Le Borse gridano ma il silenziatore della manipolazione funziona. Per ora

Di Mauro Bottarelli , il - 1 commento

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Dunque, stando alla narrativa mainstream l’America è in forma smagliante e il suo mercato azionario batte un record dopo l’altro. Bene, mi spiegate allora la dinamica rappresentata da questi tre grafici?
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Sono tre delle metriche chiave del settore private equity, riferite al secondo trimestre di quest’anno. Il primo ci dice che il volume di uscita è letteralmente esploso, arrivando alla cifra record di 125 miliardi, il secondo che la raccolto è scesa a 30 miliardi e il terzo che la cosiddetta “dry powder”, ovvero le riserve di capitale globali callable, sono salite a 467 miliardi nel giugno di quest’anno. Quindi, se tutto è così fantastico sui mercati, perché la smart money sta vendendo al pubblico al ritmo di forsennato di sempre?
Sarà forse per questo?
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Ovvero, per il fatto che nonostante i mercati equity Usa siano tra l’1 e il 2% al di sotto dai loro massimi record, il 21% dei titoli dell’MSCI Usa sono in calo almeno del 20% dai loro massimi, ovvero in “bear market”? Questa è solo la terza volta dall’estate del 2012 che così tanti titoli si trovano in territorio ribassista e l’aspetto più interessante di questa correzione interna è dato dal fatto che l’indice principale sia giù solo dell’1,8% rispetto ai massimi a 200 giorni. Il 10 ottobre del 2014, infatti, quando il 21% di titoli dell’MSCI USA erano in bear market, l’indice principale era in ribasso del 5,4% dai massimi a 200 giorni, mentre l’8 novembre 2012, quando ancora una volta la percentuale di azioni in fase ribassista era al 21%, l’indice era a -6% dai massimi. Non sarà che le banche centrali, attraverso il programma CBIP (Central Bank Incentive Program) della CME Group, stiano sostenendo gli indici attraverso l’acquisto diretto di futures, primi fra tutti gli E-mini dello Standard&Poor’s, oltretutto ottenendo una commissione a loro favore per ogni trade compiuto?

E attenzione, perché in America le cose stanno ancora andando bene, visto che come ci mostrano questi grafici,
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il 68% dei titoli canadesi sono in bear market e addirittura 2/3 di quelli dei mercati emergenti è in ribasso di almeno il 20% dai massimi, con Brasile e Cina a quota 82% (calcolando che a Shanghai e Shenzhen sono in atto sospensioni di massa e oltre 115 titoli non tradano da quattro settimane), l’Indonesia 77% e la Russia all’81%. Insomma, va tutto benissimo.
Ma a dare una spiegazione al primo dato, quello del private equity Usa, potrebbe pensarci un misuratore molto noto tra gli analisti tecnici, ovvero il McClellan Summation Index, essenzialmente un oscillatore che riflette un totale cumulativo di avanzamenti meno i ritracciamenti. In parole povere, un misuratore dell’ampiezza del mercato su basi di lungo termine. Tipicamente il Summation Index si muove nella direzione del mercato ma non sempre, possono infatti capitare situazione differenti, la più rara delle quali è presentata da questo grafico
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e vede l’indice sia per aumenti/cali che per nuovi massimi/nuovi minimi virare in negativo ma con i prezzi dei titoli che rimangono in prossimità dei loro massimi. Bene, questa rara combinazione si è verificata in chiusura di contrattazioni a New York il 30 luglio scorso, con gli indici Summation sotto zero e lo Standard&Poor’s 500 a 1,5% dal suo massimo a 52 settimane. Questa era la 59ma volte che accadeva una simile dinamica a partire dal 1970, le altre 58 volte accaddero nell’agosto del 1972 (13 volte), tra il novembre 1999 e il marzo 2000 (44 volte) e il settembre 2007 (1 volta). Ring any bell?

Ma tranquilli, la Cina e i suoi metodi ci verranno in aiuto. Se infatti la caccia ai venditori è stata estesa anche a Hong Kong e Singapore, la China Securities Regulatory Commission (CSRC) ha chiesto ai gruppi di brokeraggio i registri per avere i nomi di chi ha posizioni nette corte per beneficiare di ulteriori cali su titoli azionari quotati in Cina! In compenso, ha deciso anche un giro di vita sulla pratica manipolatoria dello “spoofing”, ovvero creare false offerte per far muovere il mercato da acquirenti interessati, salvo cancellare l’ordine iniziale e prendere profitto dai movimenti del prezzo innescati dai traders presi all’amo. E pensare che a Wall Street è la regola, soprattutto nel mercato dei futures petroliferi al NYMEX. In effetti, quando la correzione arriverà anche a New York, il capro espiatorio dello “spoofing” potrebbe risultare comodo…

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