Cina, il Grande Decumulo di Riserve Valutarie

Di FunnyKing , il - 7 commenti

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Nota di Rischio Calcolato: il post che segue è tratto da Phastidio.net di Mario Seminerio e merita una lettura attenta, sia per la chiarezza espositiva sia perchè mette bene in luce l’elefante nella stanza della finanza mondiale. La Cina insieme con la  compagnia dei paesi emergenti e esportatori di petrolio ha smesso di accumulare dollari e altre valute “forti” ed anzi le sta vendendo. Ovvero vendono principalmente i nostri bond per fare fronte ad esigenze interne. E d’altro canto le “riserve” servono proprio a quello, essere usate quando la situazione lo richiede (o quando chi governa ritiene che la situazione lo richieda, che spesso non è la stessa cosa).

Lato Cina, sarà difficile evitare un svalutazione dello Yuan per nulla voluta dalle autorità cinesi, anche perchè le aziende cinesi sono ben indebitate in dollari.

Lato resto del mondo occidentale invece bisognerà trovare qualcosa per controbilanciare il deflusso di capitali (occidentali) cinese, e mi pare che la via tracciata dal 2008 in poi non potrà che continuare, ovvero raffiche di altri “allentamenti monetari” cioè monetizzazione del debito e di qualsiasi altra cosa.

Resta però il fatto che NON funziona.

Non funziona evidentemente più, ammesso che abbia mai funzionato. L’economia reale è in un tremendo stato di sovra capacità produttiva e cattiva allocazione dei capitali di molti, troppi settori. Il che implica recessione, oppure uno sforzo geometricamente sempre più ampio per cercare di rigonfiare le bolle che ci circondano.

Di pari passo serpeggia sui mercati finanziari il “leggero sospetto” che questa volta è diverso. Nel senso che è molto peggio, e che le banche centrali abbiano perso il controllo.

da Phastido.net, post di Mario Seminerio

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Nel mese di agosto, la Cina ha perso riserve valutarie per circa 94 miliardi di dollari, pari al 2,6% del totale, dopo averne perse per 42 miliardi di dollari a luglio. Come noto, il problema cinese, da qualche tempo, è il deflusso di riserve valutarie, conseguenza del rallentamento del paese e dei passi ufficiali in direzione della liberalizzazione del conto capitale della bilancia dei pagamenti. Da qui l’esigenza di dare allo yuan un cambio più realistico, dopo il forte apprezzamento, reale e nominale, contro le maggiori valute sviluppate. Ma aprire il vaso di Pandora non è mai semplice.

Come ricorderete, l’11 agosto è giunto l’annuncio ufficiale del nuovo criterio di determinazione del cambio dello yuan, che ha determinato un deprezzamento dell’1,9% in un giorno, seminando inquietudine e sospetto sui mercati globali che la Cina avesse deciso di sostenere una congiuntura in vistoso rallentamento rilanciando il canale delle esportazioni. Come è possibile?, si sono detti gli osservatori, un deprezzamento sarebbe un suicidio, spingerebbe il mondo nel baratro, esporterebbe la deflazione cinese, ammazzerebbe le imprese, non solo cinesi, indebitate in dollari senza aver corrispondenti ricavi nel biglietto verde. “I cinesi non possono essere così stupidi, o votati al suicidio”. Verissimo, ma i cinesi al momento si trovano in una congiuntura che smuove forze che rischiano di essere più grandi di loro.

Il cambio cinese era giunto ad un livello di sopravvalutazione insostenibile, dati i deflussi di capitale: qualcosa doveva accadere. Ed è accaduta la svalutazione dell’11 agosto. Il problema, come sempre quando c’è di mezzo la Cina, è la credibilità delle misure di policy. E dopo il disastroso tentativo di frenare lo scoppio della bolla azionaria, i mercati hanno le orecchie ben dritte e sono in modalità “paranoia on”. Quindi si sono fatti due conti, scoprendo che le pressioni al deflusso di capitali sono state aumentate, e non diminuite, dalla manovra di inizio agosto, perché le aspettative vanno in quella direzione. In altre parole, ed in soldoni, lo yuan, lasciato alle forze di mercato, rischierebbe di indebolirsi di schianto, seminando distruzione e panico in giro per il mondo.

Che fare, quindi? Le autorità cinesi non avevano né hanno una vera alternativa: possono solo tentare di frenare il deprezzamento dello yuan, rendendolo “ordinato”. Per ottenere ciò, sono condannati a fare alcune cose: in primo luogo, comprare yuan e vendere dollari, per frenare il deprezzamento della propria valuta. Così facendo, però, le sue riserve calano. Che poi è quello che stiamo vedendo in queste settimane e mesi, ma ora la tendenza ha subito una forte accelerazione. Altro effetto di questo processo, non trascurabile, è che l’acquisto di yuan contro dollari riduce la liquidità disponibile per gli operatori economici, cioè tende a produrre una stretta monetaria, che le autorità contrastano sia riducendo i tassi di interesse che, soprattutto il coefficiente di riserva obbligatoria, cioè la parte di depositi che le banche sono costrette ad accantonare quando concedono prestiti. La riserva obbligatoria, che è lo strumento principale con cui si sterilizzano gli afflussi di “denaro caldo” in un paese, serve anche nella situazione opposta, cioè libera liquidità domestica per compensare i deflussi. Il problema è la velocità di decumulo delle riserve valutarie cinesi. Come commenta un analista valutario di Barclays,

«Se l’attuale passo di intervento valutario prosegue, stimiamo che la People’s bank of China potrebbe perdere sino a circa il 14% delle proprie riserve valutarie tra giugno e dicembre. inoltre, stimiamo che la banca centrale cinese dovrebbe ridurre il coefficiente di riserva obbligatoria di circa 40 punti base al mese solo per compensare l’impatto delle operazioni valutarie sulla liquidità domestica»

La sintesi: non è che la Cina stia finendo le riserve valutarie, per carità. Ma questo precipitoso decumulo è destinato a mettere stress alle sue autorità ed ai mercati, perché rappresenta un cartello al neon su cui c’è scritto “okay, portate fuori i soldi dalla Cina perché qui tra un po’ il cambio schianta”, e questa è una classica profezia che si autoavvera. Se sommate questa continua tensione al fatto che la manifattura cinese sta vistosamente rallentando, avete il quadro d’insieme dei rischi per l’economia globale, che i mercati puntualmente registrano ed amplificano. È la maledizione dei cambi semi-fissi, o comunque amministrati contro la realtà.

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