In amorevole memoria dei Brics. Una prece

Di Mauro Bottarelli , il - 16 commenti

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Temo che sui mercati si cominci a guardare alla Cina con occhio diverso. Primo, perché gli stessi cinesi stanno dimostrando con il passare dei giorni, sempre meno fiducia nelle loro autorità, sia politiche che monetarie. Come ci mostra il grafico, infatti,
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il margin debt a Shanghai è ai minimi da nove mesi ed è in calo costante da undici giorni di fila. Ma, forse, più interessanti ancora sono questi altri due grafici,
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il primo dei quali ci mostra come le posizioni aperte di cds cinesi siano aumentate di 212 contratti a quota 9.444 nella settimana conclusasi il 28 agosto, stando a dati della DTCC, l’aumento maggiore tra i credit default swaps a livello globale e il massimo da due anni. Il secondo visualizza questo aumento del nozionale lordo a quota 1,3 miliardi di dollari, la scorsa settimana. Interessante il fatto che sempre sette giorni fa il secondo aumento di posizioni di copertura tra i debiti sovrani asiatici sia stato della Corea del Sud, con 137 contratti in più a quota di valore lordo nozionale di 1,10 miliardi di dollari. E non era ancora uscito il dato del -14% di export…

Ma è crisi per tutti i Brics, non solo per la Cina. La quale, però, visto il suo ruolo egemone, sta irradiando un fall-out pericoloso per economie già in salute precaria a causa del basso prezzo delle commodities e del deficit di budget che i mancati introiti dell’export generano. E’ il caso della Russia, visto che se il leader cinese Xi Jinping ha accolto Vladimir Putin con tutti gli onori a Pechino per le celebrazioni della fine della Seconda Guerra Mondiale, le notizie dal fronte economico bilaterale non sono delle migliori, come ci mostra questo grafico.
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Il commercio tra le due nazioni è sceso infatti del 29% nella prima metà di quest’anno a quota 30,6 miliardi di dollari e i funzionari di governo russi hanno ammesso che non ci sono più possibilità virtuali di raggiungere il loro obiettivo di 100 miliardi di turnover commerciale entro fine anno. Inoltre, un swap in yuan da 150 miliardi tra la Banca centrale russa e la PBOC cinese concordato lo scorso ottobre per facilitare un link diretto tra rublo e yuan, evitando l’utilizzo di dollari, non ha trovato praticamente domanda poiché può essere usato solo per il finanziamento a breve termine. Di più, a maggio del 2014 Gazprom ha siglato un accordo da 400 miliardi di dollari per la fornitura di gas alla Cina, il quale contemplava anche la costruzione del più grande sito ad hoc del mondo: dalla stipulato ad oggi non è ancora stato raggiunto un accordo sui pagamenti con Pechino per finanziare i 55 miliardi di dollari necessari alla sua costruzione.

Ma anche il più celebrato dei Brics, il Brasile, è messo male. Per l’esattezza in recessione non solo tecnica. Sono finiti i tempi dei brasiliani che andavano a Miami a fare shopping, ora si tira la corda e stando al parere di Jankiel Santos, capo economista alla BESI Brazil, “i bei giorni sono finiti. Il Paese è in una situazione difficile e ha bisogno di correggere gli eccessi del passato”. Auguri, avendo le Olimpiadi da ospitare l’anno prossimo: Grecia 2.0? Ma vediamo, graficizzati, i principali segnali della fine del ciclo di consumi boom durato dieci anni.
Come ci mostra il primo grafico,
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lo scorso anno il Brasile ha perso oltre 900mila posti di lavoro, una cifra enorme e di molto superiore a quella che seguì la crisi post-fallimento di Lehman Brothers. Il secondo grafico, invece,
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ci mostra che chi un lavoro ce l’ha ancora deve comunque affrontare un regime di salari reali in contrazione, per l’esattezza del 5% lo scorso maggio su base annua. Sia i salari annuali reali, che le medie di vendite al dettaglio e la creazione formale di posti di lavoro si sono contratte quest’anno, stando a statistiche del governo e il trend di questa dinamica è peggiore di quello del 2009. Il terzo grafico, poi,
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ci mostra come con il deterioramento delle condizioni del mercato del lavoro, i brasiliani abbiano tagliato molto le loro spese, addirittura al livello più alto da inizio secolo. Le vendite al dettaglio a giugno sono calate per il quinto mese di fila, la striscia di declino più lunga dal 2001.

