Memento Mori, Italia

Di Lo Ierofante , il - 103 commenti

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Gerardo Gaita

 

 

 

 

 

 

 

Se fate parte, o percepite di fare parte, della coorte degli “utili idioti”, vale a dire di coloro che sono avidamente concentrati sull’affaire Mogherini, sugli 80 euro per sempre, e su come dovrà essere modificato l’attuale sistema costituzionale del bicameralismo italico, allora sappiate da subito che questo post non fa per voi. Cambiate canale. Tanto per voi non c’è alcuna speranza di redenzione. Voi vivete nell’illusione che Roma sia ancora la capitale di un grande impero, che la civiltà abiti ancora in questi luoghi, che questo Paese abbia ancora qualcosa da dire sul palcoscenico del mondo.

La verità è che oggi Roma è ridotta per importanza a poco più di un villaggio provenzale, ed i suoi abitanti sono in preponderanza ridotti alla condizione di ladri o meretrici, oppure a delle ignave forme di vita, una sorta di esseri vegetativi che hanno deciso di adottare una completa rinuncia all’azione e che hanno, di conseguenza, soppresso qualsiasi coscienza.

L’Italia dei nostri giorni riflette perfettamente quello che Adam Smith descrisse nella suo celeberrimo saggio del 1776, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, come lo “Stato Stazionario”, ossia la situazione di un Paese precedentemente opulento e che ha cessato ad un certo istante di prosperare.

Caratteri distintivi dello Stato Stazionario smithiano sono un potere di acquisto tendente verso il basso per la maggioranza degli individui e la capacità di una élite corrotta e monopolista di sfruttare a proprio beneficio il sistema giuridico ed amministrativo in tutto e per tutto.

Tuttavia, ad avviso dello scrivente, i dati correnti più rivelatori della drammaticità che sta affliggendo il nostro Paese non sono quelli strettamente economici, bensì quelli demografici.

Gli effetti degli aborti, del crollo delle nascite, della disgregazione della famiglia, dell’immigrazione incontrollata e forzosa, e dell’invecchiamento progressivo della popolazione si riflette, infatti, susseguentemente in ogni aspetto della vita, a partire dalla mancata crescita economica fino ad arrivare alla crisi dei sistemi assistenziali.

Alla base di questo disastroso quadro demografico vi è una maligna ed articolata concomitanza di un abnorme sistema di welfare pubblico (lo sviluppo massiccio del welfare state, del paternalismo burocratico, può essere considerato come il trasferimento strutturale della funzione di “dipendenza” dalla famiglia allo Stato) con altri elementi culturali, su tutti una martellante propaganda consumistica alternata ad una deturpante retorica pauperistica e terzomondista, i quali hanno finito da un lato per sconsacrare quasi totalmente il ruolo e la funzione della famiglia nell’ambito della società, dall’altro per minare dall’interno le fondamenta morali del nostro benessere.

Ecco alcuni recenti dati ISTAT che ci illustrano i risultati raggiunti dal nostro Stato in merito alla sua “cura dell’individuo dall’utero alla tomba”:

Per il quinto anno consecutivo le nascite diminuiscono, attestandosi a 514 mila nel 2013.

Il numero medio di figli per donna scende da 1,42 nel 2012 a 1,39 nel 2013.

L’età media al parto sale a 31,5 anni.

Circa l’80% delle nascite proviene da donne italiane, il restante 20% da donne straniere. La fecondità delle prime scende, tra il 2008 e il 2013, da 1,34 a 1,27 figli per donna. Diminuisce anche la fecondità delle donne immigrate: da 2,65 figli per donna a 2,20 nel medesimo periodo.

Le immigrazioni dall’estero scendono a 307 mila, pari a un tasso del 5,1 per mille, contro le oltre 350 mila del 2012 (5,9 per mille). Aumentano, invece, le emigrazioni, circa 126 mila (2,1 per mille), contro i 106 mila dell’anno precedente (1,8 per mille). Il saldo migratorio con l’estero è di 182 mila unità, per un tasso del 3 per mille (4,1 nel 2012).

A fine 2013, gli individui di 65 anni e oltre rappresentano il 21,4% del totale (21,2% nel 2012), risultando in ulteriore aumento, mentre i giovani fino a 14 anni di età scendono al 13,9% (dal 14% del 2012).

A maggio di questo anno, secondo il Supplemento al Bollettino statistico Finanza pubblica, fabbisogno e debito della Banca d’Italia (pubblicato lunedì 14 luglio), il debito pubblico italiano ha visto un incremento di 20 miliardi di euro rispetto al mese precedente ed ha raggiunto la cifra record di 2.166,3 miliardi. In tale maniera, la sua crescita dall’inizio dell’anno 2014 è di 97 miliardi di euro, un rialzo, pertanto, del 4,7%.

L’incessante lamento statalista reclama a gran voce l’attuazione di un’imposta patrimoniale addizionale una tantum di dimensioni meravigliosamente cospicue e l’implementazione di privatizzazioni all’italiana, stile Fincantieri per intenderci, per abbattere, non si capisce bene di quanto, lo stock di debito esistente.

Tale lamento se concretamente messo in opera non andrebbe, però ed ovviamente, ad incidere in alcun modo sulle ragioni strutturali della continua crescita del debito pubblico, e quindi sul perimetro e sulla qualità della legislazione dello Stato, che sono, in ultimo, le cause primarie del sovraindebitamento.

