoro in Italia è bloccato anche in termini trasversali tra i vari settori per ragioni prettamente culturali. Ovvero è praticamente impossibile per un lavoratore cambiare settore pur facendo quasi lo stesso lavoro. Questo è responsabilità dell eccessiva burocrazia ma anche della cultura assolutamente chiusa sul mondo del lavoro

    • Lo Ierofante

      È un po’ un cane che si morde la coda.
      Sono le condizioni socio-economiche che creano una determinata forma mentis, o è viceversa? Anche qui, a mio avviso, è soprattutto un problema di trasmissione delle informazioni fra tutte le parti in causa.

      Saluti,
      GERARDO GAITA

  • Svicolone61

    Ottimo articolo.

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