La pistola fumante del caso Volkswagen e l’arma di distruzione di massa della Fed

Di Mauro Bottarelli , il - 98 commenti

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Mentre lo scandalo Volkswagen assume proporzioni sempre maggiori, trovo paradossale l’atteggiamento dei media europei al riguardo: non uno che si ponga delle domande su quanto stia accadendo, sul suo timing a dir poco sospetto. Ma, soprattutto, sulle potenziali conseguenze che questo potrebbe avere non solo per la Germania e la sua economia ma per l’intera Europa. E non parlo solo di crisi del settore o dell’effetto domino che potrebbe innescarsi per terzisti e fornitori di Volkswagen (molti dei quali sono italiani) ma sullo shock deflazionario che potrebbe innescarsi in Europa, proprio in un momento in cui la Bce ha negato di voler aumentare il proprio piano di acquisti obbligazionari ma con la Fed ferma e la Cina che oltre a svalutare, brucia riserve a più non posso insieme a tutti gli altri mercati emergenti.

La foto che ho scelto per questo post è chiara: esattamente come quella falsa provetta sbandierata da Colin Powell all’Onu per giustificare l’attacco contro Saddam Hussein con la scusa delle armi di distruzione di massa, così lo scandalo delle emissioni dei diesel Volkswagen rappresenta la “pistola fumante” dell’attacco Usa all’Europa per far pagare ad altri il conto dei cicli di QE ed evitare, almeno nell’immediato, di dover sfoderare il QE4. Chi è stato infatti ad innescare la crisi dei mercati emergenti? La Fed con la sua minaccia di alzare i tassi. La strategia statunitense è duplice.

Da un lato, si opera contro un settore strategico e concorrente come quello automobilistico europeo, visto che questo grafico
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ci mostra come la bolla della produzione sia ormai a livelli massimi, mentre quest’altro
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mette in prospettiva i guai cui potrebbero andare incontro i produttori Usa nel pieno del ciclo di mal-investment, con le scorte ai massimi nonostante le condizioni a dir poco di favore con cui il credito al consumo garantisce acquisti subprime a tutti. Ma il grafico che conta davvero è questo
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e ci mostra come i guai delle case automobilistiche Usa sarebbero poco più che solletico rispetto alla potenziale ondata deflazionaria sui prezzi (oltre che sulla domanda di materiale da produzione) che la Volkswagen potrebbe dover affrontare a fronte delle sue scorte record! Gli eventi esogeni, in condizioni simili, sono solo acceleranti di incendi dolosi.

Pensate che esageri? Volkswagen è non solo il più grande produttore automobilistico tedesco ma anche il maggior “datore di lavoro” del Paese, con 270mila impiegati in patria (sui 775mila totali del comparto), cui vanno ad unirsi i fornitori e i terzisti e 600mila in tutto il mondo. Per il capo economista di ING, Carsten Brzeski, “improvvisamente la Volkswagen è diventata il maggiore rischio ribassista per l’economia tedesca, ancora maggiore della crisi del debito greco. Se le vendite di Volkswagen in Nord America crolleranno nei prossimi mesi, questo non avrà impatto solo sull’azienda ma sull’economia tedesca nel suo insieme”. Inoltre, l’export di automobili e componenti è la voce di maggior successo per le esportazioni tedesche, un quinto del totale con gli oltre 200 miliardi di euro registrati nel 2014. “L’economia tedesca è stata colpita al cuore”, ha sentenziato Michael Huether, capo dell’istituto economico IW. E anche il DAX di Francoforte comincia a patire, come ci mostra questo grafico,
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essendo calato del 20% dall’inizio del QE. Di più, tolto il Black Monday, gli ultimi cinque giorni di contrattazioni sono stati i peggiori per i titoli tedeschi dall’agosto 2011, nel pieno della crisi dell’eurozona.

E cosa succede quando il più grande produttore di auto del mondo rischia di dover affrontare un’implosione delle vendite contemporanea al massimo di scorte di magazzino registrato negli ultimi due trimestri? L’impatto sull’economia tedesca, europea e anche mondiale è estremamente deflazionario. E cosa si può fare per combattere la deflazione? Più QE, esattamente quanto serve alla Fed, a Wall Street e al governo Obama ma che non ci si può permettere subito per non perdere del tutto la faccia. Non a caso, ieri sera nel suo attesissimo discorso alla University of Massachusetts, Janet Yellen si è limitata a reiterare il mantra, dichiarando che “un aumento dei tassi è possibile verso la fine dell’anno” ma ricordando che questo dipende “dall’evoluzione dei dati economici e dal fatto che questi ultimi lo rendano possibile” e comunque “in maniera graduale”. Sembra un disco rotto ma questa volta la mossa è strategica. Ovvero, signori europei (e in parte giapponesi) la patata bollente ora è in mano vostra.

