La Cina fra trading a schema fisso e Pil taroccato. Mentre Tokyo chiama Atene

Di Mauro Bottarelli , il - 5 commenti

China_Frenzy
Nel giorno in cui gli Stati Uniti celebravano il maggior calo delle richieste di disoccupazione dal novembre 1973, di fatto un dato che spiana potenzialmente la strada all’aumento dei tassi a settembre da parte della Fed (e Wall Street ha reagito a suo modo), è ancora la Cina a regalarci le perle maggiori. Dopo aver scoperto che la CSFC, braccio operativo sul mercato della Banca centrale (PBOC) è ora tra i 10 maggiori azionisti di svariate aziende, di fatto nazionalizzate, ecco che scopriamo anche come operare in sicurezza sul mercato cinese: compra quando il mercato apre, vendi alla chiusura. A ripetizione. Questo grafico,
Buy&sell
compara i guadagni operando buy&hold con quelli buy&sell sui due indici principali e sul titolo di PetroChina. Se applicato allo Shanghai Composite, questa regola di trading ha generato un return del 23% dall’8 di luglio, contro l’8% dell’approccio buy&hold. Mentre per quanto riguarda PetroChina, uno dei titoli che beneficia maggiormente del sostegno statale, visto il suo peso sull’intero indice, la differenza è anche maggiore, 43% contro 0,5%. Insomma, al pomeriggio i fondi legati allo Stato o alla Banca centrale comprano a cannone, quindi l’affare è assicurato. A voler fare i raffinati, potremmo parlare di “late-day rallies” ma in sostanza è solo capitalismo di Stato, dopo un bel crollo da 4 trilioni di dollari dai massimi del 12 giugno scorso. D’altronde, non basta minacciare la gente di arresto per far tornare fruttivendoli e parrucchiere a sentirsi come Gordon Gekko dal salotto di casa, bisogna dimostrare a tutti i costi che il mercato è stabilizzato. Eppure, in Cina è vietato comprare una security e venderla lo stesso giorno per approfittare del guadagno intraday, tocca aspettare la sessione successiva per completare il trade. Come fanno, allora?

Semplice, i mandarini hanno messo la regola ma non l’hanno contemplata per il mercato futures! E infatti, la strategia open-to-close su contratti legati al CSI-300 ha garantito un return del 18% dallo scorso 8 luglio, quando il mercato ha toccato il massimo della correzione dei corsi, mentre la strategia buy&hold solo il 6%. Insomma, per Yen Chiu, trader alla Shenwan Hongyuan Group, la tattica è semplice: “Il guadagno è alto e la gente ha paura di detenere azioni troppo a lungo ma sanno anche il governo in qualche modo supporterà il mercato”. Insomma, rialzo di Stato e per legge.

Il tutto in un contesto che, dati alla mano, vede quantificati in 800 i miliardi di dollari tra pubblici e privati messi in campo per fermare i crolli. Di più, alcuni dati di mercato quantificano in 5 trilioni di yuan il firewall di Stato, quasi l’equivalente del 10% del Pil del 2014 e un trilione in più di quanto stanziato in risposta alla crisi finanziaria globale. Peccato che nel 2008 il pacchetto di stimolo servì a battere la recessione, mentre oggi c’è il rischio che l’intervento diretto sul mercato del governo con acquisto di titoli possa portare a un sovra-valutazione distorsiva, visto che Pechino compra a valutazioni che gli investitori privati non sono intenzionati a pagare. Insomma, se uscirà dal programma di salvataggio, i prezzi potrebbero accelerare la loro corsa a ritroso verso i fondamentali. Va beh, intento ha funzionato. Insomma, visto che lo Shanghai Composite è ancora al di sotto del target di ripresa di 4500 punti, questo nonostante Pechino abbia già speso un miliardo di dollari per ogni punto di recupero dell’indice!

