Se la Fed alza salta tutto. O quasi. Ed è ciò che serve a Wall Street

Di Mauro Bottarelli , il - 6 commenti

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L’America scoppia di salute, quella corporate poi è addirittura al settimo cielo. O forse no. Una decina di giorni fa McDonald’s, il gigante della ristorazione fast food, annunciava che a partire dal prossimo mese di luglio non avrebbe più reso noti i cambiamenti rispetto ai dati di vendita su base mensile. Bene, ieri pomeriggio la stessa McDonald’s ha però reso noti di dati di maggio, i quali dopo il calo dello 0,6% di aprile hanno registrato un -0,3%: si tratta del 12mo mese consecutivo di calo nelle vendite a livello globale.
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Il prossimo mese sarà certamente il 13mo, poi in base alle nuove norme stop: non ci sarà un 14mo mese di fila. Sospiro di sollievo degli azionisti. Ma scorporando il dato, si scopre dell’altro. Ovvero che le vendite di maggio in Europa sono salite del 2,3%, quindi il QE di Draghi sta funzionando se sempre più europei possono permettersi il lusso di un pranzo o una cena da 5 euro a base di BigMac e patatine. Il problema è che al netto dei dati di Europa e Asia, il calo a livello globale è stato trainato proprio dal dato della casa madre, ovvero gli Usa, che hanno registrato un calo delle vendite del 2,2% contro un’attesa del -1,7%. Insomma, l’economia Usa è talmente sana che anche McDonald’s è diventato troppo caro per una platea sempre più alta di cittadini (a meno che la Fed non ci dica che con il caldo di maggio gli statunitensi – notoriamente salutisti in fatto di cibo – mangiano tutti insalatone e carpacci, invece che hamburger e cheeseburger).
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O forse il calo delle vendite interne denominate in dollari è dovuto proprio al biglietto verde troppo forte, ragione di preoccupazione anche per Barack Obama al G7 terminato ieri in Baviera? Chissà, fossimo Steve Easterbrook, amministratore delegato di McDonald’s, aggiorneremmo il libro delle scuse per la prossima assemblea degli azionisti.
Ma la questione è seria e si lega a doppio filo con l’ipotesi di aumento dei tassi di un quarto di punto da parte della Fed, variabile tornata al centro del dibattito già per settembre dopo il dato sull’occupazione non agricola dello scorso venerdì, tanto che come ci mostra questo grafico ora il consensus medio per il timing del primo aumento è atteso ai livelli minimi da cinque anni, ovvero a 5,85 mesi da ora.
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E non tanto e non solo per l’ipotesi che operando sul “flusso” la Fed voglia sacrificare qualche milione di investitori obbligazionario per garantirsi via libera al QE4 entro fine anno ma perché come ci mostrano questi grafici,
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la situazione sta rapidamente deteriorando in uno dei mercati più caldi del mondo: quello degli emergenti. Il volume del mercato obbligazionario corporate Usa è infatti salito da 5,9 trilioni del 2009 ai 7,8 trilioni di fine 2014 e il debito venduto dalle aziende nei mercati emergenti è stato emesso alla velocità maggiore. Stando a calcoli di Barclays, “il debito corporate dei mercati emergenti è cresciuto virtualmente al tasso maggiore di tutto il segmento a reddito fisso. Nonostante rappresenti ancora un piccola porzione del mercato del credito globale, l’ammontare di debito corporate hard-currency dei mercati emergenti (come i bond emessi in dollari) è sette volte più grande di quanto non fosse dieci anni fa. Un dollaro su cinque delle emissioni corporate globali ora arriva da un’azienda dei mercati emergenti, quasi sempre denominate in biglietti verdi. Ad oggi la percentuale del debito corporate EM è pari al 18% del totale denominato in dollari e questa quota sta ancora crescendo, dopo essere aumentata alla velocità maggiore tra questa asset class.
Il motivo è semplice, quei Paesi stanno cercando di rallentare la dipendenza dal prestito bancario, un trend particolarmente accentuato in Brasile, Cina e Russia. Ora, il problema è che il mercato del debito corporate di questi Paesi ha dei rischi ontologici, ovvero bassa liquidità, mismatch tra valute e rischi di instabilità geopolitica connessi (basti veder cosa sia accaduto in Turchia dopo che Erdogan ha perso la maggioranza assoluta in Parlamento, Borsa e lira a picco). Cosa succederà a quel debito – e di conseguenza alle aziende che lo hanno emesso e alle valute dei Paesi che le ospitano – se la Fed alzerà davvero i tassi e quindi il costo del denaro? Ricordate il “taper tantrum” della scorsa estate, quando il QE3 stava per terminare e gli emergenti sono andati fuori controllo? Bene, ora il carico di debito, a livello globale, è molto maggiore e le condizioni macro ancora peggiori. Altro che BigMac, diventerà forse troppo oneroso anche un semplice hamburger da 99 centesimi. A meno che la Fed non abbia calcolato tutto: perdite ora ma poi diluvio di soldi per tutti (sicuramente per Wall Street) almeno fino a metà 2017.

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