Buybacks e mercato del lavoro mettono dubbi alla Fed. Ma se guardiamo altrove..

Di Mauro Bottarelli , il - 4 commenti

Greece_boom
I mercati in preda alla volatilità, tutti scappano, il parco buoi si agita. Attenzione, mica vero. Questo grafico,
Buybacks1
basato sul flusso di clientela di Bank of America-Merrill Lynch, ci dice che i buybacks corporate sono al livello più alto da 18 mesi per quanto riguarda la media a quattro settimane, sintomo che si compra. C’è un problema, però. Anzi, due. Il primo ce lo spiega questo grafico,
Buybacks2
il quale ci invita a non credere troppo al fatto che questo trend regga. Il secondo, forse, è ancora peggiore, visto che spalanca un interrogativo. Se infatti i buybacks delle grandi aziende sono stati l’unico motore dei rialzi di Wall Street a partire dal 2010, come ci mostra questo grafico,
buybacks
la ragione per cui sono stati così di moda è presto detta. Con il denaro facile della Fed, si ricompravano azioni proprie per tenere alta la valutazione, abbassare il flottante, staccare dividendi e, soprattutto, grazie alle performance pagare mega-bonus ai dirigenti. E come si pagano quei buybacks? Indebitandosi sul mercato obbligazionario, l’una asset-class regge l’altra in un gioco di equilibri a dir poco precari (e pericolosi).

Ed ecco l’interrogativo: con la Fed chiamata la prossima settimana a decidere se alzare di un quarto di punto i tassi di interesse, questa frenesia cosa significa? Si compra perché si sa che non alzerà né ora, né a dicembre e facilmente darà un’altra pompatina di liquidità che farà imbizzarrire gli indici o questo è il “last hurrah”, si compra prima che i tassi salgano? Insomma, sono i disperati affari dell’ultimo minuto o una scommessa sul futuro?
La cosa si fa interessante, perché dall’economia reale Usa arrivano segnali a dir poco contrastanti al riguardo. Partiamo dal primo, ovvero uno degli indicatori che Janet Yellen tiene in maggior considerazione, il JOLTS report uscito mercoledì, soprattutto il dato il dato dei “job openings” non agricoli. Bene, come questo grafico ci mostra,
Fed_hike1
quel dato non chiede, grida, strilla, implora che a settembre i tassi vanno alzati, visto che la lettura è salita da 5,233 milioni al nuovo record di 5,733 milioni, disintegrando le aspettative ferme a 5,3 milioni. A livello di aumento mensile, i 430mila registrati ci porta ai massimi da aprile 2010 ed è il quarto salto più alto nelle storia della tracciatura! Certo, al suo interno ci sono anche voci discordanti, come il cosiddetto “Quits indicator”, la miglior metrica per tracciare la fiducia dei lavoratori rispetto al mercato del lavoro, visto che un aumento delle dimissioni suggerisce che i dipendenti hanno la certezza di trovare facilmente e velocemente un altro lavoro più remunerativo altrove. Come vedete dal grafico,
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a luglio questo misuratore è calato a 2,685 milioni, la lettura più bassa dal novembre dello scorso anno. E anche la dinamica salariale dei lavoratori non dirigenziali (l’82,5% della forza lavoro Usa) non parla la lingua di una ripresa in grande stile.
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Ma non importa, perché l’unico dato e grafico che interessa a Janet Yellen è questo.
Fed_hike5
Ovvero, il fatto che la ratio tra numero di persone disoccupate per job opening sia tornata ai livelli pre-crisi: nel dicembre 2007, infatti, quella ratio era a 1.8 ed è salita al picco di 6.8 nel luglio del 2009, dopodiché ha continuato a scendere gradatamente. Lo scorso luglio era a 1.4. Di fatto, le dinamiche distorsive del mondo del lavoro sono state rimosse e, se gli aumenti salariali ancora non si sono materializzati, lo faranno presto.

Che farà, quindi, la Fed? Baserà la sua valutazione sui dati che arrivano dall’economia, come ripete da mesi e mesi o cederà all’alibi della crisi cinese che sta portando rinnovata tensione sui mercati per deferire ancora l’aumento dei tassi, spostando subito l’attenzione su dicembre? Io propendo per la seconda ipotesi, anche perché un paio di numeri freschi freschi mi fanno pensare non poco alle potenziali conseguenze che porterebbe con sé la prima. Ecco il primo, come ci mostra questo grafico
Import_prices
i prezzi dell’import ad agosto sono crollati dell’11,4% su base annua, il calo maggiore dal settembre 2009 e destinato probabilmente a scendere ancora, visto che il dollaro forte e l’energia a buon mercato si alimentano attraverso il canale dei prezzi e bloccano ogni speranza di reverse al rialzo. Di più, questo è il 13mo mese di calo su base annua, un segnale di recessione imminente abbastanza chiaro. Anzi, il chiaro sintomo che l’impulso deflazionario sta riemergendo.

Ed ecco il secondo numero, come ci mostra questo grafico
Wholesale_inventories
relativo alla ratio tra scorte e vendite all’ingrosso, a quota 1.30x, chiaramente in territorio recessivo. Le scorte, al picco del mal-investment, a luglio sono calate dello 0,1% contro le attese di un aumento dello 0,3% e peggior lettura dal maggio 2013, mentre le vendite all’ingrosso sono calate dello 0,3% contro le previsioni di un +0,1%. E con le scorte che calano, come era largamente previsto, questo grafico
Wholesale_inventories2
ci mostra come già oggi ci siano segnali sgradevoli per quanto riguarda il dato del Pil del terzo trimestre. Eppure, l’ultima misurazione del GDPNow della Fed di Atlanta (3 settembre), il tracciatore in tempo reale, parla di un Pil all’1,5% tra luglio e settembre, in salita dall’1,3% della precedente lettura di fine agosto. E cosa ha garantito questa crescita? Un aumento della previsione per le spese personali reali, salita dal 2,6% al 2,7%, grazie al dato sulle vendite di auto e motoveicoli nel mese di agosto fornito dal Bureau of Economic Analysis. Bene, no? Questo grafico,
Auto_sales
ci dice di no, a meno che non si creda agli unicorni. Insomma, diciamo che la Fed un timing peggiore per dover decidere sui tassi di interesse non poteva trovarlo. O, forse, è stato scelto ad arte. Ancora poco e scopriremo cosa ci attende: a meno che da qui a giovedì prossimo, nel mondo e sui mercati, non accada qualcosa di talmente importante o grave da togliere la discussione dal tavolo senza troppe scuse da fornire. Chissà.

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