D’altronde, c’è da capirli: hanno tentato di contrastare il rallentamento dell’economia creando un boom azionario fuori dal mondo e ora che il Frankenstein si è ribellato, tocca sedarlo a colpi di yuan. Gli stessi che sono fuggiti a gambe levate dalla Cina in sempre maggior volume, visto che Goldman Sachs rietiene che nel solo secondo trimestre di quest’anno gli outflows di capitale abbiano toccato i 224 miliardi di dollari, “un livello superiore a qualsiasi cosa vista storicamente”.

E come si fa a tamponare? Si vende debito Usa in detenzione attraverso il proxy belga di Euroclear e si mette mano alle riserve estere per difendere la valuta: solo tra marzo e giugno le autorità cinesi hanno venduto bond per un controvalore di 48 miliardi di dollari e queste cifre, essendo ufficiali di Pechino, non calcolano le vendite tramite il Belgio! Questo grafico,
AEP3
ci mostra come in base a calcoli di Lombard Street Research, gli outflows di capitali dalla Cina lo scorso anno abbiano toccato gli 800 miliardi di dollari. Un diluvio. Ma c’è dell’altro e comincia a spiegarcelo questo grafico della CPB sul World Trade Index,
AEP4
dal quale si desume che il volume di spedizioni via mare a maggio si è contratto dell’1,2% ed è stato negativo per quattro degli ultimi cinque mesi, un qualcosa di molto raro se non all’interno di un ciclo di recessione ufficiale (lo dice la Wolrd Bank, non il sottoscritto) e quasi totalmente ascrivibile al rallentamento dell’economia cinese. Ma il dato del Pil cinese comunicato pochi giorni fa parlava di un 7% di crescita tonda tonda, come si fa a parlare di rallentamento? Dipende come si calcola il Pil. Ad esempio Capital Economics pubblica ogni mese il “China Activity Proxy”, un misuratore del Pil che si basa su dati come produzione energetica, spazi in costruzione, volumi dei cargo, spostamenti dei passeggeri e treni merci.

Bene, questo primo grafico
AEP1
ci mostra come in base al misuratore proxy, l’economia cinese è cresciuta solo del 6,1% nel quarto trimestre del 2013, annualizzato, contro il 7,5% del trimestre precedente, quando invece le cifre ufficiali di Pechino parlavano di un 7,7% di crescita negli ultimi tre mesi di due anni fa, solo lo 0,1% in meno del 7,8% dei tre mesi precedenti. E oggi? La Cina parla ufficialmente del 7% di crescita ma questo grafico
AEP2
ci dice che in base alla misurazione proxy l’attuale tasso di crescita di Pechino è al di sotto del 5%. Insomma, al netto del mercato azionario, c’è il rischio che la Cina si tramuti da locomotiva mondiale a dinamo di una nuova recessione globale.

E le brutte novità da Oriente non sono finite, visto che ieri l’FMI – forse per distrarsi dal mantra del taglio del debito greco – ha mandato un segnale di quelli che non si possono ignorare al Giappone, il quale “necessita di tagli più profondi per frenare il suo debito insostenibile” (per quale Paese l’FMI ha usato recentemente questo aggettivo?), tanto che “lo stock rischia di salire a tre cifre sul Pil senza cambiamenti”, mentre “lo yen è moderatamente più debole di quanto non sia in linea con i fondamentali”. La reazione dello yen alla notizia fa supporre un aumento degli outflows di capitale anche dal Giappone. Che fare? Pochi minuti ed ecco la contromossa dei prodi samurai keynesiani: il gruppo editoriale nipponico Nikkei (che fantasia, lo so) ha comunicato che sta comprando il Financial Times dal gruppo Pearson per 1,29 miliardi di dollari. Insomma, il foglio giallo della City si tramuterà nel gazzettino delle buone notizie. Se non puoi migliorare l’economia, almeno migliorane la letteratura a livello di informazione. George Orwell, compiaciuto, applaude.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Shares

Incoming search terms:

  • Aep3
Grazie per avere votato! Ora dillo a tutto il mondo via Twitter!
Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"
Come ti senti dopo avere letto questo post?
  • Eccitato
  • Affascinato
  • Divertito
  • Annoiato
  • Triste
  • Arrabbiato

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi