La manipolazione delle Banche centrali è completa, il mondo è un enorme QE

Di Mauro Bottarelli , il - 3 commenti

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Ops, la Cina potrebbe avere un problemino. E non parlo dello Shanghai Composite che anche ieri ha sfiorato ribassi intraday del 3%, salvo chiudere in positivo dopo l’ennesima iniezione di liquidità via repo a 7 giorni. Parlo del duro attacco dell’ISDA, l’istituzione che rappresenta i più grandi dealers mondiali, la quale ha detto chiaro e tondo che “oggi come oggi i nostri membri stanno guardando i loro bilanci e stanno cercando di capire quanto valgono le loro posizioni. Alla fine qualcuno dovrà dire il valore di quegli accordi e qualcuno altro perderà”. E con 691 titoli (su circa 2800 quotati) sospesi dalle contrattazioni anche ieri, il problema diventa serio, soprattutto per le dispute che stanno nascendo tra le banche e i loro clienti rispetto alla valutazione di miliardi di dollari di derivati equity. Con il mercato in correzione dopo il mega-intervento dei regolatori per bloccare i crolli, la ISDA rompe il silenzio e si dice preoccupata, visto che almeno 150 miliardi di derivati equity over-the-counter su titoli quotati negli indici mainland potrebbero andare incontro a seri problemi di mismatch. Tanto più che dopo tre giorni di aumenti dettati dall’intervento statale, il margin debt è tornato a scendere proprio nel giorno in cui Pechino presentava il suo dato sul Pil da applausi a scena aperta. E questi due grafici,
China_problem1
China_problem2
ci dicono che i futures parlano una lingua molto chiara, sia per il “Dow” cinese che per lo “Standard&Poor’s” del Dragone, quest’ultimo giù del 12% da quando lo Stato ha deciso che vendere è illegale. Mentre quest’altro grafico,
China_problem3
ci mostra plasticamente come, proprio in contemporanea con il libro degli unicorni pubblicato sotto mentite spoglie di dato di crescita, la ratio debito/Pil cinese sia salita al massimo storico del 207%, contro il 125% del 2008: insomma, in Cina il debito continua a crescere più velocemente dell’economia. Un bel combinato con la bolla azionaria.

Ma restiamo in Asia e andiamo dai miei preferiti, i prodi samurai Abe e Kuroda e il loro esperimento keynesiano da ospedale psichiatrico, meglio noto come Abenomics. Nelle intenzioni del dinamico duo c’era la lotta alla deflazione e alla stagnazione, battaglia da combattersi attraverso l’aumento dei prezzi che avrebbe guidato al rialzo i salari e aumentato i consumi: d’altronde, quando hai Paul Krugman come sponsor e advisor del tuo programma di stimolo, sei in una botte di ferro. Insomma, questi tre grafici paiono dire altro.
Japan_fail2
Japan_fail1
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Ovvero, che i prezzi stanno sì salendo costantemente da due anni ma i salari aggiustati all’inflazione sono crollati al livello più basso dal 1990! Il secondo invece ci dice che la percentuale record del 62% di cittadini giapponesi ha descritto la loro vita lo scorso anno come “dura” (le scelte proposte erano tre, “dura”, “normale” e “confortevole”) per quanto riguarda il reddito, stando a un sondaggio appena pubblicato. L’innalzamento dell’Iva del 2014 ha infatti fatto aumentare il costo della vita molto più velocemente delle dinamiche di aumento salariale, mentre l’Abenomics ha svalutato lo yen, facendo lievitare i costi dell’import, soprattutto energetici. Infine, il terzo ci mostra come la spesa per generi alimentari e altre necessità quotidiane sia diventata molto più cara, stando a dati elaborati da Yuichi Kodama, economista alla Meiji Yasuda Insurance di Tokyo. Grandi i keynesiani, come sanno moltiplicare loro la povertà non c’è davvero nessuno!

E gli Usa? Ma sì, dai, anche un pochino di America e della sua strabiliante ripresa (il Nasdaq ha toccato i massimi da 15 anni, quindi tutto bene), come ci mostra il grafico.
Philly_Fed
Dal quale desumiamo che dopo il rimbalzo del gatto morto di giugno, l’indice Philly Fed è sceso ai minimi dell’anno, visto che la lettura del 5.7 contro le attese di 12.0 ci riporta come performance al mese di gennaio. Mi sa che la debolezza dell’economia non potrà più essere imputabile al brutto tempo e alla chiusura per sciopero dei porti… Mentre quest’altro grafico ci suggerisce altro,
QE4
ovvero che nonostante le parole a vanvera della Yellen, i mercati sono ben lungi dall’attendersi un rialzo dei tassi e, anzi, prezzano già nelle loro dinamiche un QE4 che si prepara ad essere lanciato.

E per finire, diamo un’occhiata anche all’Europa, nel giorno in cui l’Eurogruppo ha stanziato altri 7 miliardi pronta cassa per la Grecia (di cui la metà esatta lunedì tornerà alla Bce) e l’Eurotower ha alzato ancora la disponibilità ELA per le banche elleniche, portando la sua esposizione totale alla Grecia a 130 miliardi. Peccato che capitale e riserve dell’eurosistema siano a quota 98,4 e i depositi delle banche elleniche, volendo essere ottimisti, sono a quota 120! In ossequio al principio che per la 1792ma volta la Grecia è salva, ecco questi due grafici a rimettere un attimo la vicenda in prospettiva.
EU_breakdow_June
EU_breakdown_July
Il primo ci mostra come nel Fund Managers Survey di Bank of America di giugno, la possibilità della rottura dell’eurozona come principale “tail risk” era salita al 18% dallo 0% del mese di maggio. Il secondo è invece il sondaggio di luglio, reso noto l’altro giorno: non solo siamo a quota 27% ma l’ipotesi di breakdown per l’area euro è diventato il principale “tail risk”, quindi la più probabile delle improbabilità, per i gestori di fondi. Evviva l’Ue, evviva la Grecia!

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