Gli Usa sono in recessione. Se la Fed alza i tassi è per dichiarare guerra senza armi. Per ora

Di Mauro Bottarelli , il - 11 commenti

Correction
La due giorni più attesa sta per cominciare. Il Comitato monetario della Fed (FOMC) tra oggi e domani sarà chiamato a decidere se alzare i tassi di interesse di un quarto di punto oppure se mantenere ancora il livello da minimo storico attuale, rimandando la pratica alla riunione di dicembre (quando si terrà anche il meeting dell’Opec). Non so cosa deciderà Janet Yellen ma so che se si deciderà per il rialzo, non lo si farà in ossequio ai dati macro dell’economia statunitense ma soltanto come mezzo per combattere una guerra senza utilizzare missili e proiettili, essendo gli Stati Uniti di fatto già sull’orlo della recessione.

Cominciamo da questo grafico,
IP1
il quale ci mostra come la produzione industriale sia calata dello 0,4% su base mensile, sesto calo negli ultimi 8 mesi, contro le attese di un -0,2% e ben più debole della lettura rivista al rialzo di luglio del +0,9%. E’ il peggior calo su base mensile dall’agosto 2012. Mentre questo altro grafico,
IP4
ci dice chiaramente che il dato su base annua parla la lingua del territorio recessivo. E c’è di peggio, perché questi due grafici
IP2
IP3
ci mostrano come da un lato il driver negativo del calo della produzione manifatturiera ad agosto (-0,5%) sia proprio quel comparto automobilistico che fino ad ora aveva trainato le letture, grazie sia alle vendite garantite dai finanziamenti allegri che al continuo aumento della ratio scorte/vendite e dall’altro come alla voce “auto assemblies” ci troviamo di fronte al calo su base mensile peggiore dal gennaio 2009 e sui livelli di quello del marzo 1996.

E che dire di questo,
Empire1
ovvero che contro le ottimistiche aspettative di un -0,5%, l’indice Empire Manifacturing di settembre si è letteralmente schiantato a -14,67, il peggior livello dall’aprile del 2009. I nuovi ordinativi sono ancora nettamente negativi e, peggio ancora, le scorte stanno collassando, come ci mostra il grafico,
Empire3
quindi attenzione al dato del Pil del terzo trimestre dopo i record degli scorsi mesi che avevano dopato le letture. E per la prima volta da un anno, anche le sottocategorie “employment” e “average workweek” sono scese in territorio negativo. E anche la voce “speranza” sta calando, come ci mostra quest’altro grafico.
Empire2

E come anticipato la scorsa settimana dall’istituto demoscopico Gallup, in agosto le vendite al dettaglio hanno postato un aumento dello 0,2% su base mensile, arrivando solo a +0,1% se togliamo il comparto auto. Ma come ci mostra il grafico,
Retail1
è il dato su base annua a parlare di recessione, visto che siamo a una lettura del +1,6%. Non stupisce, quindi, che l’indicatore UMich sulla fiducia dei consumatori sia sceso nel dato preliminare di settembre dal 91.9 all’85.7, contro attese di 91.1, il risultato minimo da un anno, come ci mostra il grafico.
UMich_consumer
E con il 73% delle persone interpellate dell’Università del Michigan nel suo report che parlano di sviluppi negativi in campo economico come ragione del loro malcontento, non desta meraviglia che chi si attende miglioramenti salariali l’anno prossimo sia sceso al 48,3% del totale, il dato pià basso da inizio 2014.

Insomma, come vi dicevo se la Fed alza è solo per stimolare quella correzione necessaria a creare le condizioni per il QE4 senza perdere del tutto la residua credibilità verso i mercati e contemporaneamente combattere con altre armi le guerre in atto, da quelle valutarie con Cina e altri Paesi emergenti e quella sempre meno di retroguardia in Siria, senza scordare che il prezzo del petrolio resta lì a sottolineare a tutti come il riciclo di petrodollari nel sistema finanziario sia ormai una lontana speranza e che, al contrario, si cominciano a drenare riserve valutarie che un fino al 2013 servivano a comprare assets denominati in biglietti verdi. Dubito Washington possa accettare ancora per molto questa situazione a livello globale. Occorre intervenire. Davanti o dietro le quinte. Perché quando nelle banche d’affari cominciano a circolare grafici come questi,
Warfare_chart
non so voi ma io comincio a pensare che ci sia davvero di che preoccuparsi. Soprattutto come le presidenziali Usa il prossimo anno e la questione iraniana dell’accordo sul nucleare – che eliminerebbe le sanzioni e farebbe tornare Teheran a esportare greggio ai massimi livelli, aumentando la saturazione in atto – che potrebbe diventare dirimente. Oltre che di grande interesse per i due comparti che muovono e guidano il “Deep State” americano, ovvero quello industriale militare e quello petrolifero. Lobbies che pesano. E a cui non si può dire di no, se si vuole sbarcare nello studio ovale della Casa Bianca.

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