Il “Corriere” sgonfia la ripresa Usa. Ssh, non ditegli però che siamo già in recessione

Di Mauro Bottarelli , il - 11 commenti

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Sarà crollo generalizzato anche oggi? O i magheggi delle Banche centrali garantiranno il rimbalzo del gatto morto, dopo il più classico dei weekend di paura? Stando alla performance dei mercati del Golfo di ieri, ci sarebbe poco da stare allegri: Arabia Saudita -7%, Qatar -5,25%, Emirati Arabi -7% e Bahrain -5%. Poco cambia, il mercato è rotto nei suoi fondamentali e per quanto si metta rossetto su un maiale, come dicono gli anglosassoni, non cambia la sua natura, né lo rende Marilyn Monroe. La Cina è un casinò, oltretutto con dinamiche di debito da mani nei capelli, un sistema bancario ombra che potrebbe rivelarsi il più classico degli acceleranti in un incendio doloso e i dati macro in netto rallentamento, visto che è di venerdì il dato in base al quale la manifattura del Dragone è scivolata ai minimi da oltre sei anni e per il sesto mese consecutivo si è attestata sotto quota 50 punti, soglia che separa la crescita dalla contrazione economica.

Il problema è che fino a un mesetto fa, la narrativa mainstream poneva come argine al rallentamento di Pechino la ripresa turbo degli Usa, la quale casualmente si è rivelata una farsa anche male orchestrata. Ieri, l’editoriale di prima pagina del “Corriere della Sera” è stato affidato a Lucrezia Reichlin e il titolo era tutto un programma: “Non è solo un affare cinese”. Ecco il succo: “.. la ripresa Usa è meno solida di quanto non ci si aspettasse. Le previsioni di molti, incluse quelle di metà anno del congressional budget office , danno per il 2015 un tasso di crescita del Prodotto interno lordo del 2%, un punto in meno di quanto si ipotizzava a febbraio, e l’inflazione allo 0,2%, contro l’1,4% previsto sempre a febbraio. A questo si accompagna un prolungato rallentamento della produttività sia negli Stati Uniti che negli altri Paesi avanzati… Dati deludenti, nonostante l’intervento massiccio delle Banche centrali, arrivano anche dal Giappone e dall’area dell’euro… L’economia Usa continua ad essere il motore dell’economia mondiale e fino a poco fa si pensava che la sua forza ci avrebbe difeso dai rischi provenienti dai Paesi emergenti. Ma se il gigante americano dovesse entrare in recessione quando gran parte del resto del mondo o è ancora debole, come nel caso dei Paesi avanzati, o è in deciso rallentamento, come in molti Paesi emergenti, ci si ritroverebbe ancora una volta, dopo il 2008, di fronte a una crisi globale”.

Alleluja, alleluja, ci mettono un paio d’anni ma quando sbattono il muso contro una realtà non più avvezza al maquillage, come il proverbiale maiale, ci arrivano anche in via Solferino, dopo aver venduto per mesi ai lettori la favola dell’Obamanomics come miracolo keynesiano del millennio (senza scordare il Giappone sponsorizzato dall’idolo pagano Paul Krugman). Il tutto proprio nell’arco di tempo che ci divide dal vertice della Fed del 16-17 settembre sul quale aleggia, formalmente, lo spettro dell’aumento dei tassi di un quarto di punto. Lo faranno? Mah, stando ad alcuni dati macro del fine settimana, parrebbe sensato pensare di no. Partiamo da qui, ovvero dal fatto che dopo aver operato buybacks per miliardi con il titolo vicini al massimo storico e aver tagliato di netto il CapEx, Caterpillar ora ha raggiunto il tetto massimo di emissioni, quindi il giochino vendo-debito-compro-equity rischia di rompersi. Non a caso, recentemente l’azione di CAT è arrivata ai minimi del 2011 e, stando ai dati di vendita mensile, quel percorso ribassista sembra destinato a durare ancora. Questo grafico,
CAT1
ci mostra come la seconda grande depressione per CAT sia cominciata nel dicembre 2012 e oggi siamo a 32 mesi consecutivi di vendite in calo a livello globale, un arco temporale più lungo di oltre un anno rispetto a quello della prima depressione! E questo altro grafico,
CAT2
ci mostra le vendite per area geografica: se l’America Latina è la buona notizia, visto che in agosto le vendite sono calate “solo” del 37% contro il 50% del mese precedente, l’Asia ha accelerato da -19% a -25% su base annua ed è tornato a contrarsi anche il Nord America, un -5% che è vicino al massimo calo da due anni a questa parte. Insomma, un’azienda legata a doppio filo ai comparti più produttivi e sensibili dell’economia reale sta patendo cali nelle vendite a livello globale da 32 settimane di fila: è ripresa?

