La Grecia sempre sull’orlo del baratro. Ma c’è un giudice a Vienna

Di Mauro Bottarelli , il - 9 commenti

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Sono passate più di quattro settimane dalla chiusura della Borsa di Atene e ancora non si sa quando il governo greco deciderà di riaprirla. Già, perché ieri una fonte della Bce ha detto chiaro e tondo che “tocca alle autorità greche, non all’Eurotower, prendere una decisione sulla riapertura del mercato azionario di Atene. Le autorità greche hanno chiesto il parere della Bce su un aspetto specifico, cioè di valutare l’impatto delle modifiche ai capital controls che sono associate con l’apertura del mercato sulla posizione in termini di liquidità del settore bancario greco”.

Che farà il prode Tsipras, darà il via libera? L’altro giorno, infatti, fonti elleniche avevano detto che era stata la Bce ha imporre la prosecuzione della chiusura della piazza ateniese, quasi a Francoforte avessero sposato la ricetta cinese, ovvero un mercato che non trada è un mercato che non può crollare. Questo grafico mi fa propendere per un no,
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poiché ci mostra come il GREK, l’ETF dell’indice ellenico che trada sul mercato statunitense, ancora l’altro ieri viaggiasse a -3% ed era sceso ai minimi dal picco della crisi del 2012, sfiorando quelli del 1989. Di più, come ci mostra questo grafico,
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il titolo della National Bank of Greece sta scambiando ai valori minimi record, sotto 1 dollaro e con l’ipotesi di bail-in che aleggia, non potrà che scendere ancora.

D’altronde, Atene pare che abbia le mani legate, visto che dei 7,3 miliardi di prestito ponte ottenuti dalle autorità europee – l’FMI attende e gioca una partita a parte, visto che comunque detiene debito senior anche rispetto a quello della Bce – qualcosa come 6,8 torneranno indietro in una partita di giro con i creditori nei prossimi due mesi. Qualcuno, però, comincia a pensare che il ritorno sui media di Yanis Varoufakis con i suoi fantomatici “piani B” possa sottendere qualcosa, magari seguendo la lezioni che Puerto Rico ha intenzione di impartire ai suoi creditori. Con gli hedge funds che chiedono di chiudere le scuole per risparmiare soldi e ripagare quanto loro dovuto per la detenzione di bonds e con Standard&Poor’s che ha abbassato il rating delle obbligazioni Public Finance Corp. da CCC- A CC (definendo un default sugli stessi, per un controvalore di 36,3 milioni di dollari, alla scadenza del 1 agosto “una virtuale certezza”), a scendere in campo è stato Luis Cruz, direttore dell’Office of Management and Budget. Ecco le sue parole: “La priorità del governo è garantire i servizi pubblici e non trasferiremo fondi da questa priorità verso obblighi per ripagare il debito. Conosciamo tutti le difficoltà che stiamo affrontando a livello di cash flow e il governo deve scegliere delle priorità, che sono salute, sicurezza ed educazione”. Atene proverà la carta dello scontro frontale? O si piegherà fino a cedere all’opzione del bail-in?

Forse no, perché sempre ieri dall’Austria è arrivata una sentenza che potrebbe cambiare l’impianto stesso dell’Europa che si voleva imporre dopo il caso cipriota. La Corte costituzionale austriaca ha infatti dichiarato illegittimo il possibile bail-in su detentori obbligazionari di bond Hypo Alpe Adria per un controvalore di 890 milioni di euro, istituto andato a zampe all’aria con la crisi e che sperava di far pagare il conto ai bondholders. Per il tribunale, invece, quel debito subordinato non può imporre perdite a chi lo detiene, visto che violerebbe la Costituzione, rendendo nulle le garanzie offerte agli investitori dal governo della Carinzia e non comportandosi quindi in maniera leale. Ma la cosa più importante e rivoluzionaria, capace di creare un ingombrante precedente è il fatto che il bail-in era una pratica introdotta nel Paese con una legge voluta lo scorso anno dal ministro delle Finanze, Michael Spindelegger e che ieri l’Alta Corte ha detto che “verrà abrogata nella sua interezza”. Insomma, sconfessione totale di un principio che nella mente di molti, Bce in testa, si vedeva come possibile strumento di risoluzione dei problemi bancari senza che i governi debbano mettere mano alle loro finanze per salvare gli istituti. Una scelta definita dalla Corte “politica e non basata su presupposti economici o legali”. C’è un giudice a Vienna. Ora attendiamo le contromosse.

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