La Fed calcia ancora il barattolo dei tassi. In attesa del dato di oggi sul Pil

Di Mauro Bottarelli , il - 4 commenti

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Cinquantaquattresimo meeting del Comitato monetario della Fed senza rialzo dei tassi quello tenutosi ieri, come ampiamente preventivato da tutti. Si resta nel range di minimo storico dello 0-0,25% deciso il 16 dicembre 2008 ma nella mente di tutti ci sono solo due domande: il meeting di 16-17 settembre sarà quello decisivo? E poi, cosa ci dirà il dato atteso per oggi del Pil statunitense “advance” nel secondo trimestre? Ovviamente le due cose sono in parte legate, tanto che dopo la riunione di ieri la Fed ha emesso il solito documento fotocopia, nel quale si fa notare che “l’attività economica ha continuato ad espandersi in modo moderato negli ultimi mesi, mentre il mercato del lavoro continua a migliorare con la creazione solida di posti di lavoro e disoccupazione in calo”. In fondo, la formula magica: “L’aumento dei tassi avverrà dopo alcuni ulteriori miglioramenti del mercato del lavoro”. Immediatamente, Goldman Sachs ha sarcasticamente fatto notare come tutto dipenda dall’interpretazione e dal significato che si vuole dare alla parola “alcuni” ma la questione resta: gli Usa sono pronti a un aumento di un quarto di punto del costo del denaro?

Prendiamo alcuni indicatori chiave e vediamo se il loro andamento attuale giustifica una svolta di contrazione nella politica monetaria. Partiamo proprio dall’occupazione e questo grafico,
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ci mostra come – nonostante la retorica della Fed – nei precedenti cicli di contrazione monetaria, la crescita dell’occupazione era in accelerazione o piatta. Oggi, invece, è in decelerazione e lo è dal febbraio scorso. Passiamo alla produzione industriale e questo grafico,
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ci mostra una situazione molto simile a quella dell’occupazione, quindi non c’è ragione di alzare i tassi. Vediamo i prezzi al consumo
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e anche qui vediamo che la Fed quasi sempre abbia alzato i tassi quando l’inflazione stava accelerando. Non è questo il caso. Ora l’utilizzazione della capacità,
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la quale ha una dinamica molto simile a quella della produzione industriale e quindi non sta esattamente gridando “forza Janet alzaaaaaaaa!!! Forse il prezzo del petrolio?
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Direi proprio di no. Allora saranno le vendite al dettaglio, sicuro!
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Stando a vedere il loro tasso di crescita, penso che un aumento dei tassi in autunno non si rivelerebbe esattamente un driver, né un balsamo, anche se a quel punto ci sarebbe l’inverno alle porte a giustificare quei pigroni di statunitensi che non escono di casa a fare shopping. Perché la Fed dovrebbe alzare allora? Forse per questo,
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ovvero la valutazione dei titoli azionari, visto che la politica dei tassi a zero è stata enormemente stimolante per gli assets finanziari e si vorrebbe, sulla carta, evitare un’altra bolla tecnologica. Dall’ultima volta che la Fed ha fatto partire un ciclo di contrazione, lo Standard&Poor’s è salito del 62%, contro il +63% dell’esperienza di metà anni Novanta. Manca ancora molto al +191% di fine Novanta-2000 ma è ben al di là del -21% di metà anni Duemila. Forse, pensano alla Fed, agendo adesso si può far sgonfiare la bolla con una correzione, senza farla esplodere e nel caso la faccenda rischi di prendere una piega cinese abbiamo la scusa per attivare il QE4. Oggi il dato sul Pil ci dirà di più, ovvero se le spese obbligatorie di Obamacare e le scorte di magazzino salveranno ancora il risultato da una lettura negativa oppure, come ci mostra questo grafico,
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il GDPNow della Fed di Atlanta ci azzeccherà ancora e il dato di crescita sarà davvero al 2,4% come da ultima rilevazione del 27 luglio. In quel caso, la pressione sulla Fed salirebbe. E potrebbe servire un “incidente” per rimandare e, magari, stampare ancora un po’ col QE4. Forse una svolta inattesa nella lotta all’Isis o un’accelerazione della crisi siriana o un flash crash che terrorizzi Wall Street e il mondo. O forse l’Iran che decide di mentire sulle promesse fatte per l’accordo sul nucleare..

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