Però occorre fare qualcosa. E in fretta. Perché a sole 24 ore dal dato di vendite devastante di cui vi ho parlato ieri, oggi posso dirvi che Caterpillar ha annunciato 10mila tagli occupazionali entro il 2018, di cui la metà entro la fine dell’anno prossimo! Di più, l’outlook di vendite e ricavi è stato rivisto al ribasso per quest’anno di un miliardo (48 contro i 49 previsti) e per l’anno prossimo ci si attende un ulteriore 5% in meno! Ma non basta, perché questi due grafici
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ci mostrano come il dato sui beni durevoli e le loro spedizioni sia da recessione conclamata, la lettura più bassa da marzo e con la seconda voce finita a -0,2% contro un’attesa di +0,5%. Ma non basta, perché questi grafici
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ci mostrano come il Chicago Activity Index e il Kansas Fed siano andati a fare compagnia a tutti gli altri colleghi regionali della Fed (Dallas, Richmond, New York e Philly), scendendo rispettivamente ai minimi da sei mesi e mancando le attese per 7 degli ultimi 9 mesi il primo e schiantandosi a -8 il secondo, negativo da 7 mesi di fila, una stringa mai vista fuori da una recessione.

E con le vendite di automobili in Cina destinate a crollare,
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le alternative appaiono davvero limitate per evitare che l’unico driver della manifattura Usa non vada in stallo, calcolando che prima o poi le scorte di magazzino cominceranno a calare e impatteranno sul dato del Pil. Anche perché cosa può funzionare da off-setting efficace al QE al contrario che stanno operando Cina e mercati emergenti bruciando riserve valutarie? Solo un aumento dei programmi di stimolo di Bank of Japan e Bce, visto che a scatenare l’attuale dinamica è stata la Fed con la sua intenzione di alzare i tassi per vendere la favola della ripresa e quindi operare al contrario diverrebbe esso stesso una “pistola fumante” di malafede.

L’altro giorno però Mario Draghi ha gelato tutti, dicendo che non c’è l’intenzione di ampliare il programma, almeno al momento. Perché? “Serve più tempo per determinare se l’indebolimento della crescita nei Paesi emergenti sia di natura temporanea o permanente e per valutare quali siano le forze trainanti che stanno dietro al calo dei prezzi delle materie prime e dietro ai severi episodi di turbolenze finanziarie”, ha detto parlando in audizione al Parlamento europeo. In effetti, se non bastasse l’annuncio di Caterpillar, questa cartina della guerra valutaria in atto
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ci dimostra che serve più tempo per chiarire, tutto appare ancora sfuocato. Insomma, niente maggiore stimolo. Certo, i bond eligibili sono sempre meno (salvo andare ancora più in negativo sui rendimenti o comprare anche carta igienica greca), le loro scadenze sempre più corte e i covered bond si sono rivelati un flop, mercato troppo piccolo per smuovere qualcosa. In compenso, però, le aspettative inflazionistiche verso il mitico 2% sono collassate, sia sul breve che sul lungo termine. Insomma, cosa ferma davvero il buon Draghi dall’andare all-in, magari comprando ETF come la Bank of Japan? La Bundesbank. Che però si può riportare a più miti consigli in molti modi, ad esempio azzoppando il traino dell’economia tedesca dalla sera alla mattina.

Il problema, però, sta tutto in questi due grafici e penso che alla Fed lo sappiano.
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Ovvero, con il calo delle riserve valutarie che si è fatto severo dal 14 settembre scorso, circa 60 miliardi di dollari al mese, l’evoluzione degli stati patrimoniali delle Banche centrali diventa sempre più importante per determinare i tassi reali. Studi accademici, parlano di correlazione tra un calo dell’1% del Pil Usa e +30 punti base sul Treasury a 10 anni. E visto che i flussi dai mercati emergenti non sono più correlati all’espansione del bilancio dei G3 ma solo a quella della Fed, fino a quando Janet Yellen non getterà la maschera per evitare una crisi di liquidità globale e farà partire, in fretta, un QE4, l’operato di Draghi sarà pari all’impatto di Schelotto in una finale di Champions.

La contrazione quantitativa è già in atto e gli Usa avevano bisogno della tempesta perfetta, lontano dai propri confini, per creare i prodromi di nuovo metadone monetario, magari lanciato con l’elicottero questa volta, alla Bernanke. Ecco spiegato, a mio modo di vedere, lo scandalo Volkswagen, il più grosso alibi finanziario della storia. Non sperino però in Draghi o Kuroda, alla fine dovranno stampare loro. Chi rompe paga, almeno parte del conto.

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