Ma non basta, perché è proprio di ieri la notizia che a luglio la produzione industriale è calata molto più del previsto, un -1,5% su base mensile contro le attese del -0,1% che si traduce in un -8,9% su base annua. Inoltre, la lettura d giugno era stata rivista al ribasso, passando dall’originale -0,3% a -0,9%: negli ultimi nove mesi la produzione industriale brasiliana è calata su base mensile dello 0,9% e dei 24 principali segmenti industriali, 14 a luglio hanno registrato una contrazione della produzione. Nel periodo gennaio-luglio il dato è di un -6,6%, con la voce capital goods che solo a luglio si è schiantata del 27,8%. Siamo all’ottavo trimestre di contrazione di fila e la lettura di luglio vede la produzione industriale al livello di marzo-aprile 2006 e in contrazione del 14,1% rispetto al picco del giugno 2013. E con l’export sprofondato a -24%, questo grafico
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ci mostra come il cds brasiliano sia oggi ai massimi da sei anni.

E l’altro gigante, l’India, come sta? Stando a dati ufficiali, tra aprile e giugno la sua economia è cresciuta del 7%, una delle economie con il tasso più alto al mondo. Ma è tutto vero o la sindrome del tarocco cinese colpisce anche in salsa di curry e non solo di soya? Vediamo qualche indicatore chiave, come ad esempio questo.
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Le vendite di veicoli nel secondo trimestre non mostrano infatti il tipo di crescita che ci si aspetterebbe da un’economia in espansione del 7% all’anno: auto, camion e due ruote sono buoni indicatori per il sentiment di consumatori, corporate e agricoltori. Nello scorso trimestre le vendite sono arrivate a malapena al budget, salendo dell’1% a quota 4,89 milioni di veicoli: i veicoli per passeggero hanno visto un incremento del 6.17%, quelli commerciali del 3,55% e le due ruote solo dello 0,64%. E che dire dell’export.
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I funzionari governativi indiani speravano in una crescita della domanda occidentale di beni prodotti nel loro Paese, vista la vulgata della ripresa delle economie sviluppate. Peccato che le esportazioni siano calate per otto mesi di fila fino al luglio scorso, riflettendo di fatto la nuova stagnazione di domanda a livello globale. Nell’anno conclusosi il 31 marzo, l’export indiano ha totalizzato 310,5 miliardi di dollari, mancando di quasi il 10% il target di 340 miliardi. Nel primo mese dell’anno fiscale in corso le cose non sono migliorate: i beni esportati hanno registrato un calo del 15% su base annua a quota 89,83 miliardi. E proprio la mossa svalutativa cinese ha operato un dumping anche sulle esportazioni indiane, mentre il calo del prezzo del petrolio è stato positivo per la bolletta energetica statale ma negativo per i prodotti petroliferi esportati, i quali fanno la parte del leone per lo shipment totale del Paese.

E la rupia?
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La valuta indiana è ai minimi da due anni contro il dollaro ed è una delle moneta peggio performanti dell’Asia. E se il rallentamento cinese, unito al rischio del rialzo dei tassi della Fed, potrebbe portare ulteriore pressione, New Delhi sa che la svalutazione della sua moneta è l’unico modo per cercare di tutelare l’export. Ma in agosto gli investitori esteri sono stati venditori netti di debito indiano, generando altra tensione sulla rupia visto che così facendo hanno operato un outflow di dollari dall’economia locale.