Ma c’è dell’altro a dimostrare che non solo la ripresa Usa è fiacca se non inesistente ma addirittura che siamo ormai alle soglie conclamate di una nuova recessione, nonostante il diluvio di liquidità. Ce lo mostra questo grafico,
Trade_collapse1
dal quale si desume che dopo il rimbalzo del Baltic Dry Index di tre settimane fa, quasi a quota 1200, è già svanito e ora si langue a quota 994, non esattamente un segnale di salute per il commercio mondiale, visto che si parla del trasporto di commodities secche. Ma quest’altro grafico ci dice di peggio,
Trade_collpase2
ovvero che lo Shanghai Containerized Freight Index, ovvero l’indicatore chiave per i costi di noleggio container da porti dell’Asia verso il Nord Europa si è schiantato del 26,7% a quota 469 dollari per container da 20 piedi. Un vero bagno di sangue, visto che parliamo di un calo di quasi il 60% in meno di tre settimane! Questo ricordando che il tasso che le compagnie di navigazione/spedizione ritengono ancora profittevole si aggira tra gli 800 e 1000 dollari! Ma non basta, perché altri tassi ci parlano di recessione totale, come ad esempio quelli per le rotte dall’Asia ai porti del Mediterraneo scesi del 32,1%, mentre quelli verso le coste Est e Ovest degli Usa sono calati rispettivamente del 7,9% e 9,9%! Tutta salute, tutta ripresa.

Ma tornando agli Usa, che dire di questo altro grafico,
Conference_board
dal quale desumiamo che l’indice per gli indicatori principali dell’economia Usa (comprende anche il rendimento dei Treasuries), il Conference Board, a luglio si è letteralmente schiantato -0,2%, in netta accelerazione downside e al minimi da marzo 2013.
E ancora,
Philly_Fed
ecco il dato di agosto dell’indice Philly Fed per la manifattura, salito a 8.3 sulle attese di un modesto 6.5, peccato che le voci “prices paid” e “prices received” parlino chiaramente di deflazione, visto che “la percentuale di aziende che riportano riduzione dei prezzi ha ecceduto e di molto quella di chi ha riportato un aumento nei prezzi ricevuti”. Di fatto, il Philly Fed è piatto ai livelli minimi da due anni a questa parte e, il meno attenzionato indice Philly Fed non manifatturiero, a luglio è collassato da 51.4 a 2.7!
E che dire di quest’altro grafico,
US_PMI
il quale ci mostra come l’indice PMI di Markit abbia registrato una lettura di 52.9 contro le attese di 53.8, lo stesso livello del mese precedente. E’ il dato minore da ottobre 2013 e la lettura più deludente rispetto alla attese da due anni esatti, con produzione, nuovi ordinativi e tasso di occupazione tutti in espansione a un tasso molto rallentato. Inoltre, la crescita della produzione è stata la più debole registrata dal rallentamento legato alle condizioni climatiche dal gennaio 2014 ma sappiamo che la Fed sarà pronta a giustificare il dato con la recente conferma che l’ultimo mese di luglio è stato il più caldo della storia. E, guarda caso, Tim Moore, senior economist di Markit, sembra aprire la strada all’ipotesi di QE4, quando ricorda che “i dati di agosto parlano di una mancanza di momentum di crescita e una continua bassa pressione sui prezzi nel comparto manifatturiero Usa, un qualcosa che potrebbe portare un’argomentazione meno da falco rispetto alle scelte della Fed di settembre”.

Insomma, al netto di questa situazione generale, ora il rallentamento del Pil cinese – più che le montagne russe manipolate della sua Las Vegas equity – potrebbe mettere il proverbiale “nail in the coffin” sulle residue utopie di ripresa. A meno che, come sembra chiedere Markit, la stamperia a livello globale non vada all-in, come ci mostra questo grafico,
Inflation_exp
dal quale si evince che quando le aspettative inflazionistiche sono scese al livello attuale negli Usa, la Fed ha lanciato il QE, il QE2, Operation Twist e il QE3. Questa correlazione varrà anche questa volta? Siamo quindi di fronte a un repentino cambio di strategia, dall’aumento dei tassi a nuovo stimolo d’emergenza? A quel punto, dopo il QE4 ci sarà il 5, il 6 e via così, fino a quando non ci sarà più ritorno. Ma voi, che leggete Rischio Calcolato e non il Corriere, queste cose le sapete già. Da mesi.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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