Cina, il Partito ha ordinato che il rally continui. Ma la bolla cresce. E a Wall Street…

Di Mauro Bottarelli , il - 1 commento

China_Frenzy
Fuori dall’eurozona l’effetto contagio greco è già finito? In effetti, pensare che i guai di un Paese la cui economia rappresenta meno del 3% del Pil dell’Ue possa contagiare e far deragliare Wall Street e la Cina fa un po’ ridere, al netto del fatto che il market cap della Borsa di Atene rappresenta una frazione di quello di una big quotata allo Standard&Poor’s o al Dow Jones. Ieri Shanghai ha chiuso con un tonico +5,5% dopo l’ennesimo tonfo di quasi il 4% di lunedì (contagio ellenico, sicuramente) e tutti sembrano aver tirato un sospiro di sollievo rispetto alla correzione già innescata dai massimi del 12 giugno scorso. La bolla del Dragone può quindi espandersi ancora un po’. D’altronde, sul finire della scorsa settimana la Banca del Popolo (PBOC) aveva fatto di tutto per tamponare l’inversione dei corsi: taglio dei tassi, taglio dei requisiti di riserva obbligatoria delle banche, blocco preventivo delle Ipo in Borsa fino al termine del periodo di turbolenza.

Ma, soprattutto, aveva mosso la grande pedina: il Partito, nella persona del portavoce del CSRC, l’ente regolatore del mercato cinese. E cosa aveva detto, con tono abbastanza risoluto, al South China Morning Post? Primo, “i rapidi cali del mercato sono il risultato naturale di prese di beneficio”. Secondo, “le correzioni rapide non fanno bene a uno sviluppo sano e stabile del mercato azionario ma il rischio di margin calls è ancora sotto controllo”. Terzo, “non ci sono cambiamenti nella situazione generale di mercato, c’è ancora ampia liquidità e questa incontra la domanda degli investitori per l’allocazione di assets”. Quarto, “il governo cinese continuerà ad aprire i mercati di capitale e dà il benvenuto a investitori stranieri che intendono investire sul lungo termine”. Quinto, “recentemente sono comparsi sul mercato alcuni rumors negativi e irresponsabili contro l’impegno della Cina verso riforme economiche al fine di scuotere la fiducia degli investitori”. Sesto, “il governo spera che gli investitori possano formulare un giudizio indipendente e non seguano o credano a rumors negativi contro gli sviluppi economici cinesi”. Settimo, ultimo e più importante, “la CSRC invita gli investitori a essere razionali sul mercato”.

Dunque, santo cielo, siate razionali! D’altronde state operando su un mercato che è cresciuto solo del 100% negli ultimi 12 mesi, cosa pensate di fare, speculatori che non siete altro? D’altronde, non è forse razionale mantenere un mercato su multipli di ratio utile per azione di 50x, come accaduto finora al CSI-300?
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E non è razionale una reazione simile del mercato allo step-in politico delle autorità governative sulle equities, un sobrio scostamento dell’13,5% dai minimi, essendo questo il maggior swing intraday dal 1992!
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Insomma, per Pechino le ragioni dei recenti cali sono le prese di beneficio e la disinformazione sulle condizioni di mercato, quindi un po’ e anche colpa mia e sarà il caso che cominci a guardarmi le spalle. Mega-complotto all’orizzonte? Dopo “Occupy Hong Kong”, le forze del male stanno ora per colpire il mercato del Dragone? Di fatto non si può escludere niente, per carità e non sarebbe la prima volta che si usano i mercati finanziari per scopi geopolitici ma la tesi perde un po’ di credibilità quando sempre dalla Cina arriva l’ultima proposta del governo per rimettere in carreggiata i corsi. Ovvero, il governo potrebbe eliminare l’imposta di bollo sul conto titoli! Accidente, come non pensarci prima, cosa c’è di meglio per tagliare le ali a investitori mordi e fuggi o nuove schiere di casalinghe annoiate che cercano sensazioni forti con il trading che fargli uno sconto sull’apertura e gestione del conto titoli! Insomma, tutto bene, solo opera di agenti della disinformazione anti-cinese! Proprio sicuri? Questi due grafici sembrano dirci altro.
Dragon_bubble1
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Ovvero che la bolla cinese, stando a una correlazione storica con le precedenti due, potrebbe non essere distante dallo scoppio e terminerebbe con un bagno di sangue per chi è ancora posizionato alla ricerca di profitto. Il secondo, invece, che l’esplosione potrebbe essere coincidente con una prima correzione netta degli eccessi presenti sull’indice Standard&Poor’s 500, di cui parleremo in chiusura di articolo. Boom!

Ora, però, c’è un ulteriore problemino. In Cina lo stock di debito delle entità provinciali oggi è al 35% del Pil nazionale ed essendosi il governo imbarcato in una serie di swap per cercare di rendere più gestibile quella massa debitoria – legata principalmente a opere infrastrutturali ma anche real estate -, è di fatto garante legale di quel debito. Di più, visto che i nuovi muni-bonds emessi hanno un rendimento molto vicino a quelli del Tesoro, tutto il nuovo debito locale è di fatto debito governativo: cosa significa? Che l’offerta di debito sovrano cinese è destinata a salire di 2 trilioni di yuan nel prossimi mesi. E se tutto il debito provinciale venisse rifinanziato, il risultato finale sarebbe l’equivalente di 20 trilioni di yuan di offerta addizionale di carta sovrana. Addirittura per Nomura, si potrebbe arrivare a 23 trilioni di yuan. Guardate questo grafico,
China_local_bond
ci mostra la proiezione di offerta di bond governativi locali in Cina. Quindi, se quei muni-bond sono davvero di fatto treasury bond, fatevi una domanda: quanto può essere efficace una politica di taglio dei tassi benchmark con 20 trilioni di yuan di nuovi bond che annegherà il mercato? Zero. C’è un solo modo per monetizzare quel debito ed evitare shock: signori, benvenuti nel QE cinese in lavorazione.
Ma se pensate che il mercato cinese abbia qualche problema, guardate quest’altro grafico.
Buybacks_2007
Ci mostra come l’ultima volta che le aziende quotate allo Standard&Poor’s 500 avevano pagato più dividendi agli azionisti di quanto prodotto in introiti operativi era stato il secondo trimestre del 2007. Poi non andò a finire molto bene.. Oggi siamo a quota 144,1 miliardi di dollari in buybacks e 93,6 miliardi in dividendi, un totale pari al 104,1% dei profitti, in crescita dal 95,1% del quarto trimestre del 2014. Ad oggi, virtualmente il 94% del flusso Free Cash corporate 2015 dello Standard&Poor’s 500 va in dividendi e buybacks, quando nel 1995 era “solo” il 60%. E guarda caso, come ci mostra il grafico,
Cross_assets_US
la volatilità cross-assets delle equities Usa ha finalmente riagganciato la realtà. Auguroni.

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