Per “La Stampa” l’America è in ripresa. Prima parte del contro-reportage/1

Di Mauro Bottarelli , il - 34 commenti

US_recovery
E’ stato il commento di un lettore a farmi scoprire che il quotidiano “La Stampa” aveva dato vita a un’iniziativa editoriale interessante, un reportage dal titolo “L’America sulla strada della ripresa – Un viaggio coast to coast di Francesco Guerrera. Da New York alla Silicon Valley, come gli Stati Uniti si sono risollevati”. Capirete che di fronte a una cosa simile mi sono eccitato come da 12enne davanti a un film con Edwige Fenech e ho voluto saperne di più. Lascio a “La Stampa” stessa spiegare il senso dell’operazione: “I dati della disoccupazione italiana, la desertificazione del nostro tessuto produttivo ci dicono che una certa idea italiana che il lavoro si possa solo difendere è fallimentare. Bisogna invece provare a creare nuovi impieghi e sostenere idee innovative e imprese giovani e dinamiche. Attraverso un viaggio Francesco Guerrera racconta i nuovi lavori americani. Da New York a Seattle sarà un coast to coast di un mese per raccontare come si può inventare la ripresa”. Bello, bello davvero, complimenti al giornalista e al direttore, Mario Calabresi.

E io cosa faccio, resto inerme mentre il mondo scopre dal quotidiano torinese i nuovi artigiani di Brooklyn (prima puntata) oppure si appassiona con l’Iowa dove gli agricoltori trasformano il teatro in business (quinta puntata) o ancora con i contadini-manager del metano in Pennsylvania (seconda puntata)? No, entro in campo anch’io dalla scrivania di casa e armato di tastiera e dati ufficiali, intendo dare vita al mio contro-reportage sull’America che viaggia sulla strada della ripresa (per il culo).

Cominciamo da qui,
Coal_rail
da questo grafico che ci mostra come il trasporto di carbone su rotaia sia in calo su base annua da 25 settimane di fila negli Usa, un qualcosa che potrebbe avere a che fare parecchio con il Clean Power Plan del presidente Barack Obama. Sia così o meno, la cosa certa è che in risposta a questo dato la Union Pacific ha tagliato qualche centinaio di posti di lavoro, visto che nel secondo trimestre il calo dei volumi è stato del 26% e la dinamica resterà debole per il resto dell’anno. Di più, l’azienda di Omaha ha reso noto attraverso il portavoce, Aaron Hunt, che si tratta di tagli strutturali, non temporanei.

Ed ecco poi questi due altri grafici,
Empire_Fed1
Empire_Fed2
dai quali desumiamo due cose legate all’Empire Fed Manufacturing Survey, il quale per prima cosa è crollato a -14.92 da 3.86 e contro le attese di 4.50, il maggiore scostamente dalle previsioni dal 2010. Secondo, il dato dei nuovi ordinativi è palesemente da ciclo recessivo, tanto che il dato generale è il peggiore da aprile 2009 e se non fosse stato per un inspiegabile aumento della componente “hope” sarebbe stato ancora peggio.

Ma si sa, l’America quando c’è da fabbricare ottimismo trasforma i magheggi dei cinesi in innocenti bugie da ragazzini. Ecco infatti che il sentiment dei costruttori, l’indice NAHB, è salito a 61, il massimo dal 2005!
Home1
Ma contemporaneamente la vendita di nuove case e il prezzo del legno da costruzione calano e non di poco!
Home2
Io li adoro! Ma ora lasciamo stare lo specifico ed entriamo nel quadro generale, ovvero quale tipo di economia da mal-investment ha permesso che si creasse l’eccesso di moneta stampata dalla Fed a partire dagli anni Settanta, ovvero un’insostenibile ciclo basato quasi unicamente sui consumi (70% del Pil) e sull’occupazione di massa nel settore dei servizi. Questo grafico,
US_Labor1
ci mostra come a fronte di una produttività in crescita, ancorché con un tasso che a un certo punto non ha puntato verso l’alto in maniera esponenziale, i salari reali siano rimasti pressoché piatti per i lavoratori non-supervisory, ovvero non con grado dirigenziale.

Eppure i consumi, a fronte di redditi stagnanti, sono cresciuti e hanno garantito il traino dell’economia Usa negli ultimi quaranta anni. Come ha fatto la middle-class a permettere che questo traino non cessasse? In due modi, esemplificati da questi grafici.
US_Labor2
US_Labor3
Primo, le famiglia Usa media ha due redditi in entrata, visto che le donne costituiscono quasi la metà della forza lavoro attuale e, secondo, indebitandosi.

E adesso che il meccanismo pare abbia grippato, cosa si fa? Ci affidiamo ai nuovi artigiani di Brooklyn, il cui operato straordinario pesa sul Pil come il mio dissenso su Montolivo nelle decisioni del consiglio di amministrazione del Milan? No, buonsenso vorrebbe che si tornasse alla vecchia maniera, ovvero consumare meno di quanto si produce e investire in maniera produttiva il surplus. Siamo all’end-game, perché le grandi potenze manifatturiere come Cina, Giappone e Germania stanno facendo i conti con la loro totale dipendenza dall’export in un mondo fermo, mentre l’America deve fare i conti con la sua addiction da settore dei servizi e consumi. E come si cambia? Solo attraverso una recessione, ben peggiore dell’ultima. E i dati macro degli Stati Uniti, che dubito “La Stampa” contempli nel suo reportage, parlano questa lingua: l’eccesso, prima o poi va liquidato.

