In attesa della Fed, fate ciao ciao al Giappone

Di Mauro Bottarelli , il - 25 commenti

Fantozzi_Japan
Unicorni per tutti! Stamattina, con gli occhi del mondo puntati sulla Fed, è il Giappone a regalarci soddisfazioni enormi. Ecco a voi gli ultimi dati macro relativi al commercio: export ad agosto in crescita del 3,1% annualizzato contro le stime del 4,3%, importazioni giù del 3,1% contro attese del -2,5% e il deficit a 569,7 miliardi di yen contro le aspettative di 540,0. Insomma, letture ai minimi da sei mesi e tutte al di sotto delle stime. Risultato in Borsa? Il NIkkei ha chiuso a +1,43% sull’aspettativa che la Fed terrà fermi i tassi e, soprattutto, che nel meeting di ottobre la Bank of Japan espanderà ancora l’Abenomics, il QE in salsa di soya.

Il tutto, a corollario di una 48 ore da brivido per Tokyo, poiché l’altro giorno, buon’ultima, anche Standard&Poor’s ha declassato il debito sovrano del Giappone, togliendogli la “AA”, come del resto da tempo avevano già fatto Moody’s s e Fitch. Nel tagliare il rating da AA- a A+, S&P’s ha espresso dubbi sull’Abenomics e sulla sua capacità di rilanciare la crescita e l’inflazione, sostenendo di non credere in una ripresa economica che possa frenare il deterioramento della situazione fiscale del Paese più indebitato dell’Ocse (rispetto al Pil). L’umiliazione per Abe è cocente, anche perché solo l’altro giorno Standard&Poor’s ha alzato il rating sul debito sovrano della Corea del Sud proprio a AA-, il livello che il Giappone aveva fino a martedì. Ma non basta, perché anche l’Ocse l’altro giorno ha rivisto al ribasso le sue previsioni sulla crescita economica giapponese di quest’anno a un modesto +0,6% (contro la precedente stima, già ribassata, di +0,7%) e a un +1,2% nel 2016 (contro +1,4%).

E c’è di più, perché la stessa Banca del Giappone si è limitata a confermare l’attuale politica monetaria, pur rivedendo al ribasso lo scenario per la produzione e le esportazioni in relazione alla frenata della domanda esterna, soprattutto da parte dei Paesi emergenti. Nel report mensile dell’Istituto si legge che la produzione industriale resterà “piatta” nel periodo luglio-settembre, mentre solo lo scorso mese la BoJ si aspettava che questa “riprendesse a salire” nel terzo trimestre. Oltretutto, a confermare confusione e incertezza, anche il fatto che la Banca centrale nipponica non ha rilasciato alcuna previsione aggiornata. I consumi non hanno accelerato, nonostante il calo dei prezzi dell’energia e un modesto rialzo dei salari e, soprattutto, le esportazioni “resteranno piatte per i prossimi tempi”, ha fatto sapere l’autorità monetaria nipponica.

Ma ancora non basta, perché a mettere il mitologica “nail in the coffin” ci ha pensato il principale ispiratore e fans dell’Abenomics, ovvero quel Paul Krugman che, la scorsa settimana, parlando proprio a un convegno a Tokyo, si è detto “veramente preoccupato del fatto che il programma di stimolo possa fallire, anche perché il Paese ha speso un lungo periodo di tempo in un clima di deflazione grave. Ed ecco la ricetta, degna di un Nobel: “Il Giappone deve raggiungere un punto dal quale sia chiaro a tutti che è fuori da quel circolo vizioso. Se ce la farà, allora resterà fuori dai guai”. L’unica idea che mi viene è quella di taroccare i dati, in perfetto stile Fed.

E se il dollaro cominciasse davvero a indebolirsi nei confronti dello yen, in caso la Fed resti a zero, questa non sarebbe una buona notizia per Tokyo, cresciuta (poco) nell’ultimo anno grazie soprattutto alle esportazioni delle sue multinazionali, aiutate proprio dalla debolezza della valuta. Ma c’è di peggio. Un sondaggio tra i grandi gestori internazionali effettuato da Bank of America-Merrill Lynch ha segnalato che il loro atteggiamento è ancora prevalentemente “overweight” sul mercato azionario nipponico ma assai meno del mese scorso. E, infatti, come mostra questo grafico,
Japan_foreign
la scorsa settimana gli investitori esteri hanno venduto 1.400 miliardi di yen (12 miliardi di dollari) di azioni giapponesi la settimana scorsa, stando a Marketwatch il valore più importante dal 2005, quando il ministero delle Finanze di Tokyo ha iniziato a pubblicare questo dato! E questo altro grafico,
Japan_stocks
potrebbe mettere le cose in prospettiva, poiché la scorsa settimana, per la prima volta dall’inizio dell’anno, il mercato azionario giapponese è stato più volatile di quello cinese, visto che il Topix è sceso del 16% dai livelli di metà agosto, mentre la volatilità sul breve periodo è salita al livello massimo dal terremoto del 2011. Insomma, swings sui prezzi che certamente non fanno la felicità degli investitori, oltretutto con l’intera area asiatica in turbolenza sempre maggiore. E senza stare a sprecare molte altre parole, ecco che questi tre grafici,
Japan_fail1
Japan_spending
ci mostrano plasticamente a cosa sia servito l’Abenomics? Nulla, se non devastare il più grande mercato obbligazionario sovrano del mondo e rendere ancora più insostenibile lo stock dei debito del Paese. E c’è di più, perché a partire dal 2008 ad oggi, quello in corso è il QE10 del Giappone ma se valutiamo le operazioni come facciamo per la Fed, ovvero calcolando come QE anche le manovre non convenzionali (Zirp, Operation Twist), quello lanciato il 31 ottobre dello scorso anno è il QE22 dei prodi samurai del debito! Auguroni!

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