Siria o Iraq, la certezza è che gli Usa andranno in guerra. Per il Pil

Di Mauro Bottarelli , il - 4 commenti

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Alla fine, come nel gioco della “Settimana enigmistica”, unire i puntini porta a un quadro più chiaro della situazione e svela il vero volto della cose: in questo caso, un vero e proprio Frankenstein creato a tavolino. Un documento segreto del Pentagono svelato la scorsa settimana da un giornalista britannico, Nafeez Ahmed, dimostrerebbe infatti che il Dipartimento di Stato Usa ritiene l’Isis “un asset strategico per il regime change in Siria” (tesi confermata a caldo da Charles Shoebridge, ex militare ed ex dirigente dell’anti-terrorismo della Metropolitan Police britannica) e in effetti l’avanzata del Califfato nel Paese arabo sta continuando a tappe forzate, rinforzata dall’entusiasmo per la campagna contemporanea in Iraq, dove sia Ramadi che Palmyra sono passate sotto il controllo dei tagliagole. Questi due grafici ci mostrano bene quale sia la situazione attuale, sia a livello di territori con cellule dell’Isis già presenti, sia a livello di tentativo di reclutamento dell’Isis verso gruppi estremisti che si vorrebbe portare nel franchising del Califfato.
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Di più, sempre report molto recenti ci dicono che la scorsa estate, durante la vittoriosa campagna su Mosul, l’Isis ha depredato l’esercito iracheno di 2300 mezzi corazzati Humvees, una perdita rivelatasi molto conveniente per gli Usa, poiché quel colpaccio da circa 1 miliardi di dollari da parte del Califfato ha permesso a Washington di vendere armi a Israele, Iran, Iraq e Arabia Saudita per un controvalore di 4 miliardi di dollari, come vi dicevo due settimane fa, proprio per combattere un meglio equipaggiato Isis.

Già, parlo proprio di quei 4 miliardi di vendite militari che hanno garantito un sostegno all’asfittico Pil Usa del primo trimestre, prima della revisione a -0,7%. Il comparto dell’industria militare e aerospaziale Usa ringrazia, azionisti di Boeing, Ellwood National Forge, General Dynamics, Lockheed Martin e Raytheon Missile Systems in testa. E non lo dice il sottoscritto, lo ha confermato all’Associated France Press il 31 maggio scorso il primo ministro iracheno, Haider al-Abadi, a detta del quale “nel collasso di Mosul abbiamo perso molte armi. Soltanto nella città abbiamo perso 2300 mezzi Humvees”. Trattasi di mezzi corazzati che l’Iraq aveva comprato lo scorso anno dagli Usa, dopo l’ok del Dipartimento di Stato, nel numero di 1000 come implementazione del parco già in suo possesso per la cifra di 579 milioni. Avendone persi 2300, la cifra sale sopra il miliardo di dollari. Ma, ripeto, solo nel primo trimestre di quest’anno gli Usa hanno venduto armi in chiave anti-Isis per 4 miliardi di dollari, tra cui 2000 missili anti-carro proprio all’Iraq terrorizzato da autobombe e Humvee blindati dei tagliagole! Strano caso, poi, dopo la caduta di Palmyra, Ramadi e dopo l’attacco con un attentato suicida alla moschea saudita, al Congresso i falchi hanno cominciato a parlare della necessità di truppe di terra americane nell’area, i mitologici “boots on the ground” che fanno eccitare a morte i vari Giuliano Ferrara della situazione: per ora la discussione è limitata ai cosiddetti “spotters”, ovvero appartenenti alle forze speciali che offrono supporto logistico, magari evitando troppi danni collaterali. Dalle 10.28 del 1 giugno, però, c’è una novità e sta tutta in un tweet dell’Ambasciata Usa in Siria: “Reports indicano che il regime sta compiendo raid aerei in supporto dell’avanzata dell’Isis su Aleppo, aiutando gli estremisti contro la popolazione siriana”. Di più, il “Guardian” conferma questa tesi e facendo parlare il portavoce del Fronte Islamico, l’opposizione siriana “moderata”, Islam Alloush, ottiene queste parole: “Ieri il regime ha bombardato Mare’a (città nelle mani dell’opposizione, ndr) esattamente nello stesso momento in cui l’Isis ci stava attaccando e con questa azione li ha aiutati grandemente. E’ diventato un dato di fatto fin dal 2013 che il regime siriano ci bombarda per non permetterci di combattere come potremmo l’Isis. E l’Isis non ha mai attaccato gli aeroplani siriani, devono il loro successo al regime”.