E questo ci porta a un’altra domanda? Come mai i salari statunitensi stagnano? Ce lo dicono questi due grafici,
US_Labor4
US_Labor5
dai quali desumiamo che l’America ha preferito abbandonare lavori produttivi nel settore manifatturiero per occupazioni meno produttive in quello dei servizi, una scelta che ha sì cambiato la società americana ma che porta con sé conseguenza di lungo termine. La qualità del mercato del lavoro nel suo insieme è deteriorata e, dopo la crisi Lehman e la grande depressione del 2008, è letteralmente sprofondata. Di converso, vediamo che il trend di occupazione nel settore dei servizi è drammaticamente correlante con i corsi dell’indice Standard&Poor’s 500, il quale però non crea ricchezza per tutti come gli ultimi sei anni ci insegnano ma garantisce solo l’illusione mediatica del wealth effect.

E come si traduce questa dinamica nella realtà attuale degli Stati Uniti? Ce lo dice questa mappa,
Feeding_Usa
la quale ci mostra il grado di sicurezza alimentare dei vari Stati, ovvero quanta di quella popolazione è in grado di mangiare ogni giorno almeno due pasti. Sono dati di “Feeding America”, una delle principali onlus che dà vita a banchi alimentari dove i cittadini americani vanno per ottenere cibo e qualcosa da bere gratis. E sapete una cosa: sono loro la vera novità della società americana, non i manager del metano della Pennsylvania! Nonostante la vulgata dell’economia in ripresa e in crescita, le banche alimentari stanno vedendo crescere a dismisura le richieste di alimenti gratuiti in tutto il Paese, tanto che alcune associazioni hanno dovuto diminuire le razioni di cibo per famiglia al fine di cercare di accontentare più persone. Solo quest’anno i banchi alimentari distribuiranno circa 4 miliardi di libbre di cibo, più del doppio di dieci anni fa e contro i 3,8 miliardi del 2013, stando sempre a dati di “Feeding America”. E nonostante il boom di richieste sia esploso nel 2008 quando l’economia si è schiantata, la domanda ha continuato a crescere anno dopo anno fino ad oggi. E non sono dati miei ma di chi opera e l’Associated Press ha dedicato uno splendido servizio a questa parte di America che non va sui quotidiani.

Lo conferma Sheila Moore, responsabile della distribuzione del cibo presso The Storehouse, una grande banca alimentare di Albuquerque, in New Mexico: “Abbiamo file di gente ogni giorno già a partire dalle 6.30 del mattino e solo l’anno scorso la richiesta di cibo è cresciuta del 15%”. E James Ziliak, fondatore del Center for Poverty Research dell’Università del Kentucky, dichiara che “l’aumento della domanda è sorprendente visto che l’economia sta crescendo e la disoccupazione è passata dal 10% della recessione al 5,3% attuale”. Certo, è sorprendente se li leggono i report delle banche d’affari o se si guarda agli indici di Wall Streeet. O se si leggono giornali mainstream, come “La Stampa”.

E in effetti una spiegazione c’è a questa distonia: oltre 2,5 milioni di americani hanno perso il diritto ai food stamps, i sussidi alimentari federali, dal picco della crisi, perché il governo li ha tagliati per l’eccessivo esborso che rappresentavano per lo Stato ed ha alzato i requisiti di reddito per riceverli, dato il sempre maggior peso che i beneficiari avevano raggiunto come percentuale sulla popolazione totale, come ci mostrano questi grafici.
Foodstamp2
Foodstamp3
Foodstamp6
Il problema è che gente che per le scelte di Washington oggi non ha più diritto a quell’aiuto, comunque con la sua paga non è in grado di pagare affitto, bollette e mangiare almeno due volte al giorno. Quindi, va alla banca alimentare e sopravvive. Vivere, visto che siamo nell’America della folgorante ripresa, è altra cosa. Il portavoce di “Feeding America”, Ross Fraiser, ha confermato in un recente studio che nel 2014 almeno 46 milioni di persone hanno cercato assistenza alimentare almeno una volta. E questa potrebbe essere una delle legacy politiche che il premio Nobel Barack Obama, lascerà alla politica americana.
Foodstamp4

E l’altra America, quella che riesce a fare tre pasti al giorno, conosce e non nasconde questa realtà, visto che “Feeding America”, organizzazione che coordina le donazioni di cibo per 199 banche alimentari nel Paese, ha visto le donazioni in denaro e generi alimentari salire dai 598 milioni del 2008 ai 2,1 miliardi del 2014. Dunque, nel periodo di cosiddetta “ripresa economica”, le donazioni alle mense per indigenti sono salite di quasi quattro volte. Lisa Hamler-Fugitt, direttore esecutivo della Ohio Association of Food Banks, donna che lavora nelle charities sin dagli anni Ottanta, ha dichiarato che “di solito quando le crisi economiche passano, la domanda di cibo cala. Ma non questa volta”. Forse perché non c’è ripresa? A Fort Smith in Arkansas, la River Valley Regional Food Bank, garantisce il pasto quotidiano a circa 1000 famiglie e il suo direttore, Ken Kupchick, descrive così la situazione: “Quando la gente è disposta a stare in fila per ore sotto il sole a 40 gradi all’ombra, allora è tempo di farsi delle domande”. Chissà che se le facciano anche a “La Stampa”. (1-segue)

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Shares
Grazie per avere votato! Ora dillo a tutto il mondo via Twitter!
Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"
Come ti senti dopo avere letto questo post?
  • Eccitato
  • Affascinato
  • Divertito
  • Annoiato
  • Triste
  • Arrabbiato

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi