La Fed non alza ma manda segnali: NIRP o QE4. Ma l’America reale già paga il conto della stamperia

Di Mauro Bottarelli , il - 32 commenti

China_crazy
Signori, abbiamo scherzato un’altra volta. Per il 55mo meeting di fila, il FOMC della Fed ha mantenuto i tassi al minimo dello 0-0,25%, citando come sempre in questi casi il mercato del lavoro splendido ma non ancora splendidissimo, le prospettiva inflazionistiche eccitanti ma non ancora eccitantissime e altre amenità da conferenza stampa del genere. Bene, non perderò tempo né con i dettagli del comunicato della Fed, né con la conferenza stampa di Janet Yellen. Anzi no, una frase di quest’ultima voglio riportarla: “Sono abbastanza incerta su come evolve l’outlook economico”. Ecco la reazione dei mercati, graficizzata.
QE4
Come dire, dopo la “Bullard call”, eccovi la “Yellen call” per farvi sentire un po’ di profumino di QE4. Certo, poco dopo l’S&P’s 500 è tornato in negativo in quello che gli analisti chiamano “choppy trade” ma il senso rimane. E anche gli algoritmi che operano ad minchiam, come ultimamente abbiamo imparato a conoscere. Ma c’è di più e forse di più inquietante, perché come ci mostra questa tabella del FOMC,
FOMC_negative
per la prima volta un membro del Comitato monetario della Fed ha prospettato tassi di interesse negativi negli Usa per il 2015 e 2016!

Ma al di là della Fed e delle sue valutazioni (o alibi), l’America di cui Janet Yellen ha appena mantenuto invariati i tassi è quella che vi raccontano le cifre e i grafici che seguono, non quella fantasiosa dei comunicati ufficiali o del Sole24Ore. E’ un’America non solo già in recessione in parecchie componenti della sua economia reale ma, soprattutto, un Paese sempre più diviso tra i pochi che si arricchiscono a dismisura e i tanti che stanno sempre peggio. Ecco a cosa sono serviti tre cicli di QE, alla proletarizzazione del ceto medio ed ecco perché appena Wall Street vede palesarsi la possibilità di un QE4 sbava come il cane di Pavlov. Cominciamo da questi due grafici,
Homebuilder1
Homebuilder2
il primo dei quali ci mostra come il sentiment dell’indice NAHB dei costruttori di abitazioni è salito ancora a 62, il massimo dal 2005. Peccato che l’ultima volta che gli homebuilders Usa sono stati così esuberanti, il mercato poi abbia collassato. Il secondo, invece, ci fa notare che la dinamica dei mutui immobiliari non è esattamente spumeggiante. Ma tranquilli, pagano tutti cash. Ironia a parte, quest’altro grafico,
Homebuilder3
ci mostra come le richieste per mutui immobiliari siano scese del 17% questa settimana, dopo il -7,2% delle settimana precedente, il calo maggiore dallo scorso gennaio. E anche su base di aggiustamento stagionale, le ultime due settimane hanno visto cali del 6,2% e 7%, i maggiori da febbraio. E per questa stagione dell’anno, per avere letture così deboli dobbiamo tornare al 2000. Oltretutto, con i tassi che, stando alla ipoteticamente a quanto continua a dire la Fed, comunque potrebbero salire a dicembre.

Mentre questo altro grafico,
Philly_Fed
ci mostra come dopo il grosso calo dell’Empire Fed, l’indice Philly Fed si sia letteralmente schiantato da 8.3 a -6.0, contro attese di +5.9, lo scostamento in negativo dalle previsioni peggiore dal 2011. La lettura è la più debole da marzo 2013 e a chi hanno dato la colpa? Volatilità del mercato azionario e notizie internazionali. La Fed anche qui ha fatto scuola.

In compenso, tranne l’ultimo periodo, il mercato azionario è andato alla grande dalla crisi in poi. Certo, per essere un leader socialista Obama deve fare di meglio, visto che il raddoppio degli indici Usa dal 2009 ad oggi è nulla rispetto al rally garantito da Maduro in Venezuela (peccato che gli scaffali dei supermercati siano vuoti e l’inflazione sia a tre cifre) ma comunque un buon lavoro. In compenso, come ci mostra questo grafico,
US_poverty1
dati ufficiali del report annuale del Census Bureau su “Redditi e povertà” ci dicono che nel 2014 il tasso di povertà negli Usa era al 14,8%, ovvero 46,7 milioni di statunitensi indigenti o quasi. E’ questa la ripresa? Ma c’è di peggio, perché l’incremento statistico degli americani in povertà riguarda coppie sposate con figli e persone con una laurea, un aumento da 3 a 3,4 milioni di persone in un anno. E come ci mostra questo grafico,
US_poverty2
il tasso di persone che vivono in estrema povertà, ovvero, sotto il 50% di minimo, è anch’esso salito al massimo storico di 20,8 milioni. E quest’altro grafico,
US_poverty3
ci mostra come dei 91 milioni di americani fuori dalla forza lavoro nel 2014, un record del 24,2% o 22 milioni di persone, viveva in povertà. E questo grafico, invece,
US_poverty4
ci mostra come dopo essere salito minimamente a 54.462 dollari nel 2013, il reddito medio reale è continuato a scendere, nel 2014 a 53.657 dollari, giù dell’1,5% su base annua e ai livelli del 1989.

Insomma, c’è qualche problema con la vulgata delle ripresa obamiana, voi che dite? Anzi, forse c’è un solo, grande problema che riguarda gli Usa. Questo grafico,
US_problem
ci mostra appunto come il reddito aggiustato all’inflazione per metà della popolazione è ai livelli del 1989, mentre l’indice Standard&Poor’s, che impatta spese e abitudini di circa il 10% degli americani, è cresciuto di sei volte dal 1989. E se questo grafico ci dice che le cose non dovrebbero essere così,
US_problem2
quest’altro
US_problem3
potrebbe offrirci un’ipotesi di spiegazione/correlazione. Tanto per restare in tema di politiche monetarie. E, magari, anche di teorie economiche. Comunque tranquilli, serviranno ancora tanti pop-corn e birre prima che questa colossale pantomima finisca. Lo schema Ponzi sta solo cercando il modo migliore per perpetuarsi ma non ha alcuna intenzione di chiudere il ciclo cominciato nel 2009. Da qui a Natale, temo ne vedremo delle belle. Anzi, belle nemmeno troppo, perché ho la quasi certezza che gli sviluppi maggiori per la finanza e l’economia avverranno al di fuori di Borse e mercati. L’Impero è a pezzi ma come le bestie ferite, è oggi più pericoloso che mai.

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