Ora, non vi pare lo scenario perfetto per un attacco alla Siria in grande stile e con enorme giustificazione umanitaria globale? Assad e l’Isis che combattono insieme contro la valorosa opposizione “moderata”, niente di meglio per giustificare un supporto militare Usa visto che le orde barbariche del Califfato ora fanno squadra con il feroce dittatore che usa armi chimiche contro la popolazione, di fatto dando vita a quel Frankenstein di cui vi parlavo all’inizio dell’articolo. Pronti a una nuova guerra che faccia felici tutti, ovvero l’industria militare Usa, il Pentagono che la controllo, i lobbisti al Congresso, il Bureau of Economic Analysis che potrà pompare il dato dell’export bellico nel suo prossimo conteggio del Pil e Barack Obama che potrà vestire i panni del difensore della democrazia in pericolo, con l’Onu plaudente in sessione plenaria? D’altronde, stiamo parlando dello stesso governo ch nel corso dei circa due anni di “primavere arabe” hanno visto il Dipartimento di Stato guidato dal candidato presidente, Hillary Clinton, approvare vendite per 66 milioni di dollari dei cosiddetti “Category 14 exports”, ovvero agenti tossicologici, inclusi agenti chimici, agenti biologici e equipaggiamento associato, come denunciato da IBTimes senza che dagli Usa si sia alzato un solo vento di smentita. E a chi li hanno venduti quegli agenti tossici? A nove governi mediorientali che, casualmente, hanno fatto laute donazioni alla Clinton Foundation e gruppi ad essa associati che hanno poi pagato i cachet per le conferenze di Bill Clinton. Che classe, ragazzi! Senza dimenticare che il 25 maggio scorso l’Isis ha confermato tramite il quotidiano on-line in lingua inglese Dabiq (con grafica molto accattivante e pieno di pubblicità di profumi griffati) come entro 12 mesi intende compiere attacchi sul suolo statunitense, in perfetto stile 11 settembre ma più devastanti perché di livello nucleare: “Abbiamo abbastanza soldi per comprare un ordigno nucleare dal Pakistan e compiere un attacco negli Usa il prossimo anno”. Manca che indichino il luogo dello scambio e l’Iban per il bonifico… E chi ha scritto l’articolo per Dabiq? John Cantlie, giornalista britannico nelle mani dell’Isis dal 2012, trasformatosi di fatto in ufficio stampa del Califfato per le comunicazioni verso l’Occidente e i Paesi di lingua inglese. Certo, sotto la minaccia di una lama chiunque di noi lo farebbe ma la capacità che hanno a Dabiq di far sparire i metadata dopo la pubblicazione del pdf per far omettere i dettagli di chi ha originariamente pubblicato, fa crescere qualche dubbio. Ormai sono quasi scontati i nostri amici d’Oltreoceano ma c’è da capirli, con la Fed che non sa come gestire la bolla di Wall Street a fronte di un’economia reale già in recessione (e con l’assillo dei tassi da alzare, quando invece serve il QE4), solo il vecchio e sano warfare keynesiano può far guadagnare un po’ di tempo (e soldi): questo grafico lo rende plasticamente chiaro.
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Avanti così, fino al primo intoppo reale. Dal nome Vladimir Putin. Perché al netto dello scenario medio-orientale, guarda caso, da ieri è ricominciata anche la guerra in Ucraina. A volte, le combinazioni stupiscono davvero.

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