Pil Usa all’1% nel 3 trimestre, in Cina ormai taroccano tutto e in Giappone salari a picco

Di Mauro Bottarelli , il - 14 commenti

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La ripresa Usa volaaaaaa! Dopo averci pressoché preso in pieno sul dato del Pil del primo e secondo trimestre, ieri la Fed di Atlanta ha reso nota la prima rilevazione su quello del terzo attraverso il suo GDPNow e guardate qui,
GDPNow_3Q
un bel +1,0%, ovvero più del 2% al di sotto del consenso. E cosa ha portato a questo dato così ridimensionato? Ciò che vi avevo anticipato due paio di settimane fa, ovvero il calo delle scorte che sottrarranno l’1,87% dalla crescita del Pil reale nel terzo trimestre. Insomma, se ancora una volta il tracciatore in tempo reale della Fed di Atlanta si rivelerà esatto, dite addio ai rialzo dei tassi quest’anno e cominciate il conto alla rovescia verso una nuova recessione. Ma anche verso il QE4.

In compenso, nuova caduta per lo Shanghai Composite ieri, dovuta stando agli analisti mainstream al calo del prezzo del petrolio e all’incertezza sul rialzo dei tasso Usa il prossimo settembre. Credeteci, è proprio andata così, d’altronde fino alla scorsa settimana il petrolio era 120 dollari al barile e la Fed non calcia il barattolo da circa nove mesi. Ma dove finiscono gli unicorni, inizia la realtà. Quella di questo grafico, ad esempio,
China_NPL
il quale ci mostra come in base ai dati ufficiali le sofferenze bancarie cinesi siano pressoché identiche tra i vari istituti, sintomo che i numeri – come nel caso del Pil – sono quantomeno aggiustati e, in questo caso, sottostimati. Quest’altro grafico, infatti,
China_NPL2
ci mostra una realtà diversa, ovvero che quasi il 40% del rischio di credito è detenuto al di fuori dei prestiti tradizionali, rendendo il dato ufficiale delle sofferenze praticamente inutile. Le banche infatti detengono quel credito a bilancio sotto definizioni fantasiose come “financial assets held under repurchase agreements” o “investments classified as receivables”, voce quest’ultima che stranamente è passato da quasi zero nel 2010 a 4,4 trilioni di yuan nel 2014, pari all’8% di tutti i prestiti!

Ieri, però, la Reuters ha pubblicato le minute di un meeting interno della China Banking Regulatory Commission, in base alle quali le sofferenze sarebbero salite di 322,2 miliardi nella prima metà di quest’anno, portando il totale a 1,8 trilioni di yuan, un aumento del 36% e una ratio NPL salita di 22 punti base da inizio anno, all’1,82%. Ma la cosa che forse spaventa di più è che la crescita dei profitti bancari nel primo semestre è rallentata del 13,03% su base annua, con i profitti netti che nei primi sei mesi di quest’anno si sono attestati a 1,1 trilioni di yuan. Stando alle minute, “i rischi di credito del settore bancario stanno emergendo. E questa è la nuova normalità”. Ovvero, domanda di credito in netto rallentamento.

Un qualcosa che non farà piacere al governo, il quale infatti ha prontamente preso le contromosse. La Banca centrale (PBOC) d’ora in poi includerà i prestiti interbancari a istituzioni non bancarie nei suoi calcoli, una metodologia che garantirà di triplicare i numeri attuali e far sparire dai riflettori l’anemica domanda di credito. Inoltre, la PBOC includerà nei calcoli i prestiti al CSF, il grande broker di Stato che protegge i mercati, di fatto tramutando quest’ultimo in operatore di domanda organica e reale di credito! Peccato che la domanda di prestiti a luglio sia stata più debole ancora di quella di giugno, mese record negativo, per tutte le cosiddette Big Four, le quattro banche principali del Paese. Ancora una volta, nessun problema, visto che come dichiarato fin dalla sua creazione, il CSF cercherà accesso fino a 5 trilioni di yuan per supportare il mercato, se necessario. E da chi? Ma dalle banche, visto che già oggi sta cercando finanziamenti da 3 a 12 mesi presso gli istituti del Paese al tasso fino al 4,4%, come riporta Bloomberg! Et voilà, dopo i 3 trilioni governativi, altri 2 dalle banche: domanda di credito creata dal nulla!

Ma restando in Asia, dal Giappone arriva un consiglio non richiesto a Janet Yellen per quanto riguarda il rialzo dei tassi, come ci mostrano questi grafici.
Japan_US
Ovvero, Tokyo alzò i tassi dallo 0% allo 0,25% nell’agosto del 2000, causando un crollo sui titoli a 2 e 10 anni, tanto che solo 7 mesi dopo cambiò idea e abbassò di nuovo il benchmark di riferimento allo 0,15%. Ma dal Giappone, ovvero dai prodi samurai Abe e Kuroda, arrivano anche altre notizie. Come ci mostra questo grafico.
Japan_real_wages
L’altro giorno sono usciti i dati di giugno relativi alle dinamiche salariali, con la paga media per un impiegato a 425,727 yen, in calo anno su anno del 2,4% e la prima lettura negativa su base annua in sette mesi, dopo il +0,7% del mese precedente, di fatto distorto da pattern irregolari rispetto al pagamento di bonus estivi. Basti pensare che il dato del mese precedente, rispetto a bonus e altre paghe speciali, era un +25,2%, mentre l’ultimo dato parla di un -6,5% annualizzato, primo calo in otto mesi. Gli straordinari hanno visto un calo dello 0,4%, quarto calo di fila e quindi indicatore di un rallentamento del Pil nel periodo aprile-giugno.

Insomma, il buon Abe chiede sì alle compagnie di pagare bonus più alti per compensare l’aumento dei costi dell’import ma queste non lo fanno e anzi li hanno tagliati del 10% in un anno! E la dinamica potrà solo peggiorare, visto che la Federation of Economic Organizations nel suo sondaggio sui bonus estivi stima un calo netto quest’anno, postando una lettura del +2,8% contro il +7,2% dello scorso anno!

Quindi, tutti i salari reali, anche quelli che contemplano bonus, ancora una volta hanno fallito nel tentativo di stare in pari con l’inflazione, con un calo a giugno del 2,9% che riflette un +0,5% dell’inflazione anno su anno, esclusi gli affitti. Siamo al 24mo mese di fila senza un singolo aumento nei salari reali su base mensile e se si aggiusta questo dato all’inflazione, in crescita dopo l’aumento dell’Iva, questo è il calo più grande dei salari reali in Giappone dal dicembre del 2009! Risultato? Ce lo dicono questo grafico e queste foto,
Japan5
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il primo ci mostra come il tasso di popolarità di Shinzo Abe sia giunto ai minimi storici (l’ho fatto vedere a un amico giapponese, fidatevi, non è una comparazione statistica delle prestazioni di Honda e Nagatomo) e le ultime sono relative all’oceanica manifestazione contro il governo tenutasi a Hibiya Park di Tokyo il 24 luglio scorso, pochi giorni prima della visita in Giappone del buon Matteo Renzi. Il quale, essendo solo al 130% e passa di debito pubblico, sarà andato a ripetizione dai veri maestri incontrastati in materia. Quanto dovranno ancora attendere gli italiani prima di fare come i giapponesi? Nel frattempo,
Japan4
brindiamo ai successi dell’Abenomics e del suo guru Paul Krugman.

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