La Cina NON può far esplodere la bolla azionaria

Di Mauro Bottarelli , il - 6 commenti

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Mancano poche ore e domani sapremo se la Cina sta per sperimentare il suo terzo default corporate, dopo che lo scorso mese il mancato pagamento di un coupon da 14 milioni di dollari vide il Boading Tianwei Group andare a zampe all’aria, primo caso che riguardasse una sussidiaria di un’azienda statale. Ora è il turno della Zhuhai Zhongfu Enterprise, azienda produttrice di bottiglie in plastica e fornitore di marchi come Coca Cola e Pepsi per il mercato cinese, la quale domattina dovrebbe ripagare 590 milioni di capitale su un bond emesso nel 2012 al 5,28% di rendimento e che invece sarà in grado di onorare soltanto 149 di yuan più tutti gli interessi, circa 31,15 milioni di yuan. L’azienda, basata nella città del sud di Zhuhai e che occupa oltre 4mila persone, il 21 maggio scorso aveva reso noto agli investitori che un consorzio di banche aveva respinto la sua richiesta di un prestito da 500 milioni di yuan, di fatto ufficializzando una drammatica crisi di liquidità. Direte voi, succede. Certo, peccato per tre piccole criticità. Primo, non si tratta di un’azienda da due lire ma della fornitrice di giganti come Coca Cola e Pepsi che rischia il default su un bond che va a scadenza: qualcosa non torna. Secondo, prima che venisse sospeso il mese scorso, il titolo dell’azienda sul listino di Shenzhen aveva macinato il +120% da inizio anno, viaggiando a un multiplo di utile per azione di 71x. Terzo, come può esserci crisi di liquidità in un mercato simile?
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I due grafici qui sopra ci mostrano il diluvio di liquidità cinese al novembre 2013 rispetto a quella immessa dalla principale tre Banche centrali e il secondo come, ad oggi, le banche cinesi abbiano assets per circa 30 trilioni di dollari, quasi il doppio degli istituti statunitensi. Eppure c’è crisi di liquidità? Perché? Quest’altro grafico ce lo spiega, molto bene.
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Dunque, siamo nella trappola perfetta: creazione di moneta senza un domani ma, al netto della draconiana censura che il governo ha posto sul sistema bancario ombra, ecco crescere le sofferenze a livelli quasi ingestibili. Un sistema sull’orlo dell’esplosione, parrebbe. E cosa ha evitato finora che la pentola a pressione smettesse di lanciare guaiti e finisse in mille pezzi? L’enorme casinò del riciclaggio legale, la Borsa. Come vi ha fatto notare recentemente anche Funnyking, il mercato cinese non è in bolla, è una bolla. Il problema è che proprio l’equity market sta giocando un ruolo sempre più importante per quanto riguarda sia gli obiettivi politici di breve termine che le riforme strutturali più ambiziose del governo cinese, è il driver. A Pechino pensano infatti che un rally azionario sostenuto può implementare il Pil dello 0,5% attraverso attività finanziarie legate al trading e di un altro 0,2% grazie ai maggiori consumi garantiti dalla creazione di benessere. Di più, si pensa che i benefici potenziali della cosiddetta “equitizzazione” siano anche altri, ad esempio aiutare a rimpiazzare il debito con finanziamento equity. Il cortocircuito totale, visto che di solito dovrebbe essere un Pil solido a far correre i titoli azionari e non il contrario. Peccato che ci siano alcune variabili che fino ad oggi, guardando alla Cina, il mondo ha preferito ignorare. Ad esempio, il fatto che la crescita della credito seguita al crollo Lehman ha di fatto rappresentato la dinamo che ha tenuto in piedi il mondo almeno dal 2009 al 2013, anno in cui Pechino si è resa conto di avere un problema che la sua ratio debito/Pil che flirtava con il 300% e con uno stock di debito che gravava sull’economia e rischiava di tramutarsi in una metastasi, il cui epilogo sarebbe stato quella di un’ondata di default in stile effetto domino. A metà 2014 si intervenne quindi con la mannaia sul sistema bancario ombra, operazione che portò però a un netto rallentamento del Pil sia cinese che globale (una delle causa dell’asfittico dato del Pil Usa del primo trimestre di quest’anno, oltre ovviamente al proverbiale maltempo) ma si attivò anche il rally del mercato azionario, il quale entro fine dello scorso anno aveva guadagnato già il 50% e un altro 50% è stato incamerato fino ad oggi. Insomma, il governo cinese non è che non vuole, non può far esplodere la bolla azionaria in atto. Il problema però è quale sostenibilità questa possa avere, se già viaggia su multipli da manicomio e non si ha un Pil robusto come un tempo che possa sostenere quella crescita incontrollata dei multipli. Con circa 4 milioni di conti titoli aperti ogni settimana, la Cina è ormai passata da “fabbrica globale” e “indice globale”: resisterà a eventuali shock esterni? O sarà lei a inviarne uno ingestibile al resto del mondo?

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