Qualsiasi economia troppo indebitata arriva, prima o poi, ad un momento in cui dover seriamente scegliere tra 3 opzioni/combinazioni:

  1. Diluire i debiti ricorrendo alla svalutazione e dunque all’inflazione.
  2. Non onorare tutto o parte del debito pubblico dichiarando così formalmente e sostanzialmente bancarotta.
  3. Applicarsi affinché il tasso di crescita superi per il tempo che si renderà necessario il tasso di interesse.

Nessuna teoria economica ci può consentire di sapere in anticipo quale di queste opzioni, o quale loro combinazione, verrà scelta e perseguita da un determinato Paese, in quanto tale decisione appartiene interamente al campo delle deliberazioni politiche, nel senso più ampio della loro espressione.

Ciascuna di queste opzioni presenta, in ogni caso, delle implicazioni sicuramente sconvenienti da tenere in conto.

Ricorrere alla prima soluzione significa sostenere un processo di corrosione dell’unità monetaria le cui conseguenze deleterie andranno ad incidere in un certo grado sulla corretta interpretazione del calcolo economico da parte di individui ed imprese, nonché sul livello generale dei prezzi e sulla struttura dei prezzi relativi (allargando conseguentemente la forbice tra ricchezza e povertà), ed i cui effetti negativi sull’estensione delle libertà personali possono rivelarsi nel lungo periodo addirittura catastrofici.

Per quanto attiene la seconda opzione, c’è da dire che Murray N. Rothbard aveva senz’altro ragione quando nel giugno del 1992 asseriva che il debito pubblico non può essere valutato e trattato come un contratto produttivo tra due proprietari legittimi, che la santità dei contratti di natura privata non può essere trasferibile a quelli di natura pubblica. Questo perché ogniqualvolta i governi per finanziarsi decidono di prendere in prestito del denaro, non stanno mettendo sotto ipoteca il loro denaro, per meglio dire il solo denaro di chi assume direttamente la decisione di produrre debito, bensì quello di tutti, generazioni future comprese. Che ciò poi possa essere accumulato regolarmente a vantaggio dell’interesse generale e nel rispetto delle regole democratiche è una fiaba storicamente inventata ad hoc da quella precitata élite per far passare agli occhi del gregge simile pratica come se fosse normale amministrazione.

Nondimeno, ci si sbaglia se si pensa che ripudiare il debito pubblico, tutto o in parte, sia una soluzione indolore. Al di là del fatto che un Paese che va in default (anche solo parziale) sarà sottoposto a difficoltà più o meno grandi a trovare investitori esteri decisi ad acquistare in futuro, quantomeno prossimo, nuovi titoli di Stato (poco o per niente male), il problema principale è sapere quanto danno verrà arrecato tramite il default ai soggetti finanziari nazionali, banche, assicurazioni e fondi pensione, in possesso di titoli del debito pubblico. Maggiore sarà la loro esposizione in questo senso (in Italia, attualmente, la quota di debito pubblico in pancia ai suddetti soggetti è quasi la metà del totale), maggiori, nella breve-media e forse anche lunga durata, potranno essere le ripercussioni nefaste a cui si potrà andare incontro, sia in termini di sistema-Paese, sia in termini di ordine sociale. (Le più o meno ingenti perdite economiche potrebbero declassare anche in perdite consistenti di vite umane).

Arrivando alla terza opzione, se parliamo di crescita autentica e virtuosa e non di crescita tarocca, questa, in un Paese come l’Italia, può significare solamente ridare slancio alla società civile attraverso un abbattimento dell’imposizione fiscale complessiva e delle regolamentazioni burocratiche e centralizzate. Tale soluzione è l’unica scelta effettivamente strutturale. Mentre, di fatto, patrimoniali, inflazione, default, haircut, non incidono positivamente per nulla sui fondamentali dell’economia, ma sono soltanto, al massimo, un palliativo buono per risolvere una difficoltà contingente (Argentina e Grecia con le loro storie stanno lì a testimoniare quanto appena affermato), l’abbattimento dei vincoli che ingabbiano l’energia imprenditoriale degli esseri umani è, invece, qualcosa che può essere pressoché permanente, se le necessarie regole di condotta politica che si danno per attuare ciò vengono esaustivamente rispettate.

Il problema semmai di questa opzione consiste nel provare approssimativamente a sapere se quella componente di spesa pubblica che viene inevitabilmente meno a seguito di una riduzione dei costi dell’apparato statale e delle sue funzioni, può essere rimpiazzata da una emersione sufficiente della funzione imprenditoriale da parte dei singoli individui e in quali tempi.

La risposta a questo dilemma è tutt’altro che ovvia. E tale quesito, nello specifico caso italiano, può essere tranquillamente riformulato in siffatta maniera:

“un Paese come l’Italia che, dalla fondazione della sua Repubblica, ha sperimentato l’assuefazione a quasi ogni forma di socialismo reperibile sul pianeta Terra (democratico, conservatore, solidaristico, sindacalista fino a giungere, grazie all’adesione all’Unione Europea, a quello scientista) e che odiernamente è ridotto, data la sua composizione demografica, ad una specie di ospedale geriatrico, a cui va aggiunta una buona dose di immigrazione di scarsissimo se non inesistente valore aggiunto, quale tipo di futuro può avere davanti a sé negli anni avvenire”?

In conclusione, possiamo affermare che immaginare quale paesaggio avrà questo Paese nei prossimi 5-10-15 anni ed oltre è veramente un enigma di ardua scomposizione e risoluzione. La paura che lo Stato Stazionario possa condurre a esiti politici pericolosamente dinamici, già adesso, se ci soffermiamo lucidamente a ragionare, è molto più che un semplice timore. Il tempo della fine ha sempre luogo; di Esso ci deve inquietare il quando, ma ancora di più il come.

 

 

 

 

 

 

 

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