C’è poi il mercato azionario.
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L’indice benchmark Sensex è stato uno dei top performer non più tardi dello scorso anno ma dall’inizio del 2015 ha smesso di brillare, tanto che molti analisti hanno cominciato a tagliare gli obiettivi, scendendo a 28mila punti dal precedente target di 32mila. E se la Cina continua a svalutare lo yen, l’indice potrebbe calare ancora. I profitti delle grandi aziende sono arrivati a mala pena al budget da quando il primo ministro, Narendra Modi, è andato al potere lo scorso anno. Stando a dati di Bank of America-Merrill Lynch, i profitti delle compagnie quotate sul Sensex sono saliti solo dell’1% nel secondo trimestre di quest’anno, contro un +24% registrato nello stesso periodo dell’anno scorso. A guidare i cali, utilities e aziende cementifere, visto che i progetti infrastrutturali di grandi gruppi privati e pubblici sono fermi al palo, in attesa dell’approvazione governativa, mentre i gruppi minerari e della raffinazione stanno patendo la fine del super-ciclo delle commodities. Insomma, quel 7% è un po’ cinese.

E proprio quest’ultima dinamica ha colpito duramente lo scorso anno anche l’ultimo dei Brics, il Sud Africa. Soltanto lo sciopero di 70mila lavoratori minerari del platino, durato cinque mesi, si è sostanziato in perdita di almeno 2,2 miliardi di dollari e parliamo di un’industria che è la quinta più grande al mondo e che può contare sull’80% delle riserve mondiali di platino, dell’11% di oro e uno dei principali giacimenti di cromo e manganese. E come ci mostra questo grafico,
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la produzione manifatturiera nei primi cinque mesi del 2015 ha postato soltanto risultati negativi su base annua, quindi un freno non da poco per un’economia il cui Pil è cresciuto a una media annua del 4,5% tra il 2002 e il 2008, il tasso maggiore dalla fine dell’apartheid nel 1994. Ma che ora paga, oltre alla fine del super-ciclo delle commodities, anche l’aumento delle disuguaglianze di reddito, la bassa preparazione della forza lavoro, l’alto tasso di disoccupazione, il deterioramento delle infrastrutture e gli alti tassi di criminalità e corruzione, non certo un magnete per attrarre investimenti. Infatti, dalla recessione del 2008 in poi, come ci mostra il grafico,
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il tasso di crescita del Pil sudafricano è stato sotto la media del continente e l’ultimo dato, quello relativo al secondo trimestre reso noto il 25 agosto scorso, parla di un -1,3% contro le attese del consunsus di +0,5% e una previsione governativa del +0,8% ma soprattutto un +1,3% del primo trimestre! Il settore minerario si è contratto del 6,8% e quello agricolo addirittura del 17,4%, mentre viaggiano in controtendenza quelli finanziario, immobiliare e dei servizi legati al business in espansione del 2,7% e quello bancario e per i servizi personali su dell’1,3%. Su base annua, comunque, l’economia sudafricana sta crescendo dell’,1,2%, il peggior risultato dal 2009. Insomma, un quadro sconsolante dopo un decennio di celebrazione del miracolo Brics.

E, come ci mostrano questi tre grafici,
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a passarsela peggio sono Brasile e Russia, visto che lo scorso anno le loro economie si sono contratte rispettivamente del 2,6% e del 4,6%, i tassi di inflazione sono rispettivamente di oltre il 9% e del 15,6% (a cui va aggiunto un tasso di interesse dell’11%) e con un trend demografico che per quanto riguarda Mosca vede la popolazione in età da lavoro rimanere stagnante mentre aumenta nel resto del mondo. I Brics non sono quindi più l’altro grande driver dell’economia mondiale. Peccato che non lo siano nemmeno più gli Usa. Che dire, recessione globale sia.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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