La Cina fa male all’automotive Usa. E il petrolio potrebbe accelerare la crisi

Di Mauro Bottarelli , il - 9 commenti

Financial_crisis
Nonostante un firewall da oltre 500 miliardi di dollari fornito da governo e Banca centrale, ieri lo Shanghai Composite è crollato dell’8,5%, giù di 345 punti (peggior calo giornaliero dal febbraio 2007) e il secondo peggior crash della storia. E gli altri indici cinesi non hanno fatto meglio, come ci mostra il grafico.
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Più di due terzi dei titoli quotati sull’indice benchmark, 765 compagnie, sono stati sospesi per eccesso di ribasso, 1500 contando anche gli altri indici e nonostante il rimbalzo dai minimi di inizio mese, 126 azioni sul Composite non hanno ancora ripreso le contrattazioni. Gli investitori internazionali hanno venduto titoli per 13 degli ultime 15 sessioni di trading attraverso lo Shanghai-Hong Kong Connect lanciato lo scorso novembre e gli outflows cumulativi ora sono a quota 40 miliardi di yuan, circa 6,43 miliardi di dollari. Ieri le autorità hanno ribadito che supporteranno il mercato e che la colpa dei cali è legata ai ribassisti cui verrà data la caccia, quindi potremmo assistere a un rimbalzo oggi ma la situazione sta peggiorando.

Primo, finora a essere colpiti sono stati i canali marginali di finanziamento a leva (umbrella funds e structured mutual funds), un pachiderma da circa 4 trilioni di yuan, il problema è se e quando a essere colpiti duro saranno i grandi brokers. Secondo, questi grafici,
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ci mostrano come il comparto automobilistico Usa (e tedesco) stia già patendo per la crisi equity cinese. Il primo ci mostra la vendite di veicoli nella regione Asia-Pacifico negli ultimi dodici anni e si nota il crollo tra gennaio 2014 e gennaio di quest’anno, mentre il secondo ci mostra la crescita percentuale annualizzata di vendite. Per General Motors, ad esempio, quell’area pesa per il 35% del dato di vendita globale. E il rischio non è legato solo ai meri dati di vendita, visto che sempre GM lo scorso anno ha visto il 40% del suo introito netto garantito da equities cinesi, mentre gli altri investimenti in Cina hanno garantito tra il 20 e il 30% del cash flow operativo, stando a un report di Barclays. Ma non solo, Ford lo scorso anno ha venduto circa 6,33 milioni di veicoli nel mondo, di questi 1,08 milioni in Cina, sul del 77% rispetto al dato del 2012 di 0,61 milioni. E nonostante le vendite in Cina pesino per il 17,10% rispetto al 40% degli Usa, la joint venture cinese del colosso americano ha aggiunto 1,30 miliardi di dollari al profitto pre-tasse del gruppo, circa il 30% per l’anno. Ma anche Volkswagen non può stare tranquilla, visto che la Cina garantisce il 50% del profitto netto e il 71% del free-cash flow e la scorsa settimana Audi ha annunciato una revisione delle stime di vendita nel Paese asiatico per quest’anno.

Ora guardate questo grafico,
Long_crude
ci mostra come al 21 luglio scorso le posizioni nette lunghe dei hedge fund sul WTI siano crollate del 27%, il tonfo singolo peggiore da oltre tre anni, stando a dati della Commodity Futures Trading Commission. Ovvero, nemmeno i cosiddetti “knife catchers” credono più a un rimbalzo in tempi brevi-medi del prezzo del petrolio, proprio per l’eccesso di produzione (cui ora si andrà ad unire l’Iran post-accordo sul nucleare) e la minore domanda, dato su cui ha inciso pesantemente proprio il rallentamento dell’economia cinese.

Di converso, gli short netti sono saliti del 25%. E con la forniture ancora oggi 100 milioni di barili al di sopra della media a cinque anni, il prezzo rischia di andare in spirale ribassista ancora di più, soprattutto se la crisi equity cinese diverrà crisi economica a tutti gli effetti e quando a ottobre le banche e le finanziarie Usa faranno la revisione delle linee di credito per le aziende estrattive e del settore energia. Di più l’ultimo report sull’argomento di Morgan Stanley parla di una crollo per l’industria petrolifera mondiale peggiore di quello del 1986, mentre per Deutsche Bank il mercato del petrolio a livello globale non arriverà a un punto di equilibrio prima della seconda metà del 2017. Ora guardate questo altro grafico,
High_yield_oil
il quale mostra a quale punto sia arrivato il rischio di credito per il settore ad alto rendimento del comparto energetico Usa, una situazione che in caso di cambiamenti del ciclo del credito potrebbe vedere i default annuali dei bond CCC salire tra il 5% e il 30% in media, con i prezzi destinati a scendere in area 40-50 dollari dagli 83 attuali. Insomma, chi pensava di ritrovarsi con grandi rendimenti in tasca grazie al diluvio di liquidità della Fed che spingeva la gente verso assets più rischiosi, potrebbe ora ritrovarsi a incorrere in perdite. Mentre le aziende gas&oil, indebitatesi all’infinito tramite emissioni con rendimenti enormi per restare sul mercato con i break-even di prezzo che calavano, potrebbero andare incontro a default, con ricaschi sia sul dato del Pil che su quello occupazionale. La Fed alzerà i tassi in un ambiente di interconnessione del rischio simile? Magari sì, visto che la manipolazione posta in essere dalle Banche centrali a livello planetario ha partorito questo,
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ovvero il calo della “paura sistemica” al minimo pre-Lehman Brothers, quindi placidi laghi alpini di fronte ai nostri occhi e unicorni che ci imboccano i pop-corn. Peccato che toccato quel livello di 46.47, ci sia stato il fallimento che ha innescato la crisi finanziaria globale. E che all’epoca, i tassi non fossero a zero, il debito pubblico e privato non fosse ai livelli attuali e la Cina non fosse una bomba innescata ma il traino dell’economia mondiale. Temo servirà più QE, non solo a Washington ma anche a Pechino. Altrimenti, boom!

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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