La “mano visibile” della Cina va all-in sul mercato. Ma i dati macro restano a rischio

Di Mauro Bottarelli , il - 8 commenti

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Una volta, sul mercato, si parlava di “mano invisibile” per descrivere quei poteri forti statali che intervenivano per direzionare gli sviluppi: in Cina, si può e si deve parlare di “mano visibile”. Dopo le mosse già messe in campo (taglio dei tassi, eliminazione bollo titoli, taglio dei requisiti di riserva, fondo di salvataggio dei gruppi di brokerage, minacce di arresto e iniezioni di liquidità dirette e indirette) e il disvelamento, per la prima volta dal 2009, delle sue riserve auree, Pechino è entrata in campo all-in per arrestare il crollo del mercato azionario.

Come? Creando un firewall di Stato senza precedenti. Ha infatti un controvalore di 483 miliardi di dollari (oltre 3 trilioni di yuan) lo strumento di margin trade statale messo in campo dal governo di Xi Jinping attraverso la China Securities Finance Corporation (CSFC), la quale potrà ottenere finanziamenti da varie istituzioni, sia la PBOC che banche commerciali, da utilizzare per comprare titoli e fornire liquidità al brokeraggio, un ammontare che è 25 volte quello messo in campo a inizio mese proprio da una ventina di gruppi di brokerage per sostenere il mercato. Per Hao Hong, strategist per il mercato cinese alla Bocom International di Hong Kong, “non è necessario utilizzare tutto quel denaro, almeno fino a quando il resto del mercato crederà che ci sono munizioni sufficienti. E’ un po’ come il gioco del pollo e, per adesso, sembra funzionare”. Speriamo che continui, perché la situazione attuale del mercato cinese è quella illustrata da questo grafico.
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Insomma, manipolazione allo stato puro, roba che quasi fa recuperare credibilità alla Fed. E tra i prestatori di denaro alla CSFS ci sono le più grandi banche del Paese, le quali hanno già messo a disposizione qualcosa come 1,3 trilioni di yuan (circa 210 miliardi di dollari), stando a indiscrezioni non smentite dei giornali cinesi del fine settimana. Tra questi il settimanale finanziario Caijing, a detta del quale sarebbero 17 gli istituti commerciali cinesi coinvolti nell’operazione di supporto del mercato, con in testa la China Merchants Bank che ha fornito 186 miliardi di yuan. Insomma, siamo di fronte al primo caso al mondo di finanziatore sul margine di prima istanza su mandato governativo, un qualcosa che travalica qualsiasi concetto keynesiano e finisce direttamente nella follia finanziaria e monopolista. Il capitalismo di Stato al suo massimo, insomma.

Il problema è che la Cina deve far fronte a più di una bolla nella sua economia e qualsiasi intoppo possa incorrere sulla strada della stabilizzazione del mercato azionario, potrebbe rivelarsi un detonatore o un accelerante nell’incendio doloso del sistema. Prendendo in esame un periodo di 5 anni, quella cinese è la terza bolla di credito a livello mondiale nel database di Credit Suisse. Il debito del settore privato è oggi del 40% superiore al trend ed è più esteso di quanto non fosse negli Usa al picco della loro bolla creditizia. Per la Banca per i Regolamenti Internazionali (BIS) storicamente una crisi finanziaria è preceduta da un credito che eccede del 10% il trend, come ci mostra questo grafico.
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Mentre questo altro grafico,
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ci mostra come la percentuale del Pil che va destinata ad investimenti continua a crescere più di quanto non abbia mai fatto in nessuna nazione nella storia moderna, anche tra quelle che hanno vissuto un’industrializzazione molto rapida. Stando a dati dello US Geological Survey, la Cina ha consumato più cemento negli ultimi tre anni di quanto gli Stati Uniti abbiano fatto nell’intero ventesimo secolo, oltretutto con la maggiore densità di autostrade pro capite, qualcosa di superiore a Regno Unito e Giappone messi insieme.

Questi altri grafici
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ci mostrano invece come siano tre i fattori che determinano la presenza effettiva di una bolla. Primo, l’ampiezza del comparto real estate come percentuale del Pil, tripla di quanto fosse negli Usa al suo picco e simile ai livelli massimi di Spagna e Irlanda (per Moody’s siamo oggi al 23% del Pil, direttamente e indirettamente). Secondo, la costruzione di nuove case è del 12% superiore alla vendita di immobili e il tasso di disabitazione di real estate è tra il 15% e il 23%. Terzo, le case invendute e sfitte sul mercato in città di terza e quarta fascia sono equivalenti a 5 anni di domanda e con il 18% di case completate attualmente senza proprietari e vuote. Cosa potrebbe accadere? Che una serie di eventi porti all’esplosione di una di queste bolle. Ad esempio, l’eccesso di investimento che porta alla deflazione (e la Cina oggi è vicina a una deflazione record), il crollo del prezzo delle case (già oggi a livello molto alto) ma anche, come ci mostra quest’ultimo grafico,
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fughe di capitali (anch’esse in atto a forti livelli), netto rallentamento della crescita dei depositi (anch’esso oggi vicino al dato record) o il mercato del lavoro che mostra segni di capacità piena, con la ratio di lavori offerti contro richieste già al livello più alto di tutti i tempi. Inoltre, la crescita del Pil nominale è scesa al 5,8%, solo un terzo dei livelli medi. Insomma, sarà meglio che il firewall della CSFS funzioni. E da subito, da